di Gianni Lattanzio
L’entrata in vigore, seppur provvisoria, dell’Interim Trade Agreement tra Unione europea e Mercosur non è una semplice notizia di cronaca economica: è uno di quei passaggi che, in silenzio, spostano le faglie della geopolitica.
Non stiamo assistendo soltanto alla graduale eliminazione di dazi; stiamo vedendo l’Europa tentare di ridisegnare il proprio posto nel mondo, riaprendo un grande fronte atlantico che da troppo tempo viveva ai margini dell’immaginario strategico di Bruxelles.
Per comprendere la portata di questo accordo bisogna risalire ai suoi venticinque anni di negoziato, tra entusiasmi e ripensamenti, governi che cadevano e opinioni pubbliche che cambiavano umore. L’Europa che oggi tende la mano al Mercosur è molto diversa da quella degli allargamenti euforici: è un’Unione segnata da crisi finanziarie, pandemia, guerra ai confini, e dall’irruzione della Cina come attore globale onnipresente. Anche il Mercosur non è più l’esperimento fragile degli anni Novanta: è un’area dove il peso di Pechino è cresciuto fino a fare della Cina il primo partner commerciale di Brasilia e Buenos Aires, mentre gli Stati Uniti alternano fasi di distrazione e improvvisi ritorni di interesse.
In questo scenario frammentato, l’iTA appare come una risposta controcorrente al vortice del protezionismo. L’Unione europea, spesso accusata di essere una potenza “normativa” ripiegata su se stessa, sceglie di giocare d’attacco, costruendo – insieme a Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay – una delle più vaste aree di libero scambio del pianeta. Non è un atto neutro: significa affermare che la sicurezza economica non nasce dalla chiusura delle frontiere, ma da partenariati regolati, da regole condivise, da legami di lungo periodo con regioni politicamente affini.
La valenza geopolitica si coglie anzitutto nella competizione silenziosa con Pechino. Negli ultimi quindici anni la Cina ha tessuto in America meridionale una trama fittissima di relazioni: acquista soia, minerali, petrolio, ma soprattutto finanzia porti, dighe, ferrovie, reti 5G. L’Europa arriva in ritardo, ma arriva con un’offerta diversa: non la promessa di capitali facili, bensì l’accesso a un mercato altamente regolato e la condivisione di standard ambientali, sociali, sanitari. È una scommessa sofisticata: che il valore delle regole – dei diritti, della trasparenza, della sostenibilità – possa competere con la semplice forza del denaro e della velocità d’esecuzione.
C’è poi il tema, decisivo, dell’autonomia strategica europea. In un periodo in cui le catene globali del valore si spezzano, in cui la dipendenza energetica diventa arma di ricatto e l’accesso alle materie prime critiche condiziona la transizione verde e digitale, il Mercosur torna ad essere non solo un partner commerciale, ma un tassello della sicurezza economica del continente. Bioenergie, minerali, prodotti agricoli, risorse per la chimica verde e per le tecnologie pulite: l’America meridionale può contribuire a diversificare le forniture di un’Europa alla ricerca di nuove ancore. In cambio, Bruxelles non offre solo il taglio dei dazi, ma la possibilità di salire – insieme – su un gradino più alto di regolazione e qualità.
La posta in gioco, tuttavia, non è solo esterna. L’iTA è anche uno specchio delle divisioni interne all’Unione. Da una parte, i governi e i sistemi produttivi che intravedono nell’accordo un’opportunità per rilanciare l’export, consolidare filiere industriali, rafforzare il “marchio Europa” nel mondo. Dall’altra, il mondo agricolo che teme un’ondata di concorrenza percepita come sleale, i territori rurali spaventati dal confronto con l’agro‑industria sudamericana, i movimenti ecologisti che denunciano il rischio di un’accelerazione della deforestazione amazzonica e un cortocircuito con il Green Deal.
Qui si gioca una sfida cruciale: dimostrare che l’Europa può coniugare apertura commerciale e ambizione climatica, tessere nuove relazioni senza tradire i principi che dichiara di voler difendere. Se i capitoli sulla sostenibilità resteranno lettera morta, se i meccanismi di controllo saranno blandi, l’Ue perderà non solo credibilità, ma anche consenso interno. Se invece saprà far vivere quelle clausole – con monitoraggi, dialoghi strutturati, eventuali correzioni di rotta – l’iTA potrà diventare il laboratorio di una nuova stagione di politica commerciale “verde” e responsabile.
In questo mosaico complesso, l’Italia occupa una casella particolare. Roma non è stata spettatrice: è il Paese che, con il suo voto favorevole, ha reso possibile l’accordo in Consiglio dopo mesi di incertezza. Una scelta che ha un significato preciso: l’Italia ha deciso di collocarsi nel fronte di chi crede che il proprio futuro economico e politico passi anche da un più stretto abbraccio con l’America meridionale.
Le ragioni sono molteplici. C’è, anzitutto, la struttura del nostro sistema produttivo: un Paese che vive di export e di manifattura di qualità, di macchinari, tecnologie, beni intermedi, prodotti agroalimentari e di consumo a elevato contenuto di valore aggiunto. Per settori chiave come la meccanica strumentale, i beni per l’agroindustria, la chimica fine, il design, i dazi sudamericani erano spesso una barriera robusta. La loro progressiva eliminazione apre spazi che potranno essere colti soprattutto dalle piccole e medie imprese, se adeguatamente accompagnate da politiche di supporto e da una diplomazia economica all’altezza.
Ma l’Italia non è solo una potenza industriale. È anche il Paese da cui, per oltre un secolo, sono partite ondate di migranti diretti in Brasile, Argentina, Uruguay. Oggi quelle comunità costituiscono un grande ponte umano: famiglie, memorie, tradizioni che uniscono le due sponde dell’Atlantico. In un mondo dove la politica estera non si fa più soltanto con le cancellerie ma anche con le diaspore, le università, le imprese, questo patrimonio relazionale è un vantaggio competitivo straordinario. Significa poter parlare all’America meridionale con un linguaggio di prossimità, non di estraneità.
Se l’Italia saprà valorizzare questo capitale, potrà presentarsi non come semplice beneficiaria dell’accordo negoziato a Bruxelles, ma come co‑protagonista di un nuovo asse euro‑latinoamericano. Un asse che può avere perno in alcuni grandi cantieri comuni: energie rinnovabili, idrogeno verde, infrastrutture sostenibili, digitalizzazione dei servizi pubblici, agricoltura di precisione, tutela della biodiversità. In ciascuno di questi ambiti il nostro Paese possiede know‑how, imprese, centri di ricerca in grado di dialogare alla pari con i partner del Mercosur.
Naturalmente, il quadro non è privo di ombre. Una parte del mondo agricolo italiano vive l’iTA con timore, e non senza motivi. La concorrenza di produzioni sudamericane – talvolta legate a regole diverse su fitofarmaci, benessere animale, uso del suolo – rischia di comprimere margini già sottili. Ignorare queste paure significherebbe consegnare il dibattito alle semplificazioni: agli applausi ciechi dei “globalisti” e ai rifiuti pregiudiziali dei “protezionisti”.
La responsabilità della politica è un’altra: fare in modo che l’apertura non sia sinonomo di abbandono. Ciò implica usare fino in fondo le clausole di salvaguardia, prevedere strumenti di compensazione per i settori più esposti, rafforzare i controlli sulla qualità e l’origine dei prodotti importati, pretendere – anche attraverso i meccanismi congiunti previsti dall’accordo – che gli impegni ambientali e sociali assunti dai partner siano verificabili e, se necessario, sanzionabili. Solo così l’internazionalizzazione potrà essere percepita non come minaccia, ma come leva di sviluppo condiviso.
L’iTA, insomma, è un momento di verità per l’Italia. Possiamo limitarci a leggere l’accordo nella contabilità dei “più” e dei “meno” commerciali, nel confronto tra categorie che si sentono vincenti o perdenti. Oppure possiamo coglierlo come occasione per ridefinire la nostra idea di interesse nazionale nel XXI secolo: non un recinto da difendere a colpi di barriere, ma una rete di relazioni da tessere con intelligenza, in cui la difesa di lavoro, ambiente, qualità delle produzioni si coniuga con la partecipazione attiva ai grandi processi di trasformazione globale.
Se sceglieremo la seconda strada, l’Italia potrà guardare al nuovo Atlantico che si dischiude tra Europa e Mercosur non come a un orizzonte lontano, ma come allo spazio naturale della propria proiezione politica, economica e culturale. Un Atlantico in cui tornare ad essere non spettatori, ma protagonisti.
