di Ranieri de Ferrante 

La Cina porta avanti da decenni una strategia che è la sintesi di politiche che – nel corso dei secoli – hanno creato imperi. Lo fa con coscienza di cosa ha fatto crescere a finire questi imperi e con un approccio pacifico, tranne rarissime eccezioni, teso ad acquisire il controllo di mezzi, mercati e linee di comunicazione.  L’estensione e la potenza di questa rete è stata evidenziata nel recente meeting della Organizzazione per la Cooperazione (SCO) di Shangai, intorno al cui tavolo si è seduto il Mondo, escluso quello che noi ancora identifichiamo unitariamente come “l’Occidente”. Ed ognuno, a quel tavolo, aveva un ruolo, inclusa la Russia, ospite d’onore per ragioni storiche, ma soprattutto per il suo controllo dell’Artico.

Quando ero bambino un giorno mio Papà – ufficiale di Marina – tornò a casa molto divertito: un vecchio Ammiraglio aveva cominciato un discorso con “sarò breve … al tempo dei Fenici …”. Oggi mi ritrovo nei panni di quel vecchio Ammiraglio, scrivendo “sarò breve … ai tempi della guerra di Troia …”.

La Guerra di Troia, naturalmente, non fu causata dal rapimento di Elena, non fu combattuta da guerrieri gloriosi in armature luccicanti, e l’assedio non durò 10 anni. Nella possibile realtà dei fatti, si trattò di una serie di guerre (da cui l’idea dei 10 anni) in vaste aree dell’attuale Turchia, culminate nell’assedio (probabilmente breve) e nella distruzione di Troia. Furono combattute da guerrieri (siamo intorno al 1200 A.C.) poco fuori dalla preistoria ed armati di spade di bronzo. E proprio il bronzo fu la causa: Troia bloccava l’accesso al Mar Nero, zona allora importantissima fra l’altro per lo stagno. Stagno che, appunto, serve a fare il bronzo. Materia prima critica, quindi.

Venendo un po' più vicino a noi, con un salto di circa 1000 anni, Cartagine diventò un impero usando le armi in modo molto ridotto, mirato e in supporto ad altre azioni tese a consolidare o creare rapporti e passaggi commerciali. Poi incontrarono quei rompiscatole dei Romani che avevano una visione del mondo molto più univoca e violenta. E sappiamo come finì. Anche Venezia, per secoli, si arricchì ed acquisì ruolo di grande potenza attraverso una rete non tanto di colonie, ma di Fondachi commerciali, e finì quando il Mondo, all’improvviso, si espanse e spostò il suo baricentro dall’Egeo all’Atlantico.

Continuando ad avvicinarsi ai nostri tempi, l’Inghilterra ha per anni dominato il mondo controllandone le rotte commerciali. A differenza di tutte le altre nazioni, ha avuto una Marina Reale prima di un Esercito (la Royal Navy, infatti è il Senior Service) ed anche ai tempi di Napoleone, quando in Europa si scontravano centinaia di migliaia di soldati, le truppe inglesi erano molto limitate: a Waterloo solo circa un quarto degli effettivi alleati veniva dalla Gran Bretagna, di cui gran parte da Scozia ed Irlanda. Il resto erano prussiani, belgi ed olandesi.

La storia si ripete. Lo diceva Vico, ma è semplicemente naturale, in quanto non ne cambia la motivazione di fondo: l’economia. E la Cina di oggi ne riassume diversi capitoli: un po' come Troia, un po' come Cartagine e Venezia, un po' come l’Impero inglese, è stata guidata da un timone tenuto coerentemente in linea con la rotta scelta decenni fa, con quella determinazione ed univocità che solo un regime autocratico può garantire.

Nel 1991, Deng Xiao Ping affermò “gli arabi hanno il petrolio, noi abbiamo le terre rare” ed oggi queste sono un martello di fronte al quale anche Trump ha dovuto fare marcia indietro. Ne scaturirà una guerra come quella di Troia per lo stagno? Non credo proprio: le terre rare non hanno niente di raro, e sono chiamate così solo perché sono presenti, nei giacimenti, in quantità minime. Ciò che è molto costoso è il processo di raffinazione, che fra l’altro è anche molto inquinante. Bassi ritorni e difficoltà ambientali: l’Occidente è stato ben lieto di lasciare questa attività a Pechino che ora ne ha praticamente il monopolio. Di fronte al monopolio cinese ad all’importanza del prodotto finito oggi c’è una reazione, che nel giro di qualche anno porterà l’Occidente all’indipendenza. Ma intanto il Dragone gode di una posizione di forza. E la sfrutta.

Come Cartagine, l’obiettivo è estendere il proprio impero, misurandolo non in chilometri quadrati annessi, ma in estensione del braccio commerciale. La mano cinese non è pesante come quella americana: è un pugno di ferro in un guanto di seta. Sta finanziando infrastrutture e stabilendo partnership tecniche nel Sud globale: in Sud America (da sempre un backyard statunitense) ma soprattutto in Africa. Ed i Panda Bonds (i prestito cinesi ai Paesi in difficoltà che le danno una importante leva di controllo) ne sono parte importante.

Ed infine, come l’Impero Inglese, il suo obiettivo è legare questi Partners in una rete marittima di cui controlla gli snodi fondamentali. Per fare questo ha creato una Marina che è seconda come potenza solo agli Usa (ma non lo sarà per molto), ed avviato una politica di controllo delle rotte che appoggia quella di supporto commerciale:

  • In giro per il mondo gestisce un gran numero d porti, ad esempio Gibuti, sullo stretto di Bab – el – Mandev (la strozzatura in fondo al Mar Rosso), Dar es Salaam in Tanzania e Tanger Med in Marocco, il più importante del Continente nero;
  • più vicino a casa la Cina ha creato delle isole artificiali ampliando degli scogli, che le permettono di pretendere il controllo del Mar Cinese Meridionale. E’ l’applicazione della famosa Linea a 9 tratti, che racchiude un’area attraverso la quale passano, ogni anno, oltre 5 trilioni di dollari di commercio, fra cui buona parte di quello energetico, pari a un terzo del totale mondiale. E, parlando di lungimiranza, questa 9 dots Line fu presentata dalla Cina per la prima volta nel ’46;
  • Altro snodo fondamentale del traffico mondiale (volume molto inferiore a quello del South China Sea, ma vitale per il passaggio fra due oceani principali e per gli USA che si affacciano su entrambi) è il Canale di Panama, e su questo la Cina sta giocando una partita a scacchi che coinvolge anche società di Hong Kong, Blackrock e la Casa Bianca dove Trump sbatte i pugni sul tavolo e minaccia annessioni.

E’ questo il background di fronte al quale Xi Jinping dice al mondo che è il momento di scegliere fra la pace e la guerra, dove – obiettivamente – la pace è la Cina e la guerra sono gli USA, specialmente gli USA di Trump. Si ripete Cartagine contro Roma, ma con un finale inesorabilmente diverso. E questo background delinea gli assetti dietro la Organizzazione per la Cooperazione di Shangai, il cui vertice si è tenuto recentemente, non a caso in contemporanea con l’enorme parata militare con la quale Xi ha celebrato gli 80 anni dalla fine della Guerra. Il messaggio è chiaro: si vis pacem para bellum: Pechino è in grado di affrontare e sconfiggere chiunque (tranne, forse, gli USA) ma preferisce non farlo.

 

Su questo quadro di riferimento si possono valutare i ruoli di chi ha partecipato – come membro o come osservatore “importante” al vertice SCO:

  • c’è un gruppo che ha valenza economica: l’India è il vecchio nemico con il quale il Dragone è pronto a seppellire l’ascia di guerra per creare un nuovo ordine mondiale, Kazakistan, Brasile ed altri sono fornitori di materie prime (cibo, petrolio, gas), altri sono mercati da sviluppare (Africa);
  • un altro gruppo è l braccio “violento”: la Corea del Nord (il bullo che qualsiasi capo si tiene vicino) e l’Iran, veicolo per disturbare l’Occidente. Sostiene sia gli Houti che rendono pericolosa la navigazione nel Canale di Hormuz, altra arteria vitale per la navigazione mondiale, sia Hamas ed Hezbollah che mantengono alta la tensione in Medio Oriente, un problema per Usa ed Europa, ma non per la Cina. Una forma di Proxy War al quadrato.

E poi c’è la Turchia, la cui presenza, come Membro della Nato ha valore immenso.

E molti di questi Stati sono considerati dall’Occidente “inferiori”, “canaglia”, “incivili”. La Cina li accoglie tutti, come un burattinaio che nel suo spettacolo ha un ruolo per il Prode Orlando, ma anche per il Feroce Saladino (nota bene: il Saladino tutto era meno che feroce, lo abbiamo dipinto noi così!). E’ un po' il ribaltamento di quanto è scritto sulla Statua della Libertà (Datemi i vostri stanchi ….i rifiuti miserabili …).

A questo variopinto e temibilissimo tavolo, sarebbe facile, ma a mio giudizio scorretto, sottovalutare il ruolo della Russia attribuendole solo quello di fornitore di combustibile a basso prezzo e di elemento di disturbo all’Occidente, d cui minaccia il confine orientale. Questo, anche considerando “la Bomba” e  la storica amicizia fra Orso e Dragone non basterebbe a far sedere Putin  alla destra di Xi.

Allora … bisogna guardare il Mondo, guardandolo da molto in alto: il globo terrestre, guardato dal Nord, sembra una testa, dai capelli bianchi. La chioma è l’Artico e – come per la chioma di una persona anziana – diventa sempre meno folta: il riscaldamento globale rende l’estensione del ghiaccio sempre minore, la sua permanenza stagionale più breve, e conseguentemente apre nuove vie di comunicazione.

Il famoso “Passaggio a Nord Ovest”!

Dei 40,000 Km del frastagliato perimetro dell’Artico circa la metà è russa. L’altro 50% è coperto da Danimarca, attraverso la Groenlandia, Canada, Alaska, che un tempo era russa. Svezia e Finlandia contano ben poco.

Il desiderio di Trump di annettere Canada e Groenlandia nasce dal rischio che l’Artico diventi non un mare russo (non avrebbero le capacità navali, commerciali e cantieristiche per sfruttarlo) ma un altro mare cinese. Già nel 2023 e 2024 navi da trasporto cinesi hanno sfruttato la rotta Nord, ed il traffico non può che aumentare: la Haijie Shipping Company è la prima linea regolare di trasporto di containers sulla rotta artica, collegando i porti cinesi all’Inghilterra ed a Rotterdam.

Ecco perché Putin siede alla destra di Xi: la Russia serve alla Cina per controllare l’Artico, completando la presa sulle reti commerciali. la Cina controlla la Russia acquistandone il petrolio (e facendo un affarone grazie ai bassi prezzi) e fornendo armi e tecnologia (le fabbriche di droni russe sono in realtà linee di assemblaggio di componenti cinesi, un po' come la DR, in Italia, per le automobili), e la Russia fa la guardia all’Artico.

L’Artico è da sempre zona di pace, ma la Russia sarebbe pronta a trasformarla in zona di guerra se vedesse minacciata la sua supremazia. Il valore è economico, di immagine e spirituale.

Economico perché, oltre a liberare rotte navali, il riscaldamento globale ammorbidisce il Permafrost nel nord della Siberia, e rende fruibili risorse naturali ad un costo accettabile.

Di immagine e strategico perchè il Nord è l’unica area dove la Russia può ancora proiettare potenza.

Ed infine spirituale perchè l’anima ed il cuore della Russia sono in Siberia. E’ un po' come il Far West per gli americani, ma con una connotazione diversa. Marzio Mian, nel libro “Guerra Bianca” lo descrive bene quando dice che nella mente di Putin il processo spirituale deve affiancare quello statale soprattutto per lo sviluppo della rotta marittima settentrionale. Mian racconta anche che il Patriarca Kiril ha affidato al Vescovo (il “Vladika”) del Polo Nord una capsula con un suo messaggio. Quando è stata sepolta al Polo, dice la – recente - leggenda, il cielo da nuvoloso è diventato limpido. Il contrario di quanto è successo alla morte di Gesù: Cristo ed Anticristo.

La Russia moderna nasce a Sud (dai Rus di Kiev), ma il suo spirito sceglie il Nord, dove i Pomory, nel 1500, si trasformarono da contadini in navigatori artici. Oggi i Pomory non ci sono più. I sovietici li hanno massacrati tutti, ma la Russia di Putin li santifica, scegliendo il Nord come una benedizione suprema: nell’Artico c’è la vera Russia, perché al Nord c’è il divino, al Sud la natura umana. E quando – in un’Autocrazia – si riesce a coprire interessi politici ed economici con un manto di spiritualità, si crea una combinazione invincibile.

La Russia è pronta a combattere e morire per l’Artico.

Alla Cina serve la rotta artica per completare il controllo del commercio mondiale. Ma non ha interesse a morire: le basta controllare la Russia: che siano i Russi a morire.

Putin è alla destra di Xi non perché suo pari, ma perché utile, ed  Cinesi sono molto pragmatici.

Come volevasi dimostrare.   

15-09-2025
Autore: Ranieri de Ferrante 
Ranieri de Ferrante è un Fulbright Fellow, ed attualmente si occupa di Ambiente. Nel passato ha operato nella Farmaceutica, Consulenza (McKnsey), Informatica, Energia e Difesa, coprendo posizioni come Presidente, ABB, Central Eastern Europe e Co – CEO, Alenia Marconi Systems.
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