di Ranieri de Ferrante

  Ancora una volta i tentativi di porre fine alla guerra russo/ukraina sono falliti. D’altra parte non può che essere così. Putin non può permettersi la fine di una guerra che – a meno di una totale ed improbabile sottomissione di Zelensky alle pretese del Cremlino – la Russia ha perso. La propaganda putiniana ne fa e ne farà una Grande Operazione Speciale Patriottica ed una travolgente vittoria contri i nazifascisti occidentali, ma la Russia ha fallito nel raggiungere gli obiettivi che si era fissato, e questo è l’unico mezzo per valutare i risultati di un’impresa. Lo zar può risollevarsi solo grazie alla mano tesa di Trump (per quanto tempo?) ed al supporto cinese (a che prezzo?). E si è confermata in un ruolo subordinato e non costruttivo, in cui Putin ha una sola carta da giocare: l’Artico. Ma è un altro discorso.

A – Gli obiettivi

Una delle condizioni fondamentali per condurre correttamente un esperimento scientifico è specificare – a monte – i risultati che, se raggiunti, permetteranno di definirlo un successo. Non si può dire, a posteriori, “mi sembra che sia andato bene”. Se i parametri finali non sono in linea con gli obiettivi predefiniti, l’esperimento è fallito. E questo, con tutte le flessibilità del caso, è l’unico modo di valutare obiettivamente anche quanto si ottiene da un’azione, e giudicare se ne sia valsa la pena la pena, perfino nel più equivoco, soggettivo ed inaffidabile dei campi: la politica.

Qualche settimana fa Orban ha affermato che la Russia ha vinto la guerra, e che è solo questione di quando l’Europa lo riconoscerà. Ad li là della fonte chiaramente di parte, se l’obiettivo era guadagnare dei qualsiasi territori a qualsiasi costo, è vero: la Russia oggi occupa il 20% circa dell’Ukraina, che ha scarse possibilità di recuperarlo. I fatti però sono chiari: Putin può ricevere l’applauso di Trump (mi ha lasciato in bocca lo stesso sapore disgustoso di quando Berlusconi baciò la mano di Gheddafi) ed incedere con il suo passo da nanetto palestrato ma la Russia ha clamorosamente perso la guerra di Ukraina e Putin è meno credibile di 3 anni fa.

Per tornare alla Scienza ed alle sue regole, nel febbraio del ‘22, credo gli obiettivi di Putin – sulla base delle sue dichiarazioni prima e dopo l’invasione -  ricadessero in tre categorie:

  • arrivare a Kiev e trasformare l’Ukraina in una seconda Bielorussia;
  • impedire l’espansione della Nato ed indebolirla;
  • ristabilire la Russia come potenza mondiale (Obama l’aveva definita “potenza regionale”).

B – I risultati

Dopo 3 anni e mezzo di una guerra molto costosa in uomini e risorse, si può trarre qualche conclusione, misurando i risultati a fronte di questi obiettivi:

1 – L’Ukraina, per quanto abbia perso territorio, è rimasta libera ed è diventata ancora più antirussa.

In termini di territorio, la Russia ha conquistato circa il 20% del territorio ukraino ma non le parti che più le interessavano: non controlla ancora completamente il Donbass, che era il suo obiettivo territoriale minimo e non è arrivata a Kiev. E’ come una persona che esce per comprare una sciarpa e torna con due camicie: se l’obiettivo era spendere soldi e portare qualcosa a casa, è un successo, ma se era tenere il collo al caldo ha fallito.

Anche l’offensiva 2025 sembra essere fallita, anche se è comunque possibile che, insistendo nelle operazioni belliche, ed investendo sempre più denaro, vite e capitale politico, lo Zar possa arrivare ad annettere il Donbass.

In termini politici, però, ha trasformato l’Ukraina, ma in modo opposto a quello che si prefiggeva:

  • prima dell’invasione era una nazione militarmente debole, relativamente isolata e con un grande desiderio di entrare in Occidente motivato principalmente dal desiderio di un tenore di vita superiore. Esisteva però una forte componente russofila facendo leva sulla quale un governo pro Mosca avrebbe avuto una possibilità democratica di affermarsi: non sono pochi i paesi dell’Europa Centrorientale dove si è registrato un rigurgito antioccidentale;
  • oggi, invece, è uno stato militarmente fortissimo, che sta creando una seria industria bellica e legatissimo all’Occidente cui è grato e con cui condividerà quanto appreso sul campo di battaglia. Soprattutto è uno stato in cui, al di là di qualsiasi differenza politica ci possa essere in futuro all’interno del suo libero dibattito democratico, prevale un mood non più semplicemente pro-West per ragioni sociali ed economiche, ma di profonda avversione verso la Russia. Un legante importante come lo è stato per decenni l’antifascismo per l’Europa.

Zelensky rimarrà, come un eroe, nella storia della sua Patria. E lo merita: il suo “non ho bisogno di una passaggio, ma di carri armati” merita un posto fra le frasi storiche, come il “che suonino le loro trombe, noi suoneremo le nostre campane” di Pier Capponi.

2 – La Nato ha ripreso vita, si è estesa ad Est e si è rafforzata, riacquistando esplicitamente il ruolo antirusso

L’espansione a Nord Est della Nato è stata importante e strategica, con l’adesione di Svezia e Finlandia e l’estensione del confine orientale, fra l’altro pesantemente difeso. A Sud Est L’Ukraina è sulla buona strada per ottenere una protezione in linea con l’articolo 5 dell’Alleanza Atlantica, condivide con l’Occidente un atteggiamento anti Mosca e – per usare le parole di Ursula Von del Leyen – diventerà un “porcospino d’acciaio”. Lungi dall’indebolirsi, l’Alleanza nata in funzione antirussa ha esteso, geograficamente, militarmente e psicologicamente, le sue ali settentrionale e meridionale.

Ancora più grave, per la Russia, una NATO che Macron aveva definito “ad encefalogramma piatto” oggi è rinata, i membri si sono impegnati a spendere molto di più in armamenti ed in particolare la Polonia (che costituisce la parte centrale del fronte Occidente/Russia) e la Germania che la supporta immediatamente dietro hanno lanciato piani di armamento assolutamente non ipotizzabili tre anni fa. Due nazioni che da sempre guardano a Mosca come il nemico.

Il lato europeo della NATO non è mai stato forte, deciso ed antirusso (“Putin è un orco che minaccia l’Europa” ha detto Macron) come al momento attuale. La reazione allo sconfinamento di alcuni droni russi in Polonia, con il coinvolgimento di forze polacche, tedesche, olandesi ed italiane ha dimostrato la capacità della nato di operare sinergicamente. Francia ed Inghilterra possiedono armi nucleari (meno della Russia ma abbastanza da costituire deterrente) ed oggi anche la Germana afferma di volerne. Qualche anno fa la Germania non avrebbe mai parlato di una cosa simile.

Il lato americano dell’Alleanza è certamente più ballerino, con Biden decisamente contro Putin (“un assassino”, lo definiva il Presidente), Trump più neutrale, anche se non nasconde la sua simpatia personale per il leader russo. Non c’è niente, però, che The Donald tema come il ridicolo e l’apparire un perdente, ed il modo in cui Putin lo ha preso, e lo sta prendendo in giro, lascia tracce.

3 – La Russia esce fortemente ridimensionata e vede la sua influenza ancora più “regionalizzata”

Trenta anni fa si calcolava che, in una guerra tradizionale, i carri armati russi sarebbero arrivati in Portogallo in meno di una settimana, anche con la presenza americana. In Ukraina le Forze Armate russe si sono invece rivelate un gigante dai piedi d’argilla, cui solamente le esitazione degli Stati Uniti nell’armare Kiev nel ‘22 e ‘23 hanno evitato una sonora sconfitta. La prima controffensiva ukraina del’22 ha riconquistato molto del territorio inizialmente perduto e se i ritardi nelle forniture militari non avessero rallentato quella del ’23, i confini sarebbero stati, credo, ristabiliti completamente, e la sconfitta russa ufficialmente sancita sul campo.

Il territorio russo è stato violato con l’invasione del Kursk, per poco tempo e per pochi Km2, ma  è uno schiaffo importante. E lo è anche - e non solo in termini di immagine - l’incapacità di difendere l’industria petrolifera dai bombe ed i droni di Kiev che la stanno martellando.

Dover ricorrere alla Corea del Nord per soldati e munizioni, ed all’Iran per tecnologia confermano i piedi d’argilla  e le vicende della flotta russa del Mar Nero, sconfitta da una flotta che non c’è, sono materiale da manuali di guerra.

In termini di immagine,  Mosca esce da questi anni – verso l’Occidente - come un Pariah sia per la natura stessa dell’invasione che per i suoi comportamenti sul campo di battaglia e fuori (uccisione di feriti, torture di prigionieri, rapimento di bambini).  Per quanto riguarda l’Europa è un no quasi universale. Trump i batte le mani a Putin, ma ormai parla di sanzioni e una recente indagine ha mostrato che la maggioranza degli elettori americani vorrebbero aiutare l’Ukraina.

Ad Oriente i rapporti tengono, come il recente vertice SCO a Shangai ha mostrato. Mi è sembrato, però, di vedere una cena organizzata da un uomo potente (la Cina), che invita un suo pari con cui vuole forgiare una cooperazione (l’India) ed una serie di comprimari che portano una o più elementi al banchetto. La Russia, al d  là della forma, era presente sì in quanto alleato storico, ma anche e soprattutto come elemento di disturbo verso l’Occidente e portatore d’acqua, anzi di ghiaccio.

Poiché piove sempre sul bagnato, a questo si aggiungono altre vicende non direttamente legate – ma contemporanee - alla guerra, che hanno ulteriormente evidenziato i limiti della influenza russa, a cominciare dal Medio Oriente, dove con la caduta di Assad Mosca ha perso tutto il suo peso.

In Africa – dove si opera non con le armi ma con la potenza economica – la Russia è ormai relegata ad un ruolo di disturbo con quello che è rimasto del Gruppo Wagner. Il buono ed il cattivo tempo, in Africa, ormai lo fa la Cina, particolarmente dopo che l’America ha mostrato di disinteressarsene. Alla Cina interessa un’Africa in pace, da sfruttare serenamente. La Russia non porta pace.

C – Il prezzo e le conseguenze

Tutto questo Putin lo ha ottenuto ad un prezzo molto caro, che in una nazione democratica avrebbe portato alla sua caduta dal potere:

  • creando uno scontento all’interno della Società russa che solo pugno di ferro, controllo dell’informazione ed una falsa narrativa riescono a limitare;
  • ampliando le fratture sempre sotto traccia fra Russia europea e Russia asiatica che ha sopportato il peso umano del conflitto;
  • inimicandosi molti degli Oligarchi - che costituiscono la sua vera base di potere - che si sono visti danneggiare economicamente e personalmente;
  • infliggendo un danno grave e duraturo all’economia sovietica.

Quest’ultimo punto merita una ulteriore riga di commento: L’Europa ha imposto oltre 20 pacchetti di sanzioni, che hanno avuto ed hanno effetto. Il PIL russo è stato retto dalla conversione ad economia di guerra e dall’aiuto (costoso) della Cina, ma inflazione e perdita di potere d’acquisto mordono. Non so se e quante di queste sanzioni saranno rimosse – ufficialmente o meno – alla eventuale lontana fine delle ostilità. Dubito che le aziende ed i plutocrati russi avranno comunque lo stesso accesso a banche, mercati ed infrastrutture europee che avevano prima.

L’economia russa - poi - dipende da sempre in maniera patologica dall’esportazione di combustibili (gas e petrolio). Il mercato europeo (oltre il 50% nel 2021) non tornerà ed anzi gli acquisti si ridurranno ulteriormente, sia per scelta politica, sia per politica ambientale sia, infine, per l’apertura di fonti alternative (dal Nord Africa, Asia Centrale, LNG americano). La dipendenza dall’Oriente è diventata praticamente totale. Fare affari con Cinesi ed Indiani è duro e se ne esce perdenti, a meno di avere carte forti in mano. I volumi ad Oriente forse bilanciano quelli persi ad Occidente, ma a prezzo molto più basso.

Oltre alla Bomba (che però ormai hanno in tanti), alla Russia rimane solo un altro gioiello di famiglia: l’Artico, del quale controlla quasi il 50% del perimetro.

Il prossimo capitolo della serie si svolgerà a Nord del 75° parallelo.

15-09-2025
Autore: Ranieri de Ferrante
Ranieri de Ferrante è un Fulbright Fellow, ed attualmente si occupa di Ambiente. Nel passato ha operato nella Farmaceutica, Consulenza (McKnsey), Informatica, Energia e Difesa, coprendo posizioni come Presidente, ABB, Central Eastern Europe e Co – CEO, Alenia Marconi Systems.
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