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di Gianni Lattanzio

C’è sempre un momento, nella storia, in cui il potere smarrisce il senso del limite e si illude di poter piegare la realtà alla propria volontà. Sant’Agostino lo aveva compreso osservando il tramonto dell’Impero romano: tra la civitas Dei e la civitas terrena non vi è soltanto una distinzione teologica, ma una tensione permanente tra chi crede che la forza fondi l’ordine e chi sa che senza giustizia non vi è che dominio.

L’incontro tra Marco Rubio e Leone XIV si colloca esattamente su questa linea di faglia. Non è stato un semplice episodio diplomatico, ma il punto di contatto – e di attrito – tra due visioni del mondo che oggi si contendono la legittimità del discorso internazionale. Da un lato, la grammatica della potenza, che nel linguaggio della Casa Bianca assume i tratti di una necessità strategica: l’Iran va fermato, anche con la guerra; Cuba va piegata, anche con l’isolamento; il disordine globale va governato attraverso la deterrenza. Dall’altro, la voce del Papa, che con ostinazione quasi controcorrente ricorda che “la guerra è tornata di moda”, e proprio per questo deve essere delegittimata, sottratta alla normalità del calcolo politico.

Si potrebbe dire, parafrasando Clausewitz, che per Washington la guerra resta la continuazione della politica con altri mezzi; mentre per Leone XIV – nella scia di una tradizione che da Benedetto XV a Francesco ha attraversato un secolo di tragedie – essa è il fallimento della politica, il suo punto di rottura. È qui che il dialogo si fa difficile, quasi impossibile, e proprio per questo necessario.

Rubio arriva in Vaticano come emissario di una potenza che non può permettersi di ignorare la Santa Sede, ma che fatica a riconoscerne la logica. La diplomazia americana parla il linguaggio degli interessi, quello vaticano quello dei principi; e tuttavia entrambi sanno che non esiste più uno spazio internazionale in cui si possa prescindere dall’altro. Il cardinale Parolin lo ha detto con sobrietà realista: dagli Stati Uniti “non si può prescindere”. Ma altrettanto vero è il contrario: nessuna strategia globale può reggere a lungo se ignora quella “forza debole” che è l’autorità morale del Papato.

Nel gesto dei doni si è consumata, quasi in forma simbolica, questa distanza. Il fermacarte di cristallo offerto da Rubio – oggetto solido, chiuso, immobile – sembra evocare un mondo che si vuole fissare, ordinare, trattenere dentro coordinate di potenza. La penna d’ulivo donata da Leone XIV richiama invece la parola, il dialogo, la costruzione lenta e imperfetta della pace. È, in fondo, la differenza tra chi pensa di poter “scrivere” la storia con la forza e chi sa che la storia si persuade, si orienta, si educa.

Il nodo dell’Iran rende questa divergenza ancora più evidente. La Casa Bianca insiste sulla necessità di impedire a Teheran l’accesso all’arma nucleare, costruendo una narrativa che giustifica l’uso della forza come prevenzione del male maggiore. Il Papa, con una chiarezza che ha irritato Washington, ha ribadito l’opposto: non solo l’uso, ma anche il possesso delle armi nucleari è moralmente inaccettabile. È una posizione che non nasce da ingenuità pacifista, ma da una consapevolezza storica: ogni volta che la guerra viene normalizzata come strumento legittimo, essa tende a sfuggire al controllo di chi l’ha scatenata.

Cuba, poi, è il luogo dove la geopolitica si intreccia con la biografia. Rubio, figlio dell’esilio, porta con sé una memoria personale che si traduce in progetto politico: la fine del regime dell’Avana. Il Vaticano, al contrario, custodisce una memoria diplomatica fatta di mediazioni pazienti, di aperture graduali, di rifiuto delle sanzioni che colpiscono i più deboli. Qui il contrasto non è solo tra due strategie, ma tra due antropologie: quella che vede nella pressione il motore del cambiamento e quella che affida al dialogo la trasformazione dei sistemi politici.

E tuttavia, nonostante tutto, l’incontro è avvenuto. E questo è forse il dato più rilevante. In un tempo in cui il linguaggio internazionale si è fatto più aspro, più semplificato, più incline alla demonizzazione dell’altro, il fatto stesso che Washington e il Vaticano continuino a parlarsi è un segnale controcorrente. Non c’è accordo, ma c’è riconoscimento reciproco. Non c’è convergenza, ma c’è consapevolezza di una interdipendenza inevitabile.

Roma, in questo scenario, torna a essere ciò che la sua storia le ha assegnato: non soltanto capitale politica, ma spazio simbolico in cui le contraddizioni del mondo possono essere esposte senza esplodere. Non è un caso che, nelle stesse ore, leader europei e americani si muovano tra il Tevere e il Cupolone, come se questa città conservasse ancora una funzione di “equilibrio”, una civilis prudentia che – per dirla con i classici – non elimina il conflitto, ma lo rende abitabile.

Resta, infine, una domanda che supera la contingenza della visita: può la politica internazionale recuperare il senso del limite senza passare attraverso nuove catastrofi? Oppure, come temeva Agostino, la città degli uomini è destinata a riconoscere la propria fragilità solo dopo aver sperimentato fino in fondo la propria hybris?

La risposta non è scritta nei comunicati ufficiali né nelle fotografie di rito. Ma forse si intravede in quel gesto semplice – una penna d’ulivo – che oppone alla durezza del mondo la pazienza della parola. In un’epoca che sembra aver riscoperto la seduzione della forza, è un promemoria tanto inattuale quanto necessario.

09-05-2026
Autore: Gianni Lattanzio
Direttore di Meridianoitalia.tv
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