di Ranieri de Ferrante
Minneapolis è una tragedia in corso, interamente man-made.Sparatorie, proteste, presenza federale e repressione compongono una spirale che non è frutto dell’inevitabilità, ma di una strategia. Nella nuova destra americana, la libertà smette di essere un valore e diventa una colpa. Trump interpreta il conflitto come un bullo: una prova di forza continua, dove la de-escalation equivale alla sconfitta. Vance, invece,
lo elabora teoricamente: il conflitto come momento di verità, in una inquietante vicinanza con la teoria marxiana della violenza come maieutica. Ma qui non nasce emancipazione. La maieutica di Vance, attraverso la penitenza, dà alla luce un mostro.
Minneapolis, gennaio.Agenti federali nelle strade, due persone uccise durante operazioni dell’ICE, bambini arrestati, porte sfondate, migliaia di persone in piazza. Le autorità locali chiedono il ritiro delle forze federali; Washington risponde irrigidendo la presenza. La sequenza è ormai familiare: violenza, protesta, repressione, nuova violenza.
Minneapolis non è un incidente.È una tragedia in corso, costruita politicamente, in cui la tensione è stata scelta, alimentata, gestita. Il conflitto non è un guasto del sistema: è il modo in cui il potere decide di esercitarsi.
Di fronte a Minneapolis — ma non solo in questo caso — Donald Trump e J.D.Vance sono strangebedfellows: diversi nello stile, coerenti nella direzione. Incarnano due funzioni dello stesso progetto. Trump è il bullo. Vance è il teorico.
La prima coppia: strangebedfellows
Per Trump, Minneapolis è una prova di forza, non una crisi da risolvere, ma una sfida da vincere. La de-escalation equivale a una resa. L’arretramento sarebbe letto non come maturità politica, ma come una sconfitta personale, prima ancora che politica. Il conflitto diventa così una dimostrazione di dominanza: law and order contro caos, centro contro periferia, forza contro debolezza. Ridurre tutto a Repubblicani contro Democratici sarebbe falso e riduttivo.
Trump non vuole che la spirale produca un risultato. Vuole che continui, purché renda chiaro chi comanda.
La violenza non lo spaventa. Teme semmai la sua assenza, perché il suo potere trae alimento dalla tensione.
Per Vance, Minneapolis è qualcosa di più interessante. È una dimostrazione empirica che serve a mostrare quanto sia fragile la pace sociale liberale, a esporre il compromesso come finzione, a ribadire che l’ordine esiste solo se qualcuno è disposto a imporlo, anche con la violenza. Dove Trump agisce d’istinto, Vance legge struttura. Dove Trump usa il conflitto come spettacolo, Vance lo trasforma in metodo.
Non una parentesi da chiudere, ma una condizione da normalizzare. Il conflitto, in questa visione, non è un fallimento della politica. È il momento in cui la politica smette di mentire su se stessa.
Verystrangebedfellows
È qui che emerge un altro bedfellow, inatteso e inquietante.
Nella visione di Marx, il conflitto aveva una funzione esplicitamente maieutica: rivelare le contraddizioni del sistema per renderne possibile il superamento. Il dolore era tragico, ma transitorio. La violenza, un costo storico destinato a esaurirsi una volta cambiata la struttura.
Il conflitto come parto.La sofferenza come doglia.
La nuova destra “post-liberale” recupera questa intuizione — il conflitto come rivelazione — ma la rovescia: qui la violenza non serve a cambiare il mondo, serve a selezionare il popolo e la futura classe dirigente.
In questo senso, Marx e Vance diventano verystrangebedfellows: nemici ideologici che però condividono la sfiducia per la normalità liberale e per il mito del consenso. Quello che è opposto è lo sguardo sul fine. Marx voleva usare il conflitto per abolire il dominio. Vance lo accetta, e provoca, per rifondarlo.
Dalla maieutica alla penitenza
Qui la trasformazione diventa decisiva: il dolore smette di spiegare e inizia a disciplinare, e la maieutica si rovescia — almeno temporaneamente — in penitenza. Non si soffre per capire meglio, ma per selezionare. Non c’è promessa di un “dopo”. C’è uno stato permanente di prova.
La sofferenza di Minneapolis, allora, non ricorda la tragedia del teatro, ma il teatro operatorio di un meta-Mengele, che non è solo Vance, ma l’intero sistema di pensiero dietro di lui.
Inorridiamo di fronte alla violenza e alla spirale di reazione. Ma ciò che dovrebbe spaventarci di più è il rischio di una assuefazione lenta: quando la sofferenza smette di apparire come una penitenza imposta e viene accettata come fondamento di un nuovo ordine.
È lì che la maieutica del conflitto si rivela per ciò che è diventata: non più nascita, ma addestramento. La maieutica del mostro.