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di Aicha Bouazza

Il 18 maggio 2026, presso la Biblioteca Maurice Borrmans del Pontificio Istituto di Studi Arabi e d'Islamistica (PISAI) a Roma, si è tenuta una conferenza di alto profilo diplomatico in occasione del cinquantesimo anniversario dell'instaurazione delle relazioni tra il Regno del Marocco e la Santa Sede. Un'occasione che ha rivelato la profondità di un legame costruito nel tempo su basi di rispetto reciproco, dialogo interreligioso e visione condivisa per la pace nel Mediterraneo e nel mondo.

Un anniversario, una storia comune

Il 1976 segna l'avvio formale di una delle relazioni diplomatiche più emblematiche tra un Paese a maggioranza musulmana e la Santa Sede. Mezzo secolo di storia comune, costellata di incontri di alto livello, iniziative di dialogo interreligioso e di una cooperazione che ha saputo trascendere le differenze confessionali per affermare valori universali di convivenza, rispetto e solidarietà umana.

A celebrare questo traguardo, l'Ambasciata del Regno del Marocco presso la Santa Sede e il 

Sovrano Militare Ordine di Malta, in collaborazione con il PISAI, ha organizzato una conferenza di rara profondità intellettuale e diplomatica, presentata da Sua Eccellenza l'Ambasciatrice Rajae Naji, figura di straordinaria statura istituzionale e accademica.

Mezzo secolo di dialogo e diplomazia tra il Regno del Marocco e la Santa Sedeè un esempio luminoso per il mondo contemporaneo

Il cinquantesimo anniversario delle relazioni diplomatiche tra il Regno del Marocco e la Santa Sede non è soltanto una ricorrenza di protocollo. È l'occasione per interrogarsi sul significato di un legame che sfida le categorie ordinarie della diplomazia: un'alleanza tra una monarchia islamica millenaria e il centro spirituale del Cattolicesimo mondiale, fondata non su interessi contingenti ma su una visione condivisa dell'uomo, della fede e della pace. Il convegno tenuto a Roma il 18 maggio 2026 ha offerto gli strumenti per comprendere perché questo rapporto sia non soltanto duraturo, ma esemplare.

L'apertura è stata la voce del PISAI e la memoria dei pontefici

I lavori sono stati aperti dal Preside professor Wasim Salman, il quale ha saputo evocare con rara efficacia il significato storico e spirituale di questa ricorrenza. Nel suo intervento introduttivo, ha ricordato che il PISAI — fondato nel 1926 — rappresenta da un secolo un presidio intellettuale insostituibile per il dialogo con l'islam moderato, crocevia di incontro tra la tradizione cattolica e il pensiero islamico nelle sue espressioni più illuminate.

È una diplomazia che nasce dalla teologia

Ci sono relazioni diplomatiche che si aprono per convenienza e si chiudono per oblio. Ce ne sono altre, più rare, che nascono da una necessità più profonda: il riconoscimento reciproco di due tradizioni spirituali che, pur nella loro differenza, si interrogano sulle stesse domande ultime. Il rapporto tra il Regno del Marocco e la Santa Sede appartiene a questa seconda categoria.

Dal 1976, anno in cui le due parti stabilirono formalmente i loro legami, la diplomazia bilaterale ha percorso tappe che nessun manuale di relazioni internazionali avrebbe saputo prevedere. Nel 1985, Giovanni Paolo II si recò a Casablanca su invito di Re Hassan II e parlò davanti a ottantamila giovani musulmani: non di differenze dottrinali, non di confini teologici, ma di fede come responsabilità comune verso l'umanità. Fu un atto di portata storica. Nel 2019, Papa Francesco raggiunse Rabat su invito di Re Mohamed VI: altra conferma che questo dialogo non si esaurisce nelle cancellerie, ma vive nei gesti, nelle parole e nella presenza fisica dei suoi protagonisti.

Questi incontri non sono stati episodi isolati. Sono stati momenti di un disegno coerente, nel quale il regno del Marocco ha svolto — e continua a svolgere — un ruolo che nessun altro Paesedel mondo arabo-musulmano ha saputo o voluto assumere in modo altrettanto sistematico: quello di interlocutore privilegiato tra l'Islam e l'Occidente cristiano, tra la tradizione religiosa e la modernità istituzionale.

Il professor Salman ha concluso la sua introduzione tracciando il ritratto di S.E. l'Ambasciatrice Rajae Naji, donna di scienza e di diplomazia, la cui carriera testimonia l'eccellenza delle istituzioni marocchine nel promuovere figure di alto profilo sulla scena internazionale.

Il cuore della conferenza è stato l'intervento magistrale dell'Ambasciatrice Rajae Naji, che ha offerto un'analisi densa e illuminante dell'istituzione della Commanderia dei Credenti — in arabo»Imarat al-Mu'minin — quale fondamento teologico, storico e costituzionale della monarchia marocchina.

Ripercorrendo le origini dell'istituzione, S.E. Naji ha guidato l'uditorio attraverso i secoli, dall'atto fondativo della Bay'aالبيعة 

Il Patto tra Dio, il Re e il Popolo:La Bay’aالبيعةè il patto millenario tra il sovrano e il popolo marocchino- fondamento di una legittimità triplice: storica, religiosa e politica 

La Commanderia dei Credenti: quando il potere è un patto sacro

Per comprendere la natura di questo Paese — e dunque la natura di questo dialogo — occorre comprendere l'istituzione che ne costituisce il cuore: la Commanderia dei Credenti, in arabo Imarat al-Mu'minin. Non si tratta di un titolo onorifico né di una formula cerimoniale. È il fondamento teologico-giuridico dell'autorità monarchica marocchina, e la sua comprensione è indispensabile per chiunque voglia leggere la politica religiosa del Regno del Marocco con gli strumenti adeguati.

Le origini risalgono alla fine dell'VIII secolo, quando le tribù del Regno Marocco riconobbero in Moulay Idris I — discendente del Profeta per linea diretta — il loro sovrano e la loro guida spirituale. Il gesto con cui siglarono questo riconoscimento si chiama البيعةBay'a: un atto di fedeltà che è al tempo stesso contratto politico e impegno religioso, nel quale il sovrano si obbliga a governare secondo giustizia e a proteggere la fede, mentre il popolo si obbliga all'obbedienza e al sostegno. Non una sottomissione, dunque, ma un patto. Una responsabilità condivisa.

Nel corso dei secoli, la Bay’aالبيعة   ha attraversato epoche diverse, crisi interne, pressioni esterne — tra cui il Protettorato francese — senza mai perdere la sua centralità nell'ordinamento marocchino. Le successive Costituzioni, da quella del 1962 a quella del 2011, ne hanno sancito formalmente il valore, integrando l'istituzione della Commanderiadei Credenti nell'architettura dello Stato moderno senza svuotarla del suo contenuto spirituale. È un equilibrio che pochi ordinamenti al mondo hanno saputo raggiungere: la modernità costituzionale senza la rottura con la tradizione religiosa.

“La Bayaالبيعةnon è un atto di sottomissione. È un contratto tra il sovrano e il suo popolo, sigillato davanti a Dio.”

Questa triplice legittimità — storica, religiosa e politica — è ciò che rende il modello marocchino unico nel panorama islamico contemporaneo. Il Comandante dei Credenti non è soltanto il capo di Stato: è il garante dell'identità spirituale della nazione, il custode di un islam moderato, tollerante e aperto che rappresenta la cifra più profonda della cultura marocchina.

Un islam che forma, non che divide

L'unicità del modello marocchino non risiede soltanto nella sua architettura istituzionale, ma nella capacità concreta di formare e diffondere una cultura religiosa che il mondo guarda con crescente attenzione. Attraverso istituzioni di rango internazionale — l'Università al-Qarawiyyin di Fez, fondata nell'859 e considerata la più antica istituzione universitaria esistente; l'Istituto Mohamed VI per la Formazione degli Imam, che accoglie studenti da decine di Paesi africani e arabi; la Fondazione Mohammadia degli Ulema; e le DurusHasaniyya, le lezioni teologiche che il Sovrano presiede ogni anno durante il Ramadan alla presenza dei massimi giuristi e studiosi islamici del mondo — il Marocco proietta la propria visione dell'islam ben oltre i propri confini.

Si tratta di una visione che rifiuta il fanatismo e il settarismo non per debolezza identitaria, ma per forza di tradizione. Un islam radicato nella sua storia — araba, amazigh, africana, andalusa — che proprio per questo non teme il dialogo con l'altro, non si sente minacciato dall'incontro con ciò che è diverso. È questa, probabilmente, la ragione più profonda per cui il Regno del Marocco e la Santa Sede si capiscono: entrambi custodiscono una tradizione millenaria; entrambi sanno che la tradizione più vitale è quella capace di aprirsi senza dissolversi.

Un dettaglio rivelatore illumina questa prospettiva: una donna — S.E. l'Ambasciatrice Rajae Naji — è stata la prima e unica persona di genere femminile invitata da Sua Maestà Re Mohamed VI a condurre i Durus Hasaniyya. Non è un gesto simbolico: è la manifestazione coerente di una visione in cui l'autorità religiosa non è monopolio di genere, e in cui la riforma dell'islam si compie dall'interno, con la forza della tradizione stessa, non contro di essa.

“Riformare l’islam non significa abbandonarlo. Significa riportarlo alla sua essenza più profonda: la misericordia, la giustizia, l’apertura.”

La pluralità come identità: il Regno del Marocco oltre gli stereotipi

Il Regno del Marocco è un Paese che non si lascia ridurre a una sola identità, e questa irriducibilità è la sua ricchezza più autentica. Arabi e Amazigh, popolazioni di radice africana subsahariana, discendenti degli esuli andalusi, comunità ebraiche presenti da secoli: il Regno del Marocco è, da sempre, un crocevia di civiltà, un luogo dove le differenze non si cancellano ma si compongono in una sintesi originale.

In questo quadro, la protezione degli ebrei marocchini durante il Protettorato francese da parte di Re Mohamed V assume il valore di un manifesto politico-morale. Quando le autorità coloniali imposero le leggi razziali, il Sovrano si rifiutò di applicarle ai suoi sudditi ebrei, assumendosi un rischio personale considerevole. Non fu un calcolo strategico: fu la conseguenza naturale di una concezione della regalità in cui il sovrano è padre di tutti i suoi sudditi, indipendentemente dalla loro fede. Le comunità ebraiche marocchine — sparse oggi tra il regno del Marocco, Israele, Francia e le Americhe — non hanno dimenticato. E questo ricordo vivo è esso stesso una forma di diplomazia: la più antica e la più durevole.

L'esistenza del monastero benedettino di Toumliline, sulle alture dell'Atlante Medio, è un altro capitolo di questa storia. Negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, quel piccolo comunità monastica cristiana ospitò incontri tra monaci e intellettuali musulmani che anticiparono di anni lo spirito del Concilio Vaticano II. Il dialogo non nacque nelle cancellerie: nacque in un bosco di cedri, tra preghiera e studio, tra persone che si rispettavano perché si riconoscevano. È il tipo di precedente che non si insegna nelle scuole di diplomazia, ma che vale più di mille trattati.

Il custode di Gerusalemme e la responsabilità della pace

L'intervento della S.ERajae Naji ha toccato infine un tema di rilevanza geopolitica globale: il ruolo di Sua Maestà Re Mohamed VI quale Presidente del Comitato di Gerusalemme (Al-Quds), incarico trasmesso di padre in figlio nella dinastia alaouita e che affida alla Corona marocchina la responsabilità della tutela del patrimonio spirituale e culturale della Città Santa per le tre religioni monoteiste.

È una dimensione del ruolo internazionale del Regno del Marocco che è ancora insufficientemente compresa al di fuori degli ambienti diplomatici specializzati, eppure che è forse la più rilevante per il futuro delle relazioni tra i mondi religiosamente diversi: il ruolo della Corona marocchina come Presidente del Comitato di Gerusalemme, l'organismo che, nell'ambito dell'Organizzazione della Cooperazione Islamica, ha il mandato di tutelare il patrimonio spirituale, culturale e materiale della Città Santa per le tre religioni abramitiche. 

Questa responsabilità non è puramente nominale. È una responsabilità storica che il Regno del Regno del Marocco esercita con consapevolezza piena del suo peso. Il Re Mohamed VI dedica attenzione costante e risorse concrete, e la mantiene al centro di una politica estera che si distingue per la sua continuità e la sua coerenza. In tale contesto, la relazione privilegiata con la Santa Sede assume un significato che va ben oltre il bilaterale: è la pietra angolare di un edificio diplomatico più vasto, nel quale il Regno del Marocco si propone come garante della convivenza tra le fedi in uno dei luoghi più carichi di tensioni del mondo.

Per la Santa Sede, avere un interlocutore islamico che condivide questa visione — che vede Gerusalemme non come oggetto di rivendicazioni esclusive ma come patrimonio comune dell'umanità credente — è di un valore inestimabile. È ciò che trasforma una relazione diplomatica in un'alleanza spirituale.

Cinquant'anni non sono un traguardo: sono una radice, è un modello per il mondo

A cinquant'anni dall'instaurazione delle relazioni diplomatiche tra il Regno del Marocco e la Santa Sede, la conferenza del 18 maggio 2026 ha offerto ben più di una celebrazione: ha proposto un modello. Un modello di diplomazia spirituale, fondata non soltanto su interessi condivisi, ma su una visione comune dell'umanità, del sacro e della convivenza.

Il Regno del Marocco che emerge dal ritratto tracciato da S.E. l'Ambasciatrice Naji è un paese che ha saputo costruire, nel corso dei secoli, un'identità religiosa capace di parlare a tutto il mondo islamico e di dialogare con le altre tradizioni di fede senza rinunciare alla propria. Una monarchia che non separa la legittimità religiosa da quella politica, ma le fonde in un'istituzione — la Commanderia dei Credenti — che è al tempo stesso custode della tradizione e artefice del rinnovamento.

La Santa Sede, da parte sua, ha trovato nel Regno Marocco un interlocutore affidabile e visionario, un partner nella comune battaglia per la pace, per la protezione delle minoranze, per il rispetto della dignità umana. Questo anniversario è, al tempo stesso, una radice e un seme: radice di ciò che è stato costruito con pazienza e saggezza, seme di ciò che ancora si può costruire insieme.

La conferenza si è conclusa con un momento conviviale, durante il quale diplomatici, accademici, religiosi e rappresentanti della società civile hanno proseguito i colloqui in un'atmosfera di cordialità e stima reciproca, confermando che il dialogo più autentico si nutre anche di incontri umani.

23-05-2026
Autore: Aicha Bouazza
Lettrice di Lingua Araba all’Universita’ degli Studi Roma Tre
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