di Gianni Lattanzio
Vi sono stagioni della storia nelle quali gli eventi non si limitano ad accadere, ma sembrano mutare la grammatica stessa del mondo. Non cambiano soltanto i rapporti di forza, le alleanze, le frontiere, le economie; cambia il modo in cui gli uomini e i popoli percepiscono il proprio destino. L’Europa vive oggi una di queste soglie: un tempo sospeso e drammatico, nel quale l’ordine internazionale che aveva accompagnato la seconda metà del Novecento e l’illusione pacificata della globalizzazione mostra crepe profonde, mentre un nuovo equilibrio tarda a nascere.
È il tempo dell’interregno. Antonio Gramsci, con formula divenuta ormai categoria della modernità politica, scriveva che “il vecchio mondo muore, il nuovo tarda a comparire” e in questo chiaroscuro nascono i fenomeni morbosi. Poche immagini descrivono meglio la condizione presente. L’ordine uscito dal 1945, poi riplasmato dal 1989, si fondava su alcune certezze: la centralità dell’Occidente, la fiducia nelle istituzioni multilaterali, l’espansione del mercato globale, la convinzione che l’interdipendenza economica avrebbe reso la guerra sempre più irrazionale e dunque improbabile. Quelle certezze non sono scomparse del tutto, ma hanno perduto la loro innocenza.
L’Europa, più di altri soggetti, è stata figlia di quel mondo. Dopo aver conosciuto l’abisso delle guerre totali, dei totalitarismi, dei campi di sterminio, delle città distrutte e delle nazioni lacerate, essa ha compiuto uno dei più alti esperimenti politici della storia contemporanea: trasformare la potenza in diritto, la sovranità assoluta in sovranità condivisa, il conflitto in procedura, la memoria del sangue in istituzione di pace. La costruzione europea nasce da qui: non da una mera convenienza economica, ma da una promessa morale e civile. Essa è, prima ancora che un mercato, una risposta alla tragedia.
Eppure proprio questa grandezza rischia oggi di trasformarsi in fragilità, se l’Europa non saprà misurarsi con il ritorno della storia. Per troppo tempo il continente ha coltivato l’idea di poter abitare una dimensione post-tragica, quasi che le ombre del Novecento fossero definitivamente alle spalle e che il mondo intero fosse destinato, con lentezza ma inevitabilmente, a convergere verso il modello della democrazia liberale, del commercio regolato, dei diritti individuali e della cooperazione multilaterale. Ma la storia non abdica mai per sempre. Può tacere, può arretrare, può mutare linguaggio; poi ritorna, spesso con il volto severo della guerra, della paura, della frontiera, della potenza.
Il ritorno della guerra sul continente europeo, la competizione tra Stati Uniti e Cina, la nuova assertività russa, il disordine mediorientale, la pressione demografica e politica dell’Africa, la crisi del multilateralismo, la corsa alle materie prime critiche, il controllo delle rotte marittime, dei cavi sottomarini, dei dati e dell’intelligenza artificiale ci dicono che la geopolitica non è una disciplina per specialisti, ma la forma concreta nella quale il destino dei popoli si manifesta. La geografia, che la globalizzazione aveva preteso di dissolvere nei flussi, torna a essere destino: stretti, mari interni, porti, deserti, frontiere, corridoi energetici, piattaforme digitali e catene del valore sono le nuove mappe del potere.
L’Europa non può più considerarsi una grande Svizzera morale del mondo, protetta dalla sua ricchezza, dalla sua memoria e dalla sua capacità normativa. Essa è una penisola dell’Eurasia, affacciata sul Mediterraneo, prossima all’Africa, esposta all’Est, profondamente intrecciata con il Medio Oriente. La sua stessa identità nasce dalla relazione: Atene e Gerusalemme, Roma e Bisanzio, il cristianesimo e l’Illuminismo, il diritto romano e la filosofia greca, le università medievali e le rivoluzioni moderne, il monachesimo e la scienza, il commercio mediterraneo e le grandi esplorazioni, l’universalismo dei diritti e le ferite del colonialismo. L’Europa non è mai stata purezza immobile; è stata piuttosto incrocio, traduzione, conflitto, sintesi, frontiera.
Proprio per questo essa deve evitare due opposte tentazioni. La prima è quella della chiusura identitaria, della fortezza impaurita, della nostalgia di un passato immaginato come compatto e innocente. La seconda è quella dell’indistinzione cosmopolitica, di un universalismo astratto che, nel nome dell’apertura, dimentica la necessità di una forma politica, di confini giuridici, di istituzioni capaci di decidere e proteggere. Una civiltà matura non rinnega le proprie radici, ma non le trasforma in idolo. Non si apre al mondo fino a dissolversi, ma non si difende dal mondo fino a tradire se stessa.
Il rapporto con l’Africa costituisce una delle grandi prove del XXI secolo. Troppo a lungo l’Europa ha guardato al continente africano con categorie insufficienti: l’emergenza, l’aiuto, la povertà, la migrazione, talvolta la colpa. Ma l’Africa è oggi molto di più: è il continente della giovinezza demografica, delle urbanizzazioni accelerate, delle risorse decisive per la transizione energetica, delle nuove economie digitali, delle culture politiche in trasformazione, ma anche delle fragilità statuali, della penetrazione jihadista, delle crisi climatiche, delle competizioni tra potenze esterne. Cina, Russia, Turchia, Paesi del Golfo e Stati Uniti si muovono in Africa con strumenti diversi, spesso con maggiore rapidità e minori esitazioni rispetto all’Europa.
Per l’Italia e per l’Unione europea non si tratta più di “occuparsi” dell’Africa come di un problema esterno. Si tratta di comprendere che il Mediterraneo allargato, dal Sahel al Corno d’Africa, dal Maghreb al Golfo di Guinea, è ormai parte integrante della nostra sicurezza, della nostra economia, della nostra stabilità sociale e della nostra responsabilità storica. Energia, migrazioni, clima, agricoltura, infrastrutture, formazione, sicurezza alimentare e lotta al terrorismo non sono capitoli separati, ma elementi di un’unica questione strategica. La parola decisiva non può essere paternalismo, né assistenza episodica; deve essere reciprocità. Non “aiutare l’Africa” dall’alto di una presunta superiorità, ma costruire con l’Africa un destino condiviso, fondato su dignità, sviluppo, lavoro, formazione e corresponsabilità.
A Est, la guerra ha dissolto molte illusioni. L’Europa ha riscoperto il significato tragico della frontiera, il peso delle memorie imperiali, la forza dei nazionalismi feriti, la vulnerabilità delle democrazie quando non sono sostenute da adeguate capacità di difesa. Per decenni l’allargamento europeo è stato letto soprattutto come estensione di uno spazio giuridico, economico e amministrativo. Oggi esso torna a essere anche una scelta geopolitica. Ucraina, Balcani occidentali, Moldavia, Caucaso non sono periferie burocratiche, ma luoghi nei quali si decide se l’Europa saprà stabilizzare il proprio vicinato o se resterà oggetto delle strategie altrui.
La pace, insegna la storia, non vive di sole intenzioni. Ha bisogno di diritto, ma anche di forza legittima; di diplomazia, ma anche di deterrenza; di memoria, ma anche di istituzioni capaci di agire. La più nobile vocazione europea alla pace non può coincidere con il disarmo della volontà politica. Essere potenza civile non significa essere potenza inerme. Significa piuttosto subordinare la forza al diritto, ma non rinunciare agli strumenti necessari per difendere il diritto stesso.
Il Medio Oriente, infine, rimane la grande ferita aperta alle porte d’Europa. In quella regione si condensano, quasi in forma tragicamente simbolica, le linee di frattura del mondo contemporaneo: religioni, imperi, colonialismi, nazionalismi, petrolio, confini artificiali, minoranze perseguitate, guerre civili, occupazioni, terrorismo, aspirazioni democratiche tradite, autoritarismi resilienti. Ogni crisi mediorientale attraversa immediatamente l’Europa: nelle comunità diasporiche, nei mercati energetici, nella sicurezza interna, nelle coscienze religiose e laiche, nelle università, nelle piazze, nei parlamenti. Il Mediterraneo non è un fossato che ci separa dal disordine; è uno specchio che ci restituisce l’immagine delle nostre responsabilità.
L’Europa, in Medio Oriente, non può permettersi né l’irrilevanza né la retorica. Deve ritrovare una parola politica alta, capace di tenere insieme sicurezza e giustizia, protezione dei civili e riconoscimento dei popoli, diritto internazionale e realismo diplomatico. Non vi sarà pace stabile se la dignità dell’altro continuerà a essere percepita come una minaccia. Non vi sarà sicurezza autentica se essa verrà costruita sulla disperazione permanente. Non vi sarà giustizia se il dolore di un popolo sarà usato per cancellare quello di un altro. Qui l’Europa potrebbe ancora offrire qualcosa al mondo: non una soluzione calata dall’alto, ma una cultura della misura, del diritto, della mediazione, della persona.
Il punto decisivo, tuttavia, è che l’Europa deve tornare a pensarsi politicamente. Per troppo tempo ha delegato: la sicurezza agli Stati Uniti, la crescita alla globalizzazione, l’energia a fornitori esterni, la tecnologia ad altri poli industriali, la demografia all’inerzia, la coesione sociale alla capacità redistributiva degli Stati nazionali. Ora ciascuna di queste deleghe mostra il proprio limite. Senza autonomia energetica, l’Europa è ricattabile. Senza capacità tecnologica, è dipendente. Senza difesa comune, è incompiuta. Senza politica industriale, è marginale. Senza formazione e ricerca, è destinata al declino. Senza giustizia sociale, è esposta al risentimento. Senza cultura, è soltanto amministrazione.
La questione europea non è dunque soltanto istituzionale. È spirituale, nel senso più laico e più profondo del termine. Riguarda l’anima di una civiltà. L’Europa può ancora dire qualcosa al mondo se saprà ricomporre ciò che la modernità tarda ha separato: libertà e responsabilità, diritti e doveri, mercato e comunità, tecnica e umanesimo, identità e apertura, nazione ed Europa. La transizione ecologica non potrà essere credibile se non sarà anche ecologia umana. La competitività non potrà fondarsi sulla compressione della dignità del lavoro. La sicurezza non potrà ridursi a militarizzazione. L’accoglienza non potrà prescindere dall’integrazione. L’identità non potrà diventare esclusione. La libertà non potrà sopravvivere senza verità pubblica, istruzione, fiducia e partecipazione.
In questo quadro l’Italia ha una responsabilità singolare. La sua geografia è già una politica. Siamo un Paese europeo e mediterraneo, continentale e marittimo, occidentale e proiettato verso Sud. Non siamo margine, ma cerniera. La nostra storia, da Roma al Rinascimento, dal cristianesimo sociale al costituzionalismo repubblicano, ci consegna una vocazione all’universalità concreta, non imperiale ma civile. L’Italia può offrire all’Europa una profondità mediterranea che spesso le è mancata; può ricordarle che il Sud non è periferia del futuro, ma uno dei suoi centri decisivi; può contribuire a una politica europea capace di parlare non soltanto il linguaggio dei parametri, ma quello della storia, dei popoli, delle culture e della dignità.
Il nuovo ordine mondiale non sarà generoso con chi resterà spettatore. Sarà più duro, più frammentato, più competitivo, forse multipolare, certamente meno ingenuo di quello che avevamo immaginato negli anni Novanta. In esso l’Europa potrà declinare o rinascere. Declinerà se continuerà a confondere la prudenza con l’inazione, il pluralismo con la paralisi, i valori con le dichiarazioni, la memoria con la nostalgia. Potrà rinascere se saprà unire cultura e potenza, diritto e decisione, radici e futuro, giustizia sociale e visione geopolitica.
Non si tratta di costruire un’Europa imperiale, né di inseguire modelli di potenza estranei alla sua storia migliore. Si tratta di edificare un’Europa adulta: consapevole che la pace non è un dono, ma un’opera; che il diritto non vive senza istituzioni; che la solidarietà non è debolezza; che la sovranità condivisa non è rinuncia, ma moltiplicazione di capacità; che la democrazia non si difende soltanto con le procedure, ma con una cultura civile capace di generare fiducia, responsabilità e appartenenza.
L’Europa nacque, nella sua forma contemporanea, per impedire il ritorno della barbarie. Oggi quella barbarie non ha un solo volto. È guerra, certo; ma è anche disumanizzazione tecnologica, solitudine sociale, sfruttamento del lavoro, devastazione ambientale, manipolazione della verità, odio identitario, indifferenza verso il dolore altrui. Per questo il compito europeo resta immenso: custodire l’umano in un tempo che tende a ridurlo a numero, dato, consumatore, minaccia o scarto.
La storia non chiede all’Europa di essere perfetta. Le chiede di essere fedele alla parte più alta di sé. Le chiede di abitare il disordine senza esserne travolta, di parlare al mondo senza arroganza, di difendere la pace senza ingenuità, di riconoscere la forza senza idolatrarla, di custodire la libertà senza separarla dalla giustizia. In fondo, il destino europeo si gioca qui: nella capacità di trasformare la paura in responsabilità, la memoria in futuro, la fragilità in vocazione politica. Se saprà farlo, l’Europa non sarà una reliquia del passato, ma una delle poche speranze civili del secolo che viene.
