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di Tiberio Graziani

Partendo dalla candidatura del Kirghizistan per un seggio non permanente nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, questo articolo esamina la crisi dell’attuale architettura della governance multilaterale, che rimane ancorata agli equilibri geopolitici stabiliti all’indomani della Seconda guerra mondiale. In questo contesto, l’Asia Centrale emerge come un’area di crescente rilevanza strategica, sia per la sua relativa stabilità sia per il suo ruolo di cerniera geopolitica nello spazio eurasiatico. Qualsiasi eventuale ampliamento del Consiglio di Sicurezza, tuttavia, avrebbe significato solo se accompagnato da una reale revisione dei suoi meccanismi decisionali, capace di riflettere l’evoluzione multipolare del sistema internazionale.

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L’appello lanciato dal presidente kirghiso Sadyr Japarov a sostegno della candidatura del Kirghizistan per un seggio non permanente nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per il biennio 2027–2028 non dovrebbe essere interpretato semplicemente come un atto di diplomazia nazionale o come l’iniziativa ordinaria di uno Stato di piccole o medie dimensioni volto ad accrescere il proprio profilo internazionale. Piuttosto, esso dovrebbe essere compreso come un segnale politico che richiama una questione strutturale: la crescente inadeguatezza dell’architettura multilaterale istituita nel secondo dopoguerra rispetto alla configurazione reale del sistema internazionale contemporaneo.

Quando il presidente Japarov denuncia la sottorappresentazione dei piccoli Stati, dei Paesi in via di sviluppo e delle nazioni prive di sbocco sul mare, solleva una questione che va ben oltre il caso kirghiso e tocca il problema centrale della cosiddetta governance globale: la persistente asimmetria tra la distribuzione formale del potere e la composizione effettiva della comunità internazionale. In altri termini, il Consiglio di Sicurezza continua a riflettere un equilibrio storico-politico da tempo divenuto obsoleto, mentre il mondo reale si è progressivamente evoluto verso una configurazione molto più articolata, plurale e policentrica.

Il punto centrale, tuttavia, non è semplicemente l’aspirazione del Kirghizistan a ottenere un seggio non permanente. La questione reale risiede altrove: l’ampliamento del Consiglio di Sicurezza viene oggi presentato come un tentativo di ampliare la rappresentanza nel sistema internazionale, ma resta poco chiaro se tale espansione corrisponderebbe a una reale redistribuzione del potere decisionale oppure costituirebbe soltanto un adattamento cosmetico di una struttura che conserva intatto il proprio nucleo oligarchico.

La questione è ben nota. Le Nazioni Unite nacquero in uno specifico contesto storico, quello della vittoria alleata nella Seconda guerra mondiale, e il Consiglio di Sicurezza fu concepito come un meccanismo di stabilizzazione dell’ordine emerso nel 1945. I cinque membri permanenti dotati di diritto di veto rappresentavano, all’epoca, il fulcro del potere globale. Oggi, tuttavia, quella struttura mostra evidenti limiti. L’ascesa di nuove aree geopolitiche, l’emergere di potenze regionali autonome, la crescente assertività del Sud Globale e il consolidamento di raggruppamenti multilaterali alternativi hanno reso problematica la pretesa universalistica di un’istituzione che continua a operare secondo logiche novecentesche.

Da questa prospettiva, la candidatura del Kirghizistan appare significativa perché esprime una domanda di inclusione proveniente da una regione — l’Asia Centrale — che negli ultimi anni ha progressivamente rafforzato la propria soggettività geopolitica. Non si tratta di un aspetto secondario. L’Asia Centrale rappresenta oggi uno dei pochi spazi geopolitici eurasiatici che, pur situandosi all’intersezione di grandi traiettorie strategiche e sottoposti a inevitabili pressioni esterne, è riuscito a preservare un equilibrio regionale relativamente stabile, configurandosi così come una vera e propria oasi di pace in un contesto internazionale segnato da crescenti tensioni sistemiche.

Questa condizione conferisce alla regione una specifica rilevanza geopolitica. La stabilità dell’Asia Centrale assume infatti un significato sistemico proprio perché la regione costituisce una cerniera geopolitica strategica nello spazio eurasiatico, fungendo da punto di connessione tra la sfera russa, la proiezione geopolitica cinese, l’Asia meridionale e il quadrante mediorientale, oltre a rappresentare un crocevia di corridoi energetici, infrastrutturali e commerciali di crescente importanza strategica.

L’Asia Centrale non è più semplicemente uno spazio di transito o una periferia strategica contesa dalle grandi potenze; al contrario, sta emergendo sempre più come un attore regionale dotato di una propria capacità di iniziativa multilaterale. Non è un caso che Biškek presenti la propria candidatura con il sostegno dei vicini centroasiatici: non si tratta semplicemente della promozione di un singolo Stato, ma dell’espressione di una domanda collettiva di riconoscimento internazionale proveniente da una regione che ha fatto della stabilità e del dialogo strumenti del proprio posizionamento geopolitico.

Occorre tuttavia evitare interpretazioni semplicistiche. L’ampliamento del Consiglio di Sicurezza, se limitato ad aumentare il numero dei membri non permanenti senza incidere sulla struttura del veto o sui reali meccanismi della decisione strategica, rischia di produrre null’altro che un effetto simbolico. In tal caso, si allargherebbe il cerchio della rappresentanza senza modificare il principio gerarchico che sostiene il sistema.

In altre parole, avere più attori seduti al tavolo non equivale necessariamente ad avere un sistema più equo.

La vera questione riguarda dunque la natura stessa della transizione internazionale in corso. Se il mondo si sta muovendo verso una configurazione autenticamente multipolare, allora la riforma delle istituzioni multilaterali deve riflettere tale pluralità, superando il monopolio decisionale ereditato dall’ordine postbellico. Se, al contrario, l’ampliamento servisse semplicemente a incorporare nuove periferie in un centro decisionale immutato, allora si tratterebbe di nulla più che di una sofisticata operazione finalizzata a legittimare l’ordine esistente.

Il caso kirghiso dimostra che la crisi della governance globale non riguarda soltanto la redistribuzione della rappresentanza, ma la ridefinizione dei principi stessi di ordinamento del sistema internazionale.

27-05-2026
Autore: Tiberio Graziani
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