di Klarida Rrapaj

 Negli ultimi anni abbiamo assistito a una serie di summit internazionali che hanno catturato l’attenzione mediatica, dall’incontro fra Donald Trump e Vladimir Putin ad Anchorage fino ai vertici tra Russia e India, passando per colloqui dedicati ai grandi dossier internazionali come Siria e Afghanistan. Tutti eventi che, pur con contesti diversi, hanno mostrato un tratto comune, la forza del rituale e del simbolo spesso prevale sulla sostanza degli accordi.

Per chi osserva da fuori, questi vertici proiettano immagini potenti, tappeti rossi, parate militari, strette di mano davanti ai fotografi. Ma per chi vive i conflitti sulla propria pelle, lo scarto tra la cerimonia e la realtà quotidiana genera dissonanza e sfiducia. È lo stesso meccanismo psicologico che conosciamo nella vittimologia, quando le parole non corrispondono all’esperienza, la ferita si approfondisce.

Ciò che emerge è un rischio evidente, negoziare il destino di interi popoli senza includere le loro voci. L’Ucraina esclusa dal tavolo di Anchorage, le popolazioni siriane trattate come “dossier”, le comunità afghane ridotte a capitoli di un’agenda. Ogni volta che le vittime vengono relegate al margine, la diplomazia perde legittimità e alimenta il trauma collettivo.

La vera pace non si misura nei comunicati ufficiali, ma nella capacità di restituire dignità a chi ha perso tutto. Sicurezza dei civili, accesso agli aiuti, riduzione degli sfollati, possibilità di parola, questi sono gli indicatori autentici di stabilità. Una diplomazia che ignora queste dimensioni produce accordi fragili, destinati a incrinarsi.

La sfida dei leader contemporanei non è soltanto quella di disegnare nuove mappe geopolitiche, ma di riconciliare potere e cura, strategia e ascolto. Senza la voce delle vittime, ogni summit rischia di essere soltanto un palcoscenico.

19-08-2025
Autore: Klarida Rrapaj
Psicologa, Criminologa ed Esperta in Vittimologia
meridianoitalia.tv

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