di Gianni Lattanzio
“L’Europa non si farà tutta d’un colpo, né in una costruzione d’insieme: essa nascerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto.” Così esordiva Jean Monnet, padre fondatore dell’Unione, e mai come oggi questa massima suona urgente. Il nuovo bilancio UE per il 2028-2034, monumentale con i suoi 2.000 miliardi di euro, pari all’1,26% del RNL degli Stati membri, ambisce a rilanciare l’Europa come casa della democrazia sostanziale e dell’efficacia condivisa, affrontando le sfide della competitività, della sicurezza, del clima e della coesione sociale.
Numeri che valgono potere: le statistiche chiave
- Oltre 58 miliardi di euro di nuove risorse proprie/anno: 5 nuove fonti di gettito, comprendenti una “eurotassa” sulle imprese sopra i 100 milioni di fatturato netto, accise su tabacco (+11,2 mld l’anno), prelievi su e-waste (+15 mld l’anno), e ulteriori strumenti ESG.
- 865 miliardi di fondo unico per agricoltura, pesca, coesione e sociale, ma la PAC perde circa il 20% rispetto al ciclo precedente, scendendo a 300 miliardi per gli agricoltori – e, in valori reali, -30% a prezzi correnti rispetto al settennio passato.
- 131 miliardi destinati alla difesa europea: un incremento cinque volte superiore rispetto al ciclo finanziario 2021-2027, in linea con la “dottrina Draghi” di rilancio competitivo e autonomia strategica.
- Fondi triplicati per la gestione di frontiere e migrazione: 34 miliardi di euro.
La proposta della Commissione rivoluziona (e polarizza) la governance: 52 programmi saranno accorpati a 16, e 540 documenti verranno sostituiti da 27 piani nazionali e regionali. Niente più “rubriche” scollegate, ma “Partnership Plans” su riforme e investimenti, con pagamento subordinato al raggiungimento degli obiettivi. Qui sta la vera svolta giuridica: condizionalità e valutazione oggettiva dei risultati diventano la chiave per sbloccare i fondi.
La condizionalità – cioè, il legame tra accesso alle risorse e il rispetto dello Stato di diritto, delle riforme e degli impegni – ora vale per tutti: agricoltura, coesione, difesa, clima, persino il NextGenerationEU. In caso di violazioni, la Commissione può bloccare i pagamenti, garantendo così la prevalenza dell’“interesse comune” sugli egoismi nazionali.
Se politicamente la Commissione punta a “una capacità d’azione mai vista prima”, il Parlamento europeo ha definito la proposta “un congelamento degli investimenti in termini reali” e ha ammonito: “Non approveremo un bilancio ridotto al minimo comune denominatore delle preferenze nazionali. L’Europa ha bisogno di una visione condivisa, non di 27 liste della spesa.”
I rischi evocati dalle regioni e dagli agricoltori sono pesanti: la centralizzazione potrebbe spezzare la spina dorsale della coesione territoriale, mentre la riduzione dei fondi per la PAC e la competizione tra Stati e settori potrebbe accentuare le diseguaglianze interne. Tuttavia, la Commissione replica con piglio hobbesiano – parafrasando l’idea secondo cui “l’Unione è forte solo se rinuncia a essere la semplice somma degli interessi nazionali” – che l’unica alternativa alla centralizzazione è la frammentazione e, di conseguenza, la debolezza geopolitica.
Statistica e principio giuridico si intrecciano con visioni filosofico-politiche. Se, secondo Edmund Burke, “una società è un partenariato non solo tra coloro che vivono, ma anche tra coloro che sono morti e quelli che devono nascere”, il nuovo bilancio UE tenta, con lucida ambizione, di mantenere il patto generazionale: investire oggi in difesa, ricerca, innovazione, clima e coesione, per non lasciare il continente in balia dei venti (e dei dazi ).
La solidità del bilancio europeo è anche una garanzia giuridica per i diritti sociali fondamentali: il 14% delle risorse dei nuovi piani dovrà servire a combattere povertà, disuguaglianze e rafforzare il welfare. Come sottolineava Jacques Delors negli anni ’90, “non si può innamorarsi di un mercato unico: serve anche un’anima”. In quest’ottica, il budget 2028-2034 mira a dare anima (e strumenti) a un’Europa capace di essere “scudo” sociale oltre che motore di crescita.
Moltiplicare la potenza di fuoco europea significa anche anticipare le crisi: una riserva di 400 miliardi sarà pronta per prestiti straordinari agli Stati in caso di emergenze, segno della volontà di apprendere dalla pandemia e dalla crisi ucraina, in cui lentezze e divisioni sono costate caro.
A chi teme che la condizionalità sia arbitrio, la Commissione risponde con un paradigma positivo: “il nuovo sistema mira a garantire trasparenza, responsabilità e impatto oggettivo degli investimenti”, facilitando la programmazione integrata, riducendo il carico amministrativo e creando una regia condivisa tra Commissione, Stati, Regioni e stakeholder sociali. Solo così, citando Habermas, si può evitare che l’Ue si trasformi in una “costellazione post-nazionale priva di legittimazione sociale”.
Il bilancio UE per il periodo 2028-2034 rappresenta molto più che uno schema finanziario. È un manifesto politico in cui statistiche e filosofia, diritto e governance si saldano per rispondere, finalmente, alla domanda di “più Europa”. La vera sfida sarà tradurre questa ambizione in realtà: “Occorre molta più Europa. Purtroppo, senza consolidamento, prevarranno di nuovo le esigenze nazionali.”
