di Alfredo Battisti
«In Illo uno unum». In Lui siamo uno.
Quando venne pubblicato il motto di Papa Leone XIV, oltre il fascino della retorica, quelle parole tratte da Agostino mi colpirono per una nebulosità dietro cui intuivo un pozzo di senso. È solo a Tor Vergata, durante la veglia del Giubileo dei giovani, che quel velo di mistero si è squarciato e quella verità si è manifestata in tutta la sua meraviglia. Come una rivelazione, facendo sussultare il cuore e irrigando il sorriso con lacrime di gioia.
Tanto potrei raccontare di quei giorni memorabili e dei passi di questo lungo cammino. Lo slancio del desiderio che, da quasi dieci anni, ardeva e assetava il mio cuore; l’assenza forzata alle ultime Giornate mondiali della gioventù, a tenere sospeso quel passo così bramato, in una tesa e infinita mezz’aria; la determinazione di esserci, almeno stavolta, e trascinare con me gli amici preziosi, consapevole che, quando il piede avrebbe toccato terra, sarebbe stato più bello dei tanti racconti ascoltati; lo stupore, infine, sempre continuo e crescente, come terreno solido e rigoglioso che finalmente avevo raggiunto, correndo tra le strade romane, affollate da migliaia di volti giovani e di canti gioiosi.
Nella mia incredulità verso quel rilancio continuo di emozioni, i primi giorni di giubileo hanno allenato il cuore e testato i dotti lacrimali per reggere al prodigio della Spianata. Avevo visto ragazzi di ogni lingua e nazione con un entusiasmo straripante e il sorriso limpido.
«Quanto baccano! Sei sicuro siano pellegrini?»
Ma io li avevo incontrati, di nuovo, nelle basiliche romane, abbracciarsi come i turisti non si abbracciano, sostare silenziosi, insieme, in una preghiera genuina, a fare scorta di quell’allegria tenace, come ci ha insegnato Pier Giorgio Frassati, presto santo e già nostro amico.
«Certo, questa è la gioia del Vangelo!». Ne ero sicuro.
In quella colonna infinita di formiche colorate e poliglotte verso Tor Vergata, roteavano capriole di ironia nella mia testa: «La fede è roba per vecchi» ridacchiavo, «e la Chiesa ormai è morta. Chi ci crede più alle favolette?». Mi guardavo intorno, per nulla tentato da fatui trionfalismi, ma semplicemente ristorato: quante volte mi ero sentito solo nel cammino, o sorretto dagli sparuti amici di fede, incompresi se non derisi, a combattere contro i mulini a vento? Eccomi, invece, sommerso in un oceano di coetanei con le mie stesse fatiche e limiti, ma con lo stesso impegno fiducioso e lo stesso sogno di gioia piena e di vita vera. E che male c’era se tanti o pochi, meno determinati, si erano lasciati trascinare lì? Non era stata una scelta indifferente; anzi, denotava che anche in loro brillava una scintilla dello stesso desiderio.
La più grande rivelazione si è fatta strada nel buio raccolto della sera, cullato da canti pacati. Mentre l’ostensorio procedeva verso l’altare, passo dopo passo, un silenzio surreale avvolgeva la moltitudine infinita di giovani. Alla pace delle orecchie incredule, ecco guizzare il fremito del cuore e, per conferma, un rapido sguardo tutt’intorno: era una folla a perdita d’occhio, immobile e silenziosa, in ginocchio, sospesa in un eterno attimo di adorazione. Lì, davanti a noi, la fonte e il culmine di quell’Amore totale, già ricevuto e da cui imparare.
Di colpo, l’intuizione. Eccoci: in Lui siamo uno!
È così che, in quello stuolo interminabile di perfetti sconosciuti, ho riconosciuto un milione di miei fratelli, uniti dal desiderio e dalla missione di essere sale, di essere luce. In un solo colpo, in quella che credevo una frotta di estranei, stimabili ma pur sempre ignoti, ho visto sorgere un milione di legami, stretti alle viscere più profonde della mia anima. Fratelli tutti, membra vive dello stesso corpo, della stessa Chiesa.
È così che la gratitudine è straripata dagli argini del cuore e, come un’alluvione, ha inondato gli occhi emozionati. È così che una anonima spianata è diventata una «cascata di grazia» per il mondo intero: una fucina di fratellanza, una bottega di pace, l’emporio della speranza che siamo chiamati a rendere carne e vita, qui e ora, tra uomo e uomo, popolo e popolo, nazione e nazione.
