di Ranieri de Ferrante

L’America è sempre più vicina ad un’Autocrazia. Ogni giorno vengono imposte limitazioni alle più fondamentali libertà, colpendo negli USA e fuori, ed usando il potere della Presidenza contro lo Stato di Diritto. A questi danni fatti direttamente da Trump si aggiungono quelli fatti da quanti – per ingraziarselo – diventano enablers delle sue politiche, da Meta che elimina i controlli sui contenuti, alle Università che accettano redini strette ed antidemocratiche per non perdere fondi, ai Networks che cominciano a mettere il bavaglio a chi non è in linea con il Presidente. L’ultima vittima è Stephen Colbert, reo di aver denunciato come la Paramount, gruppo che possiede la CBS, abbia versato fondi nella cleptocrazia trumpiana.

Sono deluso, sorpreso, preoccupato. Sono spaventato.

La prima volta che ho vissuto su suolo americano sapevo di essere straniero e di non vivere nell’America vera. Non solo ero di passaggio (2 anni), ma il mondo in cui vivevo era la Columbia University, a New York: un’isola di libero pensiero e di democrazia in uno Stato a sua volta caratterizzato da una tendenza fortemente Democratica. O almeno lo era 50 anni fa, ora Trump le ha tagliato le gambe e la ha umiliata. Io ci ho vissuto allora e la sera, come tutti i miei compagni di corso, studiavo o facevo baldoria. Era tutto meno che la vita dell’americano medio, e con l’americano medio non avevo molti contatti. Non ricordo di avere mai guardato la TV se non qualche telegiornale ogni tanto. Ero studente, solo, senza pensieri, in un mondo liberale. E per me, reduce da 5 anni di ingegneria in Italia, lo studio era facile. La vita era divertente: due anni felici.

Qualche anno dopo mia moglie ed io tornammo negli USA, sposati, per vivere prima ad Indianapolis e poi a Cleveland. Non New York, ma profondo Midwest. Cominciammo ad integrarci nella società locale. C’era anche un retropensiero, piccolo piccolo, di rimanere a vivere lì, e facevamo di tutto per diventare una famiglia fra tante altre famiglie. Mi resi però rapidamente conto di come, pur avendo già passato due anni oltre Atlantico, io fossi ancora integralmente straniero. Era evidente, ad esempio, la sera: guardavo la televisione e spesso – pur comprendendo ogni parola di quello che dicevano – mi sentivo spiazzato perché non ne capivo il vero significato. Sentivo il pubblico ridere e mi chiedevo perchè. Capii che cominciavo a mettere radici quando iniziai a godermi “The Tonight Show”, di Johnny Carson. Un talk show pieno di riferimenti alla politica ed alla vita comune: capirlo voleva dire capire ed essere parte della società degli Stati Uniti. Ed era motivante comprenderne l’ironia politica, che colpiva a destra e sinistra, ma era particolarmente severa con il Potere.

Non potevo non apprezzare quell’ironia: ero cresciuto in una Italia dove il Bagaglino era sempre pieno, e Spadolini - dopo una tornata di elezioni nelle quali il partito repubblicano perse molti voti a vantaggio dei Socialista -  fu raffigurato da Forattini come un palloncino che perdeva aria dal pisellino: l’aria, uscendo, faceva “PSIiiiii”. Ed erano i tempi del famoso “si scrive leader ma si legge lader” di Candido. E di Craxi con gli stivali da Duce, o di Berlinguer che faceva il saluto col pugno chiuso ma dietro la schiena teneva un santino della DC facendo presagire il Compromesso Storico. Uno scambio fra Andreotti ed Oreste Lionello che lo imitava, in TV, fu un vero capolavoro. La grandezza dei politici - e dei potenti in genere - si misurava e si misura dalla capacità di accettare la critica e partecipare alla satira su sé stessi.

Per tornare a Johnny Carson, dopo di lui hanno seguito la stessa strada personaggi come Jay Reno e David Letterman, un uomo dell’Indiana con i calzini corti bianchi che forse non capiva la politica estera ma capiva perfettamente gli americani. E David Letterman ha passato il testimone del suo programma, il “Late Night Show” (CBS), a Stephen Colbert. I talk shows della seconda serata - ce ne è uno, con nomi leggermente diversi, per ogni rete principale - sono parte integrante della cultura americana, ed ora che vivo in Italia, spesso, la sera, a letto ascolto su You Tube le registrazioni delle trasmissioni di Colbert e di Jimmy Kimmel. Jimmy Fallon mi piace di meno: troppo morbido verso i Potenti, di destra o di sinistra.

 

Fra tutti gli shows, il più mordente, verso Trump, era quello di Stephen Colbert. E la CBS lo ha cancellato.

La ragione ufficiale è che i costi superano il potenziale pubblicitario. E’ naturalmente del tutto casuale che

  • Paramount, che controlla CBS, sia in attesa dell’approvazione da parte del Governo (leggi Trump) per la sua fusione con SkyDance, operazione che vale svariati miliardi di dollari;
  • CBS abbia pagato a Trump 16 milioni per una causa intentata dal Presidente per un servizio di 60 Minutes, nonostante il consensus legale sia che la causa non avesse alcuna base, se non la pelle sottile del Presidente;
  • Colbert abbia definito, nella sua trasmissione, questo pagamento una “grassa tangente” pagata da Paramount a Trump (direttamente, come persona) per non avere problemi con Skydance.

E CBS lo ha licenziato. Ci sono tre possibili spiegazioni per questa decisione:

La prima è che le ragioni economiche addotte siano reali, e la pressione finanziaria pesante. Credo che forse qualche bambino delle elementari, con genitori fortemente trumpiani, possa crederci. E comunque sono deluso Sono deluso perché i talk show sono uno dei (pochi) momenti intelligenti della televisione americana, ed erano un tempo un momento di coesione sociale, salvo – forse – per qualche estremista che c’è sempre stato. Ma i Repubblicani ridevano se Jimmy Kimmel pigliava in giro Obama, e i Democratici se Colbert faceva satira su Bush.

Se è vero che la loro audience è scesa a livelli tali da renderli economicamente vulnerabili fa male, e dice molto su quanto si sia estremizzata la società statunitense.

La seconda è che la Paramount abbia licenziato Colbert perché ha attaccato la sua politica aziendale, esponendone  comportamenti scorretti. Sono sorpreso, perché convengo che attaccare i propri capi ed azionisti non sia in genere mossa saggia, ma ricordiamo come Silvio Berlusconi – che pure, come Primo Ministro, eliminò dalla RAI per “editto bulgaro” Enzo Biagi e Daniele Luttazzi – come Editore abbia sempre lasciato totale libertà alle proprie reti, da cui è stato spesso criticato. Rispetto alla prima ipotesi, la seconda mi sembra più probabile, ma anche questa direbbe molto su quale sia il rapporto Datore di Lavoro / Dipendente (per quanto molto particolare) negli USA. Ed il sapore che mi resta in bocca è brutto.

La terza è che Colbert sia l’ennesima vittima offerta al Moloch Trump, il più recente obolo per ingraziarselo. Sarebbe ulteriore prova dell’agonia della libertà di parola negli USA. Jimmy Kimel sarà il prossimo? E poi?

Questa terza ha il profumo della realtà … e non posso che esserne molto preoccupato. Le implicazioni politiche sono gravi: università che vengono private di Fondi perché i loro insegnamenti non sono in linea con le dottrine del Presidente, giornali e networks portati in Tribunale o licenziati perché criticano il Governo, storia per le scuole riscritta secondo canoni di destra, cittadini stranieri che prima di ricevere il visto per gli USA vedono i loro social sottoposti ad esame, e bocciati se nei loro post c’è qualcosa che potrebbe suonare come non apprezzamento di Trump.  Io, oggi, non avrei speranza di entrare negli USA. Per fortuna non ne ho neanche voglia …

Che sia vera la prima, la seconda o – come credo – la terza ipotesi, sono spaventato.

Parafrasando Niemoeller:

Quando impedirono ai giornalisti di criticare, mi voltai dall’altra parte: non sono un giornalista

Quando impedirono ai professori di insegnare, mi voltai dall’altra parte: non sono un professore

Quando impedirono ai gay di dichiararsi, mi voltai dall’altra parte: non sono gay

Quando impedirono alle persone di colore di protestare, mi voltai dall’altra parte: sono bianco

Quando chiusero la bocca a me … ero rimasto solo.

07-08-2025
Autore: Ranieri de Ferrante
Ranieri de Ferrante è un Fulbright Fellow, ed attualmente si occupa di Ambiente. Nel passato ha operato nella Farmaceutica, Consulenza (McKnsey), Informatica, Energia e Difesa, coprendo posizioni come Presidente, ABB, Central Eastern Europe e Co – CEO, Alenia Marconi Systems.
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