di Ranieri de Ferrante

Ho sostenuto Israele da sempre, e ne ho sempre capito le scelte. Sulla vicenda di Gaza sento profonda umanapena per le vittime civili ma credo al diritto di Israele di continuare la guerra fino alla resa di Hamas, vera colpevole delle vittime civili. Allo stesso tempo capisco chi accusi Tel Aviv di aver superato il limitecome in tutti i casi di legittima difesa è una valutazione relativa. Al contrario, la strategia ormai esplicita di Netanyahu del “no” allo Stato di Palestina va al di là di parametri qualitativi.

 

E’ un punto di discontinuità, che mette in dubbio la stessa legittimità di Israele che si mette – o almeno chi lo guida - dalla parte sbagliata della Storia.

La parola “relativo” è una delle più potenti del nostro vocabolario. “Relativo a cosa?” è la domanda sulla base della quale, più o meno consciamente, facciamo tutte le nostre valutazioni. Nella Legge, spessissimo, la gravità di un reato, e la relativa sanzione, nascono da una valutazione delle dimensioni della violazioni e delle condizioni in cui si è verificata: il furto di una mela da parte di un ragazzo affamato non è ovviamente paragonabile ad una rapina a mano armata o al furto di milioni da parte di un imprenditore. Analogamente 5 euro per non dover fare la fila sono corruzione, ma non sono come una borsa di denaro data ad un funzionario pubblico. Si potrebbero trovare casi ed esempi infiniti: llinea di demarcazione fra giusta misura ed eccesso è integrale alla vita umana, e la vera saggezza è saperne gestire l’equilibrio.

Una fattispecie significativa di rapporto fra gravità e situazione è l’omicidio: in guerra può addirittura fruttare una medaglia, in pace in genere frutta una condanna, ma se commesso per legittima difesa non è reato, a meno di cadere nell’eccesso, che per definizione ha in sé un elemento di valutazione relativa e soggettiva.

Altre cose, invece, hanno una valenza assoluta. L’affermazione che tutti gliesseri umani sono stati generati da una donna, attraverso un processo di gestazione che dura un numero di mesi variabile fra 6 (credo sia il minimo per la sopravvivenza del feto) e 10 (in caso di assoluta pigrizia del nascituro) è indiscutibilmente vera – almeno allo stato attuale - e non ci sono sfumature di relativo.

I concetti di “assoluto” e “relativo”, essendo alla base della natura, si applicano anche alla storia ed alla politica. Ad esempio allo Stato di Israele.

Nel 1948, quando l’ONU decretò la creazione di Israele, e Ben Gurion ne diede l’annuncio, le strade di Tel Aviv e di tutte le Comunità ebraiche esplosero di gioia. Si festeggiava una nascita, e la madre del neonato era l’ONU. Nel caso particolare la gestazione non era durata nove mesi, ma questi sono dettagli.

Fu una nascita turbolenta, perché immediatamente alcuni Stati Arabi, invadendo la parte di Palestina destinata allo Stato Palestinese, attaccarono Israele. Anche l’ostetrico sculaccia il bambino appena nato, ma non era questa l’intenzione di Giordania, Siria ed Egitto: ne derivò una serie di guerre, occupazioni, rappresaglie e terrorismo che continua ancora oggi, a distanza di 80 anni.

Un mondo arabo “maturo” avrebbe accettato la spartizione efeste analoghe a quelle di Tel Aviv si sarebbero avute a RamallahLo Stato Palestinese non si realizzò, allora per colpa dei suoi Fratelli Arabi.

In questi 80 anni Israele ha esercitato il suo diritto all’autodifesa, e lo ha fatto con l’aggressività e la determinazione di chi ha visto 6 milioni dei propri correligionari avviarsi passivamente al macello, senza reagire. Lo ha fatto con la violenza di chi, avendo subito maltrattamentiinenarrabili in gioventù, ne porta i segni indelebili: si è giurato “mai più”, al punto di spesso cadere nelle stesse aberrazioni di cui è stato vittima.

In quest’ottica tutte le azioni di Tel Aviv hanno una loro giustificazione morale e politica: Stato legittimo, in quanto partorito da una decisione dell’ONU, ed aggredito, si è difeso con tutti i mezzi, anche se spesso a giudizio di molti ricadendo nel reato di eccesso di legittima difesa. Reato – ripeto - che, data la sua caratteristica di “giudizio relativo” permette valutazioni diverse. Quello che succede oggi a Gaza ne è un esempio chiaro e fattuale: Israele ha il diritto di difendersi, liberare gli ostaggi ed anche – obiettivamente – di pretendere la resa e la fine di Hammas. Ma quanti civili innocenti può uccidere perseguendo questi legittimi obiettivi?

Io – e lo ho anche scritto su questo sito – credo che queste morti nella Striscia, qualunque ne sia il numero, non vadano addebitate ad Israele, ma ad Hamas che rifiuta di arrendersi, e che la domanda sia piuttosto da fare ai suoi capi che, più o meno sicuri in zone di pace, perseguono una politica cinica e destinata solo a prorogare nel tempo divisioni, sofferenze e massacri sulla pelle dei suoi compatrioti.

Capisco, però che altri possano avere valutazioni diverse

Così come capisco che molte Nazioni, ormai la maggioranza, stia riconoscendo lo Stato di Palestina. Personalmente trovo che sia  un atto dovuto, e dovuto da 80 anni. Se si parla, oggi, ancora di soluzioni a due stati, in termini di ipotesi e se uno di questi è indefinito ed ancora ostaggio di forze terroristiche è perché, nel 1948, Giordania, Egitto e Siria si rifiutarono di fare da Padrini al battesimo.

Credo però che – proprio alla luce di questi 80 anni – ciò che sarebbe stato fare giusto immediatamente allora oggi sia prematuro, perché non c’è ancora un minimo di definizione geografica ed amministrativa, e la Striscia è ancora governata dall’estremismo omicida.Mi chiedo anche quanta di questa foga pro-Pal del Mondo sia dovuta ad equilibri interni e quanto sia diplomaticamente saggio e conveniente dire “riconosco lo Stato di Palestina, ma deve liberarsi di Hamas”, piuttosto che dire “sono pronto a riconoscerlo, appena Hamas sarà fuori dai giochi”.

D’altra parte in questi decenni di Storia persone ben più qualificate di me hanno sottolineato la relatività di qualsiasi interpretazione degli eventi del Medio Oriente: i libri sono costellati di affermazioni quali “Israele deve scegliere se essere uno stato ebraico o democratico” oppure che “la sconfitta di Israele nasce dalla vittoria nella guerra dei Sei Giorni”. Nella Letteratura, e nelle frasi di chi attacca oggi Israele, c’è anche una vena fondamentalmente razzista che giustifica certi comportamenti da parte di frange della Resistenza Palestinese, quasi fossero esseri inferiori non legatialle regole dell’etica umana ed internazionaleLa disperazione non esenta dall’Etica.

Contraddizioni e giudizi (o mancanza di) che ben dipingono come la “nebbia della guerra” sia ancora molto fitta.

Torno, però, all’inizio di questa nota, in cui contrapponevo la relatività implicita in certe situazioni (l’eccesso d legittima difesa, che può essere visto come un fil rouge della storia di Tel Aviv) l’assoluta, obiettiva e fattuale verità di altre affermazioni (la nascita). Ed è su questa base che – per la prima volta da quando sono in grado di pensare – metto Israele dalla parte del tortodal lato sbagliato di una riga nettissima che separa la legittimità dall’illegalità. E naturalmente la mia affermazione si applica non tanto allo Stato ed ai suoi 10 milioni di abitanti, ma al suo governo attuale, che però – non nascondiamoci dietro un dito - della maggioranza degli abitanti è espressione.

La politica de lo stato Palestinese non nascerà mai” mette Netanyahu nell’area dell’indifendibile, e sprofonda tutta la storia di Israele non più in una nebbia di eventuali e discutibili eccessi da parte di uno Stato Sovrano, ma nelle profonde tenebre di una dubbia legittimità.

Forse non de jure, ma in spirito, lo stato Palestinese è nato insieme a quello di Israele. Le vicende storiche hanno portato le due parti in direzioni diverse: la seconda ad uno status riconosciuto, ed a una struttura democratica, ricca, militarmente potente ed industrialmente innovativa, la prima ad essere una massa di disperati, povera e non riconosciuta. Il loro Stato, però è concettualmente già nato nel 1948, ed aspetta solo una sua realizzazione che ha elementi formali, ma anche sostanziali. 

Aristotele già lo teorizzava 2000 anni fa: da “potenza” ad “atto”.

Negare il diritto di realizzazione allo Sato Palestinese toglie legittimità anche ad Israele:essendo nati dalla stessa visione da parte del Mondo, per il tramite dell’ONU, negarne uno vuol dire negare anche l’altro.

Se lo Stato Palestinese non ha diritto di passare da potenzialità ad attualità, anche la nascita di Israele è invalidata, e quanto oggi accade a Gaza non è la legittima – anche se forse eccessiva – autodifesa di uno Stato sovrano, ma l’eccesso omicida di una nazione di terroristi ed invasori. Come invasore fu la Giordana nel 1948, e come terrorista è oggi Hamas.

Israele ha bisogno politico, sociale, legale e filosofico, di un vicino Palestinese.

Israele ha bisogno di riconquistare la sua anima democratica, verso di sé, verso il Mondo e verso i suoi gemellipalestinesi.

01-10-2025
Autore: Ranieri de Ferrante
Ranieri de Ferrante è un Fulbright Fellow, ed attualmente si occupa di Ambiente. Nel passato ha operato nella Farmaceutica, Consulenza (McKnsey), Informatica, Energia e Difesa, coprendo posizioni come Presidente, ABB, Central Eastern Europe e Co – CEO, Alenia Marconi Systems.
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