di Ranieri de Ferrante

I droni – o meglio il loro utilizzo intensivo e multi missione al di là del loro ruolo “tradizionale” di ricognizione – sono i protagonisti della guerra in Ukraina, ed anche delle operazioni belliche a Gaza. Quotidianamente i media ne parlano, e non ci sono dubbi siano un elemento nuovo nel modo di fare la guerra e che con essi cambi anche il rapporto uomo/macchina. Sono un fenomeno nuovo, di innovazione tecnologica e strategica, eppure in questo cambiamento modernissimo risentiamo i suoni di eventi di 700 anni fa.

Tibullo, in una sua elegia scrive “quis fuit horrendos qui primus protulit enses?” (chi fu ad inventare le orrende armi?). Il poeta se lo chiedeva nel 1° secolo A.C., pochi anni dopo la morte di Cesare. Oggi le armi hanno inventori con nomi e cognomi, come Kalashnikov, o Colt, entrati nella conoscenza comune, ma la domanda di Tibullo riceverebbe la stessa risposta generale di allora: le armi sono nate quando l’uomo si è reso conto che i pollici opponibili non servivano solo a far il segno di OK ... ma anche ad afferrare una pietra o una clava.

Naturalmente scherzo, ed il segno delle dita a circolo non era usato dai Neanderthal, ma – per confermare quanto la guerra sia parte integrante della storia -  è interessante osservare che questo gesto che usiamo con tanta frequenza nella vita di tutti  giorni nasce in trincea, durante la Grande Guerra: le dita indicavano “zero”, e l’abbreviazione OK sta per “0 killed”,  scritto nei rapporti quando le pattuglie ritornavano dalla terra di nessuno.

E non è il solo segno oggi comunemente usato che nasce in guerra. Poi ne vedremo un altro esempio.

La Guerra è parte della vita umana, e le armi sono al centro della Guerra. La deterrenza, l’abusato “si vis pacem para bellum” le mette però anche al centro della Pace, e non si può negare che la storia delle armi, e di come sono state usate – o non usate -  coincide con la storia dell’uomo. E come in tutte le vicende umane, vi sono ripetizioni, casuali o meno, che ci ricordano come i secoli passano, ma certi schemi si ripropongono a distanza di secoli, e non sono coincidenze casuali.

Certo, le coincidenze casuali esistono: durante la prima guerra mondiale la speranza di vita di un ufficiale subalterno in trincea era stimata in 6 settimane. Oggi in Ukraina c’è una fascia profonda alcuni chilometri, lungo il fronte, all’interno della quale un veicolo blindato ha una sopravvivenza attesa di 6 minuti. Settimane o minuti … sono 6: certo è un caso, ma … 666 non è il numero del Diavolo …?

Lasciamo stare le coincidenze, per quanto intriganti. E’ una vita che mi interesso di armi e guerra: parto da figlio di Militare, continuo facendo un hobby della lettura di libri sull’argomento,  per poi arrivare anche a farne una professione quando ero alla guida di una grande Azienda della Difesa. Gli eventi degli ultimi anni, e le modifiche all’arte della Guerra che si registrano particolarmente in Ukraina, danno oggi molto cibo a questo mio interesse, anche se preferirei  occuparmi di guerre passate.

Qualche giorno fa – nel quadro di questo mio hobby - leggevo un articolo sulla “Dronizzazione” della Russia: i droni sono diventati infatti così importanti che in Russia è stato introdotto un meccanismo che misura la capacità, in ognuna  delle Regioni, di operare, sviluppare e gestire questi sistemi d’arma. Al punteggio concorrono strutture dedicate, finanziamenti disponibili ed eventuali corsi di formazione per studenti (per i quali sono previsti corsi di pilotaggio). L’operatore deve infatti essere un tutt’uno con il drone che guida, e questo non si impara in due giorni, ma si può cominciare ad imparare – magari in modo ludico – in età giovanissima. Con questo programma il regime di Putin vuole assicurarsi che la competenza nasca, cresca e si sviluppi in maniera capillare ed efficace.

La regione di Bashkiria (per chi, come me, non lo sapesse, è sul Volga) si è classificata prima. Sono state valutate 47 aree in tutto, e dall’anno prossimo la partecipazione diventerà obbligatoria per tutte le regioni e gli enti. Saranno escluse solo le aree rubate all’Ukraina.

Naturalmente è presentata come un’iniziativa di carattere civile, per sviluppare nuove tecnologie per migliorare il mondo … ma questo è tipico russo.

Oggi non si può operare sui campi di battaglia senza usare i droni, ormai diventati un sistema d’arma strategico, capace di coprire un ampio spettro di missioni. Fra i reparti di dronisti – i nuovi guerrieri specializzati – delle forze di Kiev c’è una gara a punti: questi si acquistano uccidendo soldati, distruggendo carri armati e soprattutto eliminando i dronisti nemici. Nel punteggio questi ultimi valgono più dei carri armati (che – come detto - al fronte, durano 6 minuti).

Ed un operatore, se catturato, viene immediatamente passato per le armi Come lo erano i cecchini nella prima guerra mondiale ed in qualsiasi conflitto dopo di essa.

Tutto questo può essere interessante (spero), magari strano, ma basta aprire un giornale o accendere una TV per saperlo! Qual è quindi il punto di questa nota?

Il punto si coglie con un rewind di quasi 700 anni, tornando a Crecy, nel 1346: un forte esercito francese, composto da quasi 40,000 uomini (enorme per l’epoca), di cui ben 12,000 cavalieri (che allora dominavano i campi di battaglia come i carri armati hanno fatto durante gli ultimi 100 anni) si scontra con uno inglese di poco più di 15,000 uomini, con solo 4,000 cavalieri.

Tre a zero a tavolino, si direbbe, ed invece no: la vittoria va alle truppe di Edoardo III, mentre il re francese (Filippo VI) viene ferito e, per dirla alla Brancaleone di Norcia, fassi gran mattanza di cavalier d’Oltralpe. Chiave della vittoria è l’arco lungo inglese, che permette di colpire i nemici a distanza, evitando quel confronto faccia a faccia, armatura ad armatura che avrebbe visto vincere, quasi inevitabilmente, i francesi.

L’arco era stato usato in precedenza, dai Parti, ad esempio, e dai Mongolo, ma questo era un modo nuovo, e, per almeno due secoli, l’arco lungo sarebbe stato un’arma vincente (quasi sempre) sui campi di battaglia, per poi essere sostituito dalle armi da fuoco, che allontanavano ancora di più le parti a confronto e quindi possono essere viste come il secondo stadio del cambiamento cominciato a Crecy.

Gli arcieri inglesi erano così temuti ed odiati che – quando catturati – venivano uccisi o, se erano fortunati, subivano l’amputazione dell’indice e del medio, per renderli incapaci di usare la propria arma. Il segno di V, reso famoso da Churchill come simbolo di Vittoria, in realtà era il segno che gli arcieri facevano per comunicare “guarda mamma, son tornato a casa ed ho ancora le dita …!!”

Le analogie con i droni sono evidenti: il drone, come l’arco, spersonalizza – anzi disumanizza - la guerra, allontanandone ulteriormente gli attori. Il drone, come l’arco, rende inefficienti le armi che avevano dominato il campo di battaglia (i carri armati oggi, i cavalieri allora). Infine, si ripete anche l’abitudine di fare oggetto di vendetta specifica e violenta chi è in grado di usare queste armi, se catturato.

Le analogie non finiscono qui, e questo mi riporta all’inizio di questa nota.

Gli arcieri non si formavano con due settimane di addestramento, né con due mesi. Per essere in grado di flettere le loro armi, ed ottenere le portate di 200 metri ed oltre che servivano sul campo di battaglia, serviva una forza enorme, frutto di un allenamento specifico di anni ed anni:  gli scheletri di arcieri trovati in Inghilterra mostrano infatti quella che non si può che definire una deformazione strutturale, con la parte destra sviluppatissima, la spalla sinistra compressa e – spesso – alterazioni della colonna vertebrale.

Per avere una disponibilità ampia, garantita e costante di questi specialisti, divenne obbligatorio, in Inghilterra, praticare il tiro con l’arco: regolarmente tutti gli uomini validi, cominciando da ragazzi, si ritrovavano e si esercitavano insieme, ingaggiando competizioni, con un elemento quindi anche di convivialità e divertimento. Attenzione, però, era un obbligo rigoroso, e l’attività divenne talmente intensa e diffusa che nacque una vera e propria industria per realizzare le armi e le foreste di tasso (albero particolarmente adatto alla realizzazione degli archi lunghi) vennero esaurite.

“Archizzazione” del Regno di Inghilterra nel 1300, come oggi si parla di dronizzazione della Russia.

Un deja vu, quindi, sia pur con attori e strumenti diversi. D’altra parte – a cercare bene – nella storia quasi ogni fenomeno, pur sembrando di rottura, ritrova un eco nel passato, di cui rappresenta una riedizione in abiti rinnovati. Historia magistra vitae: quando l’uomo trova il presente o il futuro sorprendente è solo perché non ha guardato con abbastanza attenzione al passato.

Ma allora - seguirebbe logicamente - da questo passato e questo presente potremmo proiettare il futuro.

Proviamoci.

Lo scontro all’arma bianca era – come direbbero gli inglesi – “close and personal”. L’arco e poi le armi da fuoco l’hanno reso molto meno ravvicinato, ma l’uomo è rimasto centrale, interpretando sia il ruolo di bersaglio che di “colpitore”. Con l’avvento dei droni  l’uomo diventa più bersaglio e meno attore: un video che mostra un soldato ukraino che, inquadrato da un drone, si inginocchia facendosi  il segno della croce, o l’episodio di un gruppo di soldati russi che si arrende a dei droni sono esemplari.

Se questo trend continuasse l’essere umano - rimosso dal ruolo di soggetto – potrebbe sparire anche da quello di oggetto, portando la guerra ad essere caratterizzata da scontri fra macchine, senza vittime.

Il ragionamento filerebbe …ma ci spero poco. …

10-11-2025
Autore: Ranieri de Ferrante
Ranieri de Ferrante è un Fulbright Fellow, ed attualmente – da vecchietto - si occupa di Ambiente. Nel passato ha operato nella Farmaceutica, Consulenza (McKnsey), Informatica, Energia e Difesa, coprendo posizioni come Presidente, ABB, Central Eastern Europe e Co – CEO, Alenia Marconi Systems (una JV fra l’allora Finmeccanica e la British Aerospace). Proveniente da una famiglia di Militari, Storia e Difesa sono le sue passioni.
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