di Gianni Lattanzio
La guerra in Ucraina non è soltanto un conflitto in corso nel cuore dell’Europa, ma il prisma attraverso cui si rifrange una più ampia crisi dell’ordine internazionale, in cui la logica della forza tende a sostituire progressivamente il riferimento al diritto e alla cooperazione multilaterale. Attorno alle trincee del Donbass, infatti, si intrecciano oggi le tensioni che attraversano il sistema globale: la ridefinizione dei rapporti fra Stati Uniti ed Europa, l’assertività della Russia e della Cina, le nuove contese per le risorse energetiche, le rotte marittime e gli spazi strategici dell’Artico.
L’Ucraina e l’“architettura” del dopo-guerra
A Parigi, la cosiddetta coalizione dei “volenterosi” ha provato in questi giorni a immaginare non solo come sostenere Kiev nella fase più dura del conflitto, ma soprattutto come strutturare le garanzie di sicurezza per il giorno dopo, quando il fragilissimo equilibrio di un cessate il fuoco dovrà essere sorretto da un quadro politico e militare credibile. L’intesa emersa dal vertice è ambiziosa: europei e statunitensi si sono impegnati a offrire all’Ucraina garanzie “politicamente e giuridicamente vincolanti”, concepite per impedire che la pace si traduca in una resa mascherata o in una tregua provvisoria in attesa di una nuova aggressione russa.
Il disegno poggia su tre pilastri. Da un lato, la creazione di una forza multinazionale di rassicurazione, a guida europea, da dispiegare sul territorio ucraino una volta interrotte le ostilità, con il contributo in prima linea di Francia e Regno Unito e la disponibilità tedesca a schierare truppe nei Paesi confinanti, mentre altri governi – come quello italiano – escludono per ora l’invio di contingenti sul terreno. Dall’altro, la decisione di mantenere un esercito ucraino numeroso e addestrato, sostenuto nel lungo periodo da forniture di armi, addestramento e infrastrutture difensive, perché la prima garanzia di sicurezza rimane la capacità del Paese di difendere se stesso. Infine, un meccanismo di mutua assistenza che richiama l’articolo 5 del Trattato Atlantico e che impegna i firmatari a intervenire in caso di nuova offensiva russa, con un orizzonte temporale che Washington immagina di quindici anni e Kiev vorrebbe estendere a mezzo secolo.
Tutto questo, tuttavia, si costruisce mentre la guerra continua a mordere. Nel 2025 le forze russe hanno consolidato una lenta avanzata, combinando bombardamenti in profondità, uso massiccio di droni e un costante logoramento delle linee ucraine. Gli attacchi contro infrastrutture civili – come il colpo inferto pochi giorni fa a un ospedale di Kiev – ricordano che, per la popolazione, la prospettiva del “dopoguerra” rimane ancora un miraggio, sospeso fra le promesse delle cancellerie e la durezza quotidiana dei rifugi antiaerei.
Sul piano interno, poi, l’Ucraina è impegnata in una delicata riorganizzazione dei vertici della sicurezza e della difesa, segnata dalle dimissioni del capo dei servizi SBU, dall’ascesa di nuove figure come Budanov e dall’ombra corrosiva della corruzione che ha travolto uomini fino a ieri vicinissimi alla Presidenza. La credibilità dell’architettura di sicurezza che l’Europa e gli Stati Uniti intendono offrire a Kiev dipenderà anche dalla capacità dello Stato ucraino di riformarsi, di rafforzare le proprie istituzioni, di coniugare resilienza militare e rigenerazione democratica.
Il laboratorio venezuelano e la crisi del diritto
È in questo scenario che l’operazione statunitense in Venezuela acquista un significato che va ben al di là della pur drammatica vicenda di Caracas. Il blitz che ha condotto alla cattura di Nicolás Maduro e della moglie Cilia Flores, trasferiti in catene davanti a un tribunale federale di New York con accuse di narcoterrorismo, rappresenta una rottura profonda nelle consuetudini del diritto internazionale. Per la prima volta un presidente in carica viene prelevato con un’azione armata extraterritoriale per rispondere a un atto di accusa di un altro Stato, senza alcun mandato delle Nazioni Unite e in evidente tensione con il principio di non ingerenza e di sovranità eguale degli Stati.
La retorica ufficiale invoca la lotta al narcotraffico e la difesa del popolo venezuelano dalla tirannia, ma nelle dichiarazioni di Donald Trump emerge con cristallina chiarezza la dimensione strategica: assicurarsi l’accesso continuativo al petrolio venezuelano, riportare il greggio nelle raffinerie statunitensi e trasformare Caracas in un tassello fondamentale della sicurezza energetica americana. Non è un caso che, nelle settimane precedenti, Washington abbia scelto di puntare su Delcy Rodríguez – già vice di Maduro e oggi presidente ad interim – come figura di transizione, marginalizzando tanto il vincitore formale delle elezioni Edmundo González quanto la leader dell’opposizione María Corina Machado, ritenuta troppo radicale e incapace di garantire stabilità.
Per l’Europa, che ha sostenuto con nettezza la sovranità ucraina di fronte all’aggressione russa, il “caso Venezuela” è un banco di prova etico e politico estremamente scomodo. La condanna del regime chavista e delle sue violazioni dei diritti umani è pressoché unanime; assai più esitante è il giudizio sulle modalità con cui gli Stati Uniti hanno scelto di accelerarne la caduta. Una parte delle capitali europee tende a leggere l’operazione in chiave di pragmatica “correzione” di un autoritarismo latinoamericano, nella speranza di guadagnare margini di manovra sul fronte energetico; altre sottolineano il rischio di avallare un precedente che legittima, di fatto, l’uso unilaterale della forza ogniqualvolta un grande attore ritenga minacciati i propri interessi. In questo pendolo fra realismo e principi si misura la capacità dell’Europa di non rinunciare al proprio profilo di attore normativo, capace di difendere regole e non soltanto frontiere.
Groenlandia e il paradosso dell’Alleanza
Quasi a sottolineare che non esistono più “fronti separati”, la mossa venezuelana è stata seguita dal riaprirsi improvviso del dossier Groenlandia. Ciò che alcuni anni fa poteva apparire un’uscita folcloristica – l’idea di “comprare” la più grande isola del pianeta – si è trasformato in un vero e proprio contenzioso strategico: la Casa Bianca ha definito l’acquisizione della Groenlandia una priorità di sicurezza nazionale, lasciando intendere che l’uso delle forze armate “resta sempre un’opzione sul tavolo”.
Dietro la provocazione, vi è una lucida valutazione degli interessi in gioco. Il progressivo scioglimento dei ghiacci rende sempre più accessibili le rotte artiche e le immense risorse energetiche e minerarie dell’area, mentre la posizione della Groenlandia – protesa fra il Nord Atlantico e il Polo – la colloca al centro del corridoio strategico che collega il Mare di Barents alle coste nordamericane. In questo quadro, la Danimarca viene dipinta da alcuni circoli statunitensi come un attore troppo debole per garantire da sola la sicurezza dell’isola, e si immaginano modelli di “associazione libera” che consentano a Washington di ampliare la propria presenza militare e infrastrutturale, di fatto scavalcando Copenaghen.
La reazione europea, questa volta, è stata più rapida e compatta. Una dichiarazione congiunta di Francia, Germania, Italia, Regno Unito, Spagna, Polonia e Danimarca ha ribadito che la Groenlandia appartiene al suo popolo, che solo Groenlandia e Danimarca possono decidere del suo futuro e che la sicurezza dell’Artico deve essere garantita collettivamente, nel quadro della NATO e della Carta delle Nazioni Unite. La premier danese Mette Frederiksen ha avvertito che un eventuale attacco americano all’isola segnerebbe “la fine di tutto, anche della NATO”, mettendo a nudo il paradosso di un’Alleanza che potrebbe trovarsi a dover invocare il proprio articolo 5 non più contro un nemico esterno, ma contro il suo stesso membro più potente.
Non sorprende che, a Mosca, questa crisi venga osservata con malcelata soddisfazione. Esponenti vicini al Cremlino parlano apertamente di “vassallaggio europeo” e ironizzano su un’Unione che, a loro dire, denuncia il revisionismo territoriale altrui ma sarebbe disposta a chiudere un occhio sulle ambizioni statunitensi, pur di salvaguardare la protezione americana. Il rischio, per l’Europa, è di veder eroso proprio quel capitale di coerenza normativa che le ha consentito finora di svolgere un ruolo riconosciuto nella difesa del diritto internazionale, dalla condanna dell’annessione della Crimea alla richiesta di accountability per i crimini di guerra.
Taiwan e la geografia che cambia
Nel gioco incrociato delle crisi, anche lo Stretto di Taiwan entra silenziosamente nella scena. Una parte dell’analisi internazionale si chiede se il raid in Venezuela e le minacce sulla Groenlandia possano incoraggiare Pechino a un atteggiamento più assertivo nei confronti dell’isola, in nome di una simmetria perversa: se Washington si arroga il diritto di intervenire militarmente in quello che considera il proprio “cortile di casa”, perché la Cina dovrebbe rinunciare a una politica di forza nello spazio che definisce da sempre parte integrante del proprio territorio nazionale?
La risposta, tuttavia, non è lineare. Da un lato, il progressivo svuotamento delle norme internazionali – utilizzate selettivamente dalle grandi potenze – offre argomenti alla propaganda cinese, che può presentare la propria postura come l’inevitabile conseguenza della fine dell’egemonia occidentale sul diritto. Dall’altro, l’esperienza venezuelana mostra quanto resti intatta la capacità statunitense di proiezione militare a lunga distanza, e quanto costosa sarebbe per Pechino un’operazione diretta su Taiwan, che inevitabilmente coinvolgerebbe le principali economie globali e metterebbe a rischio l’intero sistema di scambi da cui dipende la prosperità cinese.
Più che innescare automaticamente nuovi conflitti, la sequenza Ucraina–Venezuela–Groenlandia contribuisce a ridefinire i margini di manovra di tutti gli attori: conferma che i confini fra guerra, polizia internazionale, difesa preventiva e gestione energetica diventano sempre più labili; suggerisce che la vera partita si giocherà nella capacità di alcuni Paesi chiave – fra cui quelli europei – di proporre forme nuove di regolazione condivisa, prima che la logica delle sfere di influenza si imponga come unico linguaggio comprensibile.
L’Europa davanti allo specchio
In questo scenario, l’Europa è chiamata a un salto di qualità. Non può limitarsi a registrare, con toni di volta in volta indignati o compiaciuti, le mosse delle grandi potenze, né può rifugiarsi in un’equidistanza impossibile fra alleanze storiche e principi proclamati. La difesa dell’Ucraina non è soltanto un imperativo morale verso un popolo aggredito, ma anche un test decisivo sulla volontà del continente di preservare un ordine fondato su regole e non su rapporti di forza nudi.
Al tempo stesso, però, la legittima esigenza di sicurezza non può tradursi in un’accettazione passiva di ogni iniziativa dell’alleato americano, soprattutto quando questa si colloca ai margini – se non al di fuori – del quadro giuridico internazionale. A Caracas come a Nuuk, l’Europa ha il dovere di far sentire una voce distinta e autorevole: non per alimentare antiamericanismi sterili, ma per contribuire a riportare anche gli Stati Uniti dentro un orizzonte condiviso di responsabilità e limiti.
In questo passaggio, le parole che giungono da Roma – dalla chiusura del Giubileo della speranza, con il forte richiamo del Papa alla pace, alla condanna dell’“industria della guerra” e alla denuncia delle lusinghe dei potenti – indicano una direzione che la politica non può permettersi di archiviare come mero linguaggio spirituale. La sfida, in fondo, è proprio questa: trasformare la consapevolezza della fragilità del mondo in impegno concreto per una sicurezza che non si limiti a sommare arsenali, ma si fondi su istituzioni più giuste, su alleanze meno asimmetriche, su un’idea di pace che non coincida con la semplice sospensione delle ostilità.
Se la guerra in Ucraina resterà il cuore oscuro di una lunga fase di transizione o potrà un giorno essere ricordata come il punto in cui l’Europa e la comunità internazionale hanno deciso di invertire la rotta dipenderà, in larga misura, da quanto sapremo sottrarre il futuro del continente e del pianeta a una geografia di interessi che cambia le mappe ma non cura le ferite, e da quanto saremo capaci di restituire alla politica – e al diritto – la dignità di un limite opposto alla prepotenza della forza.
