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di Gianni Lattanzio

La contemporaneità ci consegna un mondo sospeso su fragili equilibri, dove la tradizionale architettura dell’ordine liberale internazionale mostra sempre più vistose crepe. Al centro di questa metamorfosi, la cosiddetta “guerra dei dazi” – che si manifesta attraverso politiche protezionistiche, escalation tariffarie, e l’erosione delle istituzioni multilaterali – non è solo un conflitto commerciale tra Stati Uniti, Cina ed Europa, bensì la cartina di tornasole di una più ampia e drammatica ridefinizione dei rapporti di forza internazionali.

Non è più il tempo dell’illusione che la globalizzazione sia un destino irreversibile, cavalcato dalla cieca fede in uno scambio sempre win-win. Oggi crisi strategiche, tensioni geopolitiche e mire tecnologiche si annodano in modo inestricabile, facendo emergere quanto aveva già ammonito John Maynard Keynes: “Le idee, la conoscenza, l’arte e l’ospitalità possono attraversare le frontiere; ma le merci dovrebbero essere meno libere dei cannoni”. Eppure, è proprio sulle merci che si è combattuta e si combatte la battaglia per la supremazia globale.

La crisi ucraina, il confronto su Taiwan e la competizione navale nel Mar Cinese Meridionale sono solo i sintomi di una transizione storica. A valle della pandemia e delle tensioni energetiche, le potenze tornano alla logica della forza, delle sfere di influenza e delle alleanze funzionali, abbandonando ogni residua ingenuità di un ordine integrato e inclusivo. Come aveva già intuito Zygmunt Bauman, “la crescente interconnessione materiale del globo non elimina, ma piuttosto acuisce, la pluralità delle paure e delle fratture”.

La guerra dei dazi – tra Washington che gioca la carta dell'emergenza per proteggere settori strategici, Pechino che risponde rafforzando legami con i paesi emergenti e puntando sull’autonomia tecnologica, e un’Europa ondeggiante tra ambizioni e paure – si trasforma così nel terreno di scontro tra modelli differenti di sviluppo, di sovranità e di regolazione. E, al tempo stesso, mette sotto pressione la legittimità stessa di spazi come l’Organizzazione Mondiale del Commercio, sempre più spettatrice impotente.

L’escalation tariffaria genera una spirale di reciprocità: alle tariffe statunitensi segue la risposta cinese, l’Unione Europea fatica a trovare una postura comune, e le catene del valore mondiali, un tempo orgoglio della globalizzazione, si incrinano sotto il peso della diffidenza e della ricerca spasmodica di resilienza. Il commercio globale si piega progressivamente ai dettami della sicurezza nazionale e del controllo strategico, secondo uno schema di “weaponized interdependence” (Henry Farrell e Abraham Newman). Si sancisce così la primazia della realpolitik economica sull’etica del libero scambio, in una rincorsa a ritroso verso il “mondo delle potenze” di cui parlava Carl Schmitt.

Le conseguenze sociali ed economiche di questa deriva sono profonde: aumenta l’inflazione per i consumatori, le imprese subiscono incertezza, le politiche industriali diventano armi di difesa e non più veicoli per una crescita condivisa. La “trappola della conflittualità permanente” in cui rischiano di cadere i grandi attori è ben descritta da Joseph Nye: “Nel mondo interdipendente odierno, i costi della non cooperazione sono altissimi e nessuno può vincere una guerra di logoramento commerciale senza penose ricadute su se stesso”.

In questo scenario, la frammentazione dello spazio globale si ripercuote anche sulle istituzioni multilaterali, considerate troppo lente e compromesse per offrire soluzioni efficaci. Il potere esecutivo prevale sui controlli, cresce l’arbitrio delle grandi capitali e il diritto internazionale sembra appannato, se non addirittura svuotato.

Stiamo vivendo – parafrasando il pensiero di Dani Rodrik – “l’era della globalizzazione incerta”, in cui l’ordine precedente non ha ancora lasciato spazio a una nuova sintesi e il rischio maggiore è la cristallizzazione di una logica di scontro permanente. L’alternativa – ed è il nodo politico e culturale di questa epoca – non sta tra globalizzazione e protezionismo, ma tra un multilateralismo riformato, capace di tenere insieme interesse nazionale e coscienza della comune vulnerabilità planetaria, e una disgregazione regressiva che condannerebbe tutti all’instabilità.

“In un mondo interconnesso, nessuna potenza può davvero vincere erigendo muri e moltiplicando i blocchi” (Bauman). Il futuro rimane aperto, sospeso tra la capacità – o l’incapacità – di ridefinire regole e istituzioni attraverso decisioni collettive, tra l’innovazione inclusiva e il rischio della rinazionalizzazione conflittuale. Come spesso accade nei momenti di interregno, alle scelte politiche e alla visione della leadership globale spetta il compito di decidere se la globalizzazione possa solo frammentarsi, oppure ritrovare – attraverso nuove forme – la promessa di cooperazione che ne aveva segnato l’inizio.

La guerra dei dazi odierna, nel suo farsi crocevia di crisi geopolitiche, tensioni energetiche e strategie di potere divergenti, rappresenta ben più di un confronto commerciale: è il sintomo di una crisi profonda del paradigma globalizzato e liberale che aveva guidato l’ordine mondiale negli ultimi decenni. La transizione in atto si manifesta nell’erosione delle certezze multilaterali, nel ritorno di alleanze fluide e blocchi protezionistici, nella difficile coesistenza di modelli di regolazione e di visioni contrapposte della sovranità, dell’economia e della tecnologia.

Di fronte al rischio di cronicizzare una logica di conflitto — in cui la spirale dei dazi non fa altro che generare reciprocità difensive, isolamento, costi inefficaci e volatilità sistemica — si impone la necessità di interrogarsi sulle basi stesse del vivere interconnesso. In questo contesto, le istituzioni internazionali sembrano arrancare, i meccanismi multilaterali risultano inadeguati, e le catene globali del valore si piegano sempre più alla volontà delle grandi potenze. Ma proprio qui risiede la sfida e l’opportunità per riformare il multilateralismo, portando al centro la dimensione della persona umana.

Come scriveva Emmanuel Mounier, nella sua visione personalista, “la persona si definisce nella comunione, non nella chiusura; si costituisce nella relazione responsabile verso l’altro, nell’impegno per un bene comune che trascende la somma degli interessi individuali.” Jacques Maritain, da parte sua, rimarcava che “il vero umanesimo si fonda sul riconoscimento della dignità delle persone e sulla giustizia che consente il fiorire integrale di ciascuno all’interno della comunità internazionale.” È dunque un nuovo ordine mondiale che si richiede: non più fondato esclusivamente su logiche nazionalistiche o di potenza, ma sulla cooperazione poliedrica tra popoli e sull’affermazione della dignità della persona come criterio ispiratore di regole e istituzioni.

Il dialogo multilaterale rinnovato non può essere mera somma di interessi contrapposti, né semplice gestione strategica di conflittualità latenti. Esso deve invece incarnare quanto suggeriva Mounier: “Entrare in relazione autentica con l’altro è accogliere la sua storia, condividere il suo destino, riconoscere nella sua libertà la condizione della propria.” Solo un multilateralismo rifondato su questi principi potrà assicurare che l’interconnessione globale non sia fonte di nuove esclusioni, ma di una civiltà in cui, come affermava Maritain, “le garanzie dei diritti, il rispetto delle diversità e la solidarietà tra le comunità costituiscono il fondamento di una pace giusta e duratura.”

La posta in gioco, dunque, non è semplicemente la stabilità dei mercati o l’efficacia delle regole commerciali, ma il modo stesso in cui concepiamo il nostro destino comune. Il futuro della globalizzazione — che sia crescita o frammentazione, innovazione o arretramento — dipenderà dalla nostra capacità di far prevalere un nuovo multilateralismo capace di mettere la persona, la sua dignità e la sua libertà al cuore delle sfide economiche, politiche e culturali. Solo così potrà realizzarsi non solo una convivenza pacifica, ma una società planetaria autenticamente giusta e solidale.

07-08-2025
Autore: Gianni Lattanzio
Direttore di Meridianoitalia.tv
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