di Ranieri de Ferrante

Dopo gli eventi in Venezuelail riemergere della questione groenlandese mostra che gli USA non si sentono più vincolati ad un ordine basato su limiti normativi condivisi, a meno di rischiare conseguenze graviL’imposizione di dazi “politici” ad alleati storici segna una linea d’allarme. La risposta europea ha evidenziato una frattura strutturale: Francia, Germania e Regno Unito hanno assunto una posizione chiara a sostegno della Danimarca; l’Italia ha confermato una postura ambigua. L’Unione Europea si è dimostrata incapace di agire come soggetto politico unitario. Questo limite non è contingente, ma strutturale e irreversibile.

Il futuro realistico dell’Europa passa da una separazione funzionale: un’UE a 27 con un ruolo economico,affiancata da un nocciolo duro ristretto, capace di decidere ed esprimere politica. In un contesto in cui l’inazione ha un costo crescente, questa non è una scelta ideologica, ma una necessaria scelta di indipendenza.

1. Venezuela: il primo passo di una dottrina senza limiti

L’intervento statunitense in Venezuela non è stato un incidente né una deviazione tattica. È stato il primo passo, consapevole e preparato da mesi, di una linea politica — la dottrina Donroe — che non riconosce più limiti esterni se non quelli imposti da un costo reale (militare, economico o politico) superiore al beneficio per gli Stati Uniti ed al personale desiderio di onnipotenza del Presidente Trump. La quasi immediata esplicitazione delle motivazioni economiche e di interdizione verso la Cina ha segnato un passaggio di fase: la fine dell’ipocrisia multilaterale. Che il controllo sul Venezuela si realizzi o meno, la sfida all’ordine stabilito è stata lanciata.

Trump non crea questa tendenza: la rende esplicita. Anche senza di lui, il mondo è cambiato: nessun grande attore è più disposto a rinunciare a interessi definiti vitali solo in nome di regole prive di enforcement.

Altrettanto rilevante — per la sua irrilevanza — è stata la reazione europea. Francia contraria senza ambiguità, Italia apertamente favorevole, Unione Europea oscillante tra una condanna formale e un generico auspicio di transizione democratica. Nessuna linea comune, se non una dichiarazione tardiva. Nessuna conseguenza, nessun costo imposto, neppure sul piano politico. Il messaggio recepito a Washington è stato immediato: l’Europa non è un vincolo. È uno spazio geografico, più o meno vuoto.

In questo contesto, la posizione italiana è stata emblematica. Definire l’intervento americano “legale e giustificato” è stato un riconoscimento di fedeltà aprioristica. Dal 1945 Washington non chiede alleati, ma subordinazione; la novità è che oggi non sente più il bisogno di mascherarlo. La forma, che per decenni ha contribuito alla sostanza dell’ordine occidentale, è stata abbandonata. E una delle prime vittime di questo cambiamento è stata proprio l’UE, la cui natura reattiva è emersa senza attenuanti.

2. Groenlandia: parole che pesano, fratture che restano

Anche il riaccendersi della questione groenlandese subito dopo il Venezuela non è stato una coincidenza. Venezuela e Groenlandia appartengono alla stessa categoria concettuale: oggetti strategici, non dossier diplomatici.

Anche in questo caso, voglio focalizzarmi non sulla violenza — per fortuna ancora solo verbale — e sul disprezzo di cui è intriso l’attacco di Trump, ma ancora una volta sulla risposta europea. Francia, Germania e Regno Unito hanno preso posizione in modo chiaro a sostegno della Danimarca, riconoscendo implicitamente che la questione non è bilaterale, ma sistemica. L’Italia, al contrario, ha mantenuto una postura ambigua, prudente fino all’irrilevanza: il consueto cerchiobottismo elevato a metodo.

Il punto non è se la Groenlandia verrà o meno incorporata nell’orbita statunitense. O meglio, è un punto rilevantissimo, perché comporterebbe che la struttura del mondo ha fatto un salto mortale. Ma ai fini di questa nota, il punto è che un interesse unilaterale su un territorio europeo può essere dichiarato apertamente senza costi immediati. La linea rossa non è stata oltrepassata: non esiste più.

3. La vera natura dell’Unione Europea

Il problema dell’UE non è che non abbia ancora una politica estera comune. È che non può più averla. Il treno politico è passato, e l’Europa lo ha perso in modo irreversibile, non per mancanza di tempo, ma per struttura, storia e natura. E soprattutto perché si è allargata troppo cercando di mantenere una politica di consenso.

Una politica estera richiede tre condizioni: percezione condivisa delle minacce, disponibilità a sostenere costi reali (economici e politici) e capacità di decidere rapidamente. L’UE non soddisfa nessuna delle tre. I suoi Stati membri hanno geografie strategiche incompatibili, opinioni pubbliche divergenti, dipendenza – economica e/o politica - dagli Stati Uniti strutturalmente diverse.

Il potere normativo non può sostituire il potere politico. Si è sperato che, dopo il secolo delle guerre, trattati e procedure potessero compensare l’assenza di forza. Ma quando un grande attore ignora le regole, chi non ha forza non ha risposta. Riconoscere questo limite non è un atto anti-europeo, ma l’unico modo per preservare ciò che dell’Unione funziona davvero.

E quello che funziona è la sua anima storica: nasce come Comunità del Carbone e dell’Acciaio, diventa Mercato Comune, partorisce l’Euro e fa della tutela del consumatore una missione chiavel’UE sa svolgere, e bene, una funzione economica.

4. Il nocciolo duro: forse l’unica alternativa realistica

L’UE – grande potenza economica - non può essere una forza politica, ma dalla UE può nascere un’alternativa praticabile: una struttura parallela, limitata a un nocciolo duro di Paesi che accettino un’unione politica ristretta, fondata non sul consenso ma sulla decisione e sulla credibilità, anche militare.

Un nocciolo plausibile potrebbe includere Francia, Regno Unito, Germania, Polonia e Danimarca. Questo nucleo — che varrebbe circa 250 milioni di abitanti e quasi 12 miliardi di GNP — concentrerebbe deterrenza nucleare, potere di veto in Consiglio ONU, importante capacità industriale e tecnologica, profondità strategica terrestre e proiezione artica. Ma ciò che conta di più sono coerenza e capacità di agire: quattro o cinque Stati che decidono e operano insieme valgono più di ventisette che discutono. È la differenza tra un mercato e un consiglio di amministrazione.

5. Il nascente blocco sunnita come conferma del modello

La logica del nocciolo duro non è un’astrazione, ma una logica conseguenza di un mondo che sta perdendo la suanatura monocentrica o bipolare, ed in cui le regole hanno sempre meno valore. C’è una voglia di altri “centri di potere”, anche in contesti politici, culturali e religiosi molto diversi. La convergenza strategica in corso tra Pakistan, Turchia e Arabia Saudita ne è un esempio significativo, che mette a fattor comune la posizione strategica della Turchia, l’atomica pachistana e le risorse saudite.

Questo asse, se si realizzerà compiutamente, probabilmente non si costituirà in un’alleanza formale, né si fonderà su particolare valori o su una cornice istituzionale rigida. Si tratta di tre Stati sunniti, ma la comunanza religiosa è un collante formale. Proprio per questo è istruttivo. Si tratta di un blocco selettivo e ristretto, costruito attorno a interessi strategici convergenti, capace di coordinamento politico e disposto ad accettare costi e frizioni esterne. In altre parole, presenta molte delle caratteristiche funzionali del nocciolo duro ipotizzato per l’Europa. Sono metodi e strutture nuoveche si stanno rivelando: pochi attori, sufficiente massa critica, chiarezza degli obiettivi. In un contesto internazionale in cui il mondo cambia assetto, questa configurazione appare sempre più come una risposta razionaleall’incertezza sistemica.

Il blocco sunnita non è un modello per l’Europa sul piano dei valori, ma lo è sul piano della diagnosi.

6. NATO riequilibrata, per evitare che diventi irrilevante

La creazione del nocciolo duro non elimina l’UE né rompe la NATO: le ridefinisce. La prima come unione economica, la seconda come alleanza che può sopravvivere solo superando l’asimmetria attuale, riconoscendo gli interessi comuni e definendo un reciproco rispetto. Ammesso che questo possa essere coerente con la personalità di Trump.

In assenza di un polo europeo credibile, la NATO — ammesso che sopravviva — rischia di trasformarsi in uno strumento monocentrico sempre meno vincolante per l’attore dominante. Non è necessariamente la sua morte formale, ma la perdita progressiva di funzione. Un polo europeo coerente ridurrebbe l’arbitrio americano senza indebolire l’Alleanza, rendendo la deterrenza complessiva più credibile.

Anche la questione Groenlandia potrebbe essere gestita efficacemente in questo quadro. Se la Danimarca resta sola, o se riceve solo un supporto formale, la partita è chiusa. Se la questione diventa Stati Uniti contro un polo europeo, si aprono invece spazi di compromesso realistici e credibili, come ad esempio una gestione condivisa della difesa dell’isola artica e ragionevoli accordi economici per lo sfruttamento delle sue risorse. Non esiste una terza via, e certo non con un Trump che  valuta solo i propri interessi e rispetta solo la forza.

7. Una prima domanda: e l’Italia?

L’Italia non può far parte del nocciolo duro non per mancanza di peso economico o di storia, ma per profilo strategico. Politica estera reattiva, instabilità cronica, avversione al rischio, dipendenza dalla protezione esterna, tendenza al già menzionato cerchiobottismo. Una politica da decenni “al traino”. La posizione su Venezuela e Groenlandia lo conferma, l’entrata in guerre “a cose avviate” sia nella prima che nella seconda guerra ne danno la radice storica.

L’Italia avrà un ruolo centrale nell’UE economica, nel Mediterraneo, nella logistica. Ma non è un decisore affidabile in contesti di hard power. Includerla nel nocciolo significherebbe reintrodurre veti e ambiguità che renderebbero il progetto inefficace. L’atteggiamento su Venezuela e Groenlandia docet.

Certo, per l’Italia trovarsi “al traino strategico” di altri Paesi europei sarebbe un amaro boccone, ma per il nostro Paese l’unica scelta veramente aperta è da chi farsi guidare

Seguire gli Stati Uniti, che hanno ormai dichiarato una visione del mondo sempre meno compatibile con la nostra; ipotizzare aperture alternative (la Cina?), certo intriganti ma difficilmente sostenibili; oppure collocarsi consapevolmente all’interno di un’Europa economica forte, appoggiata a un polo politico europeo credibile che condivide i nostri più fondamentali valori morali, politici e sociali. Non è una scelta di orgoglio, ma di realismo politico e identità sociale. E di consapevolezza dei propri limiti.

8. Una seconda domanda: è possibile con leadership così deboli?

È un’obiezione fondata. Francia, Germania e Regno Unito attraversano fasi di fragilità politica profonda. Ma i grandi salti politici europei non sono mai nati dal consenso, bensì dalla necessità.

Il nocciolo duro non nascerà da un manifesto né da una riforma dei trattati, ma da una crisi – forse già in corso - che renda l’inazione più costosa dell’azione. Un’azione russa nel Baltico, uno sconvolgimento dell’equilibrio Artico o una frattura interna all’Occidente stesso: quando la decisione diventerà inevitabile, la struttura emergerà come fatto compiuto. I fatti fanno emergere le strutture, esattamente come sono i fatti a decretarne la fine.

Ed il mondo è pieno di fatti che indicano che cambiamenti sono in corso ed adeguamenti sono necessari: il Venezuela non ha creato la crisi europea: l’ha rivelata. La Groenlandia ha mostrato che non esistono più limiti intrinseci all’azione dei forti in assenza di un costo politico credibile. Nel frattempo, nel mondo altri attori si stanno organizzando — secondo logiche nuove per l’Europa — per fare sentire la propria voce.

L’UE ha perso il treno politico, e non oggi. Il futuro realistico dell’Europa passa da una separazione netta: un’Unione economica ampia e stabile e un nocciolo duro politico ristretto, capace di decidere e di pesare. Le architetture politiche non muoiono quando vengono dichiarate superate, ma quando il mondo smette di aspettarle. È esattamente questo il punto in cui oggi si trova l’Europa.

22-01-2026
Autore: Ranieri de Ferrante
Ranieri de Ferrante è un Fulbright Fellow, ed attualmente si occupa di Ambiente. Nel passato ha operato nella Farmaceutica, Consulenza (McKnsey), Informatica, Energia e Difesa, coprendo posizioni come Presidente, ABB, Central Eastern Europe e Co – CEO, Alenia Marconi Systems.
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