di Elisabetta Trenta
L’intervento statunitense in Venezuela viene letto, nella maggior parte dei commenti, come un fatto circoscritto: la fine di un regime, la forza dell’opposizione, l’efficacia dell’azione militare. Ma questa lettura rischia di essere miope.
Ciò che conta davvero non è il caso venezuelano in sé, bensì il precedente che viene creato.
Siamo di fronte a una modalità di gestione delle crisi che prescinde ormai da qualsiasi architettura multilaterale. Un Paese decide di intervenire militarmente per rimuovere un capo di Stato ritenuto ostile, senza un mandato internazionale, senza una dichiarazione di guerra, senza un quadro di transizione concordato e senza una chiara assunzione di responsabilità sul “dopo”. L’uso della forza non è più l’extrema ratio, ma uno strumento ordinario di governo delle crisi.
In questo schema, la legittimità non deriva dal diritto, ma dalla capacità di agire. La distinzione tra conflitto armato, operazione speciale e azione di polizia internazionale si dissolve. Il risultato è una pratica che assomiglia sempre meno alla gestione politica delle crisi e sempre più all’applicazione unilaterale di un ordine imposto.
In passato, anche gli interventi più controversi venivano almeno rivestiti di una cornice giuridica o umanitaria: la protezione dei civili, la promozione della democrazia, la neutralizzazione di minacce globali. Oggi questa esigenza sembra venuta meno. Non perché il diritto internazionale sia stato superato da nuove regole condivise, ma perché è stato semplicemente aggirato.
La Strategia di Sicurezza Nazionale americana chiarisce il quadro: la sicurezza degli Stati Uniti è il parametro prevalente. Tutto ciò che viene ricondotto a una minaccia - terrorismo, criminalità organizzata, traffici illeciti, narcotraffico - può giustificare un’azione diretta, anche al di fuori di confini e alleanze tradizionali.
Questo approccio non è neutro. Trasforma la sicurezza in una categoria politica espansiva, che assorbe e ridefinisce ogni altra considerazione. Quando è chi decide cosa costituisce una minaccia a stabilire anche il perimetro dell’azione legittima, il confine tra difesa e imposizione diventa labile.
L’impiego di unità militari d’élite, utilizzate in passato per colpire leader di organizzazioni terroristiche, per intervenire contro un capo di Stato in carica segnala un ulteriore passaggio: la cancellazione della distinzione tra criminalità, terrorismo e potere statale nel momento in cui quest’ultimo viene qualificato come ostile.
Che il Venezuela sia uno Stato criminale, nel senso di un potere fondato su corruzione sistemica, traffici illeciti e collusione con reti criminali, è un dato difficilmente contestabile. Ma riconoscerlo non equivale a legittimare qualsiasi metodo di rimozione dall’esterno. La storia recente mostra che la caduta forzata di regimi criminali non produce automaticamente stabilità, e spesso apre fasi di frammentazione, conflitto interno e destabilizzazione regionale.
In questo quadro si colloca anche la posizione di Maria Corina Machado, leader dell’opposizione democratica venezuelana. Machado ha salutato l’operazione americana come l’inizio di una svolta e ha rivendicato la legittimità politica dell’opposizione a guidare il Paese. Tuttavia, al momento dell’intervento, non si trovava in Venezuela e non risulta avere un controllo diretto sull’apparato militare o istituzionale. Questo dato è tutt’altro che secondario: perché anche una leadership riconosciuta sul piano politico rischia di essere travolta da un cambio di regime imposto dall’esterno, se non è accompagnata da un passaggio di potere governato e dal controllo effettivo degli strumenti dello Stato.
In questo stesso quadro va letta anche la posizione dell’Europa.
Non perché sia realistico immaginare un’applicazione di questo metodo contro Paesi europei, ma perché un metodo, una volta legittimato, non prevede eccezioni di principio. Quando la sicurezza nazionale diventa la giustificazione universale, ciò che oggi appare impensabile diventa teoricamente possibile. Ed è proprio questa possibilità astratta - non la sua probabilità concreta - a costituire il vero problema politico.
La Strategia di Sicurezza Nazionale americana non contesta all’Europa una singola politica, ma il suo insieme: difesa, confini, energia, rapporti con Cina e Russia e capacità di governance vengono riletti come variabili di sicurezza statunitense. In questo quadro, le scelte sovrane degli alleati non sono più semplicemente diverse, ma potenzialmente disfunzionali rispetto agli interessi di Washington.
Non si tratta di sostenere che l’Europa possa essere “colpita”, ma di riconoscere che un metodo che non riconosce limiti giuridici non riconosce nemmeno alleati permanenti.
La storia insegna infatti che un metodo che non riconosce limiti giuridici non riconosce nemmeno alleati permanenti. Quando il diritto viene sostituito dalla forza, le relazioni diventano reversibili e la fedeltà si misura solo sull’utilità del momento.
È questa logica che dà senso al messaggio politico dell’operazione. Un messaggio che non è rivolto solo a Caracas. Parla a Mosca e a Teheran, ma raggiunge anche Bruxelles, perché ridefinisce il modo in cui vengono valutati amici e avversari. Sullo sfondo resta il confronto strategico con la Cina, mentre le crisi considerate secondarie vengono affrontate per liberare spazio politico e strategico.
Perché il punto non è solo ciò che accade oggi in Venezuela, ma ciò che questo metodo rende possibile domani.
Quando la sicurezza diventa la giustificazione universale, ogni confine giuridico diventa negoziabile e ogni alleato potenziale oggetto di valutazione. In questo scenario, un’Europa divisa, trattata come un insieme di interlocutori separati e giudicata esclusivamente in termini di affidabilità securitaria, è un’Europa strutturalmente più debole.
È per questo che oggi più che mai l’unità europea non è una scelta ideologica, ma una necessità politica. Perché quando le regole cedono il passo alla forza, chi è frammentato non viene consultato: viene semplicemente gestito.
