di Gianni Lattanzio
Immagina le linee della geopolitica come nervi scoperti che corrono dalla steppa ucraina fino al blu trepidante del Mediterraneo orientale. Oggi queste linee vibrano sotto la pressione incrociata di guerre “vecchie” e nuove, migrando come onde sismiche tra sponde che, a intervalli, si scoprono epicentro di fratture globali. Dal Mar Nero parte, travolgente, uno tsunami che investe porti, capitali, deserti di banchine e deserti umani, proiettandosi fino alle giganti piattaforme del gas, alle rotte segrete dei cereali e agli imbocchi strategici del Canale di Suez.
Quando pensiamo all’Ucraina, spesso la riduciamo a un dramma di trincee e città in macerie, ma la sua eco rimbalza potente sulle acque del Mar Nero, trasformando ogni scontro nell’area in una questione che riguarda la sicurezza europea, mediterranea, e delle catene di approvvigionamento globali. Qui, mari e territori sono più che geografie: sono scacchiere in cui la mossa di Ancona o di Odessa può cambiare il destino di Cipro, di Creta, di Tripoli.
Il recente acuirsi della contesa tra Grecia, Turchia e le due Libie non nasce nel vuoto. I punti di rottura si sono moltiplicati da quando il parlamento di Tobruk ha dato corpo al memorandum turco-libico siglato con Tripoli nel 2019, trasformando ambigue promesse in atti concreti: diritti di esplorazione offshore nelle acque a sud di Creta assegnati alle compagnie turche e libiche, in totale disprezzo delle mappe tracciate da Atene. Come in un vecchio romanzo di spionaggio, la risposta greca non tarda: fregate pattugliano le coste e, per tutta reazione, sullo stesso scacchiere, l’Est libico apre il rubinetto dei migranti, usandoli come arma di pressione verso Creta e l’Unione Europea.
Dietro ogni rotta commerciale minacciata, c’è il rischio che si squarci un tessuto logistico fragile: basti pensare a Suez e al Bosforo, stretti come cravatte alle giugulari d’Europa che, se serrate, abbandonano interi mercati al collasso. In gioco non ci sono solo navi e merci: la competizione si sposta sulle risorse di sottomarini e droni, di pipeline e cavi dati, di minerali cruciali che costituiscono il carburante fisico e simbolico delle guerre contemporanee.
Le alleanze si deformano sotto la pressione di interessi antichi e nuovi: la Turchia, sempre più ambiziosa, prova ad ergersi a pivot regionale, cucendo intese con la Tripoli occidentale e lavorando in sinergia con Egitto e Stati Uniti per riunificare (a modo suo) la Libia. La Russia, dopo aver capitalizzato l’instabilità siriana, ora considera la Libia la stanza degli equilibri perduti a Damasco, cercando appoggi e ingerenze che le assicurino influenza militare e negoziale tanto in Africa quanto nei porti mediterranei.
All’Europa, e all’Italia in particolare — che per storia avrebbe titolo a essere attrice e regista sul palco africano e levantino — resta oggi un ruolo di spettatrice, costantemente sospinta ai margini da incastri altrui, come se una lente d’ingrandimento sugli isterismi di Milano rivelasse in piccolo la perdita di centralità del continente sul piano più vasto.
Non è solo una questione di “hard power”: la pressione migratoria, il controllo informale dei flussi, l’uso strategico delle minoranze e dei profughi diventano armi silenziose nelle mani di chi, dal Sahel al Bosforo, vuole trattare con Bruxelles senza mai realmente sedersi al tavolo. L’Unione Europea appare priva di una rotta condivisa, incapace di elaborare un nuovo modello reale di condivisione negli sforzi di stabilizzazione lungo la direttrice Africa-Asia-Europa; la sua “soft power” vacilla, stretta tra i diktat dei fondi e la volubilità dei cicli politici interni.
Se il conflitto ucraino svela la vulnerabilità delle infrastrutture critiche — pensiamo alle raffinerie, alle pipeline dell’ammoniaca, alla dipendenza cinese sulle terre rare e i metalli strategici —, la partita dal Mar Nero al Mediterraneo si gioca anche per il dominio su elementi invisibili (ma essenziali) che fanno funzionare missili, aerei, server, smartphone, persino la transizione ecologica. L’Ucraina, che pure vanta giacimenti non trascurabili, diventa così posta strategica per ridurre la dipendenza europea dalla Cina, e con essa si infittisce la trama competitiva fra Stati Uniti, Russia, Pechino e Bruxelles.
Sul piano internazionale, l’agonia di Gaza e la disumanizzazione sistemica tornano con angosciante insistenza, proiettando sulla sponda sud del Mediterraneo non solo il riflesso di violenze già viste nei Balcani e in Siria, ma anche una diffusa rassegnazione al paradigma dell’“again and again”, ogni volta che la macchina della guerra civile, dei massacri e delle deportazioni si rimette in moto. Il paradosso, anche qui, è tutto politico: le grandi potenze si mostrano unanimi sulle dichiarazioni, salvo poi paralizzarsi sull'azione. L’opinione pubblica occidentale — stanca, spesso anestetizzata — assiste, mentre i governi preferiscono un’attitudine di “deplore and forget”, una ritualità che diventa essa stessa parte dell’inerzia strategica.
Nel frattempo, le logiche ferree del capitale globale ridefiniscono le città, le economie, persino il senso di appartenenza politica: la Milano dei grattacieli e dei fondi immobiliari diventa metafora plastica della distanza fra potere, cittadini ed élite, esattamente come spesso accade sulle coste della Libia o nei quartieri desertificati di Beirut. La retorica della “città aperta” si può svuotare rapidamente di senso quando la vera partita si gioca per la conquista di nodi logistici globali, delle rotte dell’energia, del controllo sugli snodi critici della ricchezza, mentre ai margini si accumulano scarti, cittadini non più cittadini, apolidi e migranti, donne e uomini invisibili.
Tutto questo ci dà la misura di un’epoca in cui la fragilità non è solo locale ma strutturale, e decine di fattori — dalle materie prime alle crisi identitarie, dalla lotta per i corridoi strategici alla crescente militarizzazione della società — si stringono in un nodo che nessuna delle istituzioni internazionali sembra più in grado di sciogliere.
Oltre l’Ucraina, lungo la direttrice che va dal Mar Nero al Mediterraneo, il tempo degli spazi “cuscinetto” è finito. Ora ogni mossa crea riverberi imprevedibili in tutto il sistema, finché saranno in pochi — fra le praterie ucraine, le isole dell’Egeo, le darsene della Libia — a decidere le regole di un gioco che coinvolge tutti. E l’Europa è chiamata, prima che sia troppo tardi, a riaffermare il proprio ruolo, abbandonando ogni illusione di marginalità e neutralità, perché la storia — quella vera — è già di nuovo in movimento.
