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di Romina Cacciatore

L’Europa sta attraversando una profonda discussione su confini, identità e appartenenza. Ma esiste un dibattito che rivela qualcosa di ancora più importante: il modo in cui ogni nazione sceglie di guardare ai propri discendenti nel mondo. E poche comparazioni risultano oggi così emblematiche come quella tra Polonia e Italia.

Perché mentre la Polonia ha storicamente rafforzato il legame giuridico, culturale e politico con la propria diaspora anche dopo essere scomparsa dalla mappa per 123 anni, l’Italia — Repubblica democratica stabile e riconosciuta a livello internazionale — attraversa oggi una delle più profonde fratture identitarie della sua storia contemporanea rispetto al diritto di cittadinanza iure sanguinis. La discussione non è più soltanto amministrativa. È politica, costituzionale, storica e profondamente identitaria.

Un Paese senza territorio che non ha mai abbandonato il proprio popolo

Tra il 1795 e il 1917, la Polonia cessò di esistere come Stato sovrano. Fu divisa tra Russia, Prussia e Impero austro-ungarico.
Eppure il popolo polacco non scomparve mai. L’identità nazionale sopravvisse nelle famiglie, nella lingua, nella cultura e soprattutto nella diaspora. Quando la Polonia recuperò la propria indipendenza comprese qualcosa di fondamentale: una nazione non termina dove finiscono i propri confini. Per questo la legge sulla cittadinanza del 1920 riconobbe il legame di sangue come fondamento dell’appartenenza nazionale. La riforma del 1951 consolidò ulteriormente questo principio, accettando la doppia cittadinanza, eliminando la perdita automatica per naturalizzazione straniera e riconoscendo piena uguaglianza tra uomo e donna. La Polonia comprese che la diaspora non indebolisce la nazione. La rafforza.

L’Italia: una nazione costruita anche da chi è partito

La storia moderna italiana non può essere compresa senza l’emigrazione. Milioni di italiani lasciarono Sicilia, Calabria, Campania, Veneto e molte altre regioni per sfuggire alla povertà e alla mancanza di opportunità.
Quegli emigrati costruirono città, sostennero economicamente l’Italia attraverso le rimesse e mantennero viva l’italianità per generazioni. La diaspora italiana non distrusse l’Italia. La rese globale.

Lo iure sanguinis: un diritto originario e permanente

La Legge 91/1992 consolidò il principio secondo cui è cittadino italiano chi nasce da padre o madre italiani. Per decenni, la cittadinanza italiana per sangue è stata considerata un diritto originario. Il riconoscimento amministrativo aveva carattere dichiarativo: non creava il diritto, ma lo riconosceva. La cittadinanza non era considerata un privilegio politico, ma la continuità storica tra lo Stato e i suoi discendenti.

Dal riconoscimento al sospetto

La Circolare Ministeriale 43347/2024 introdusse interpretazioni restrittive sulla trasmissione automatica della cittadinanza. Successivamente, il Decreto Tajani 36/2025 — poi convertito nella Legge 74/2025 — irrigidì ulteriormente il sistema. Le nuove interpretazioni introdussero limiti generazionali, ostacoli documentali e reinterpretazioni retroattive di diritti storici. Il messaggio implicito divenne devastante: il sangue italiano sembrava iniziare ad avere una data di scadenza.

Le contraddizioni della Corte Costituzionale

La sentenza 142/2025 della Corte Costituzionale riaffermò principi legati al carattere originario e permanente della cittadinanza trasmessa per sangue. Tuttavia, successivamente, la sentenza 63/2026 dichiarò inammissibili diversi ricorsi legati alle nuove restrizioni. Questa contraddizione lasciò migliaia di famiglie in un limbo giuridico, emotivo e identitario.

La frattura del legittimo affidamento

Per decenni lo Stato italiano ha sostenuto il principio dello iure sanguinis, generando aspettative giuridiche legittime. Milioni di discendenti hanno organizzato la propria vita attorno a quella fiducia: studiando l’italiano, raccogliendo documenti, investendo denaro e progettando un futuro in Italia.

Ma il cambiamento improvviso del paradigma ha prodotto una gravissima crisi di sicurezza giuridica e di fiducia nello Stato.

L’Italia non sta respingendo pratiche. Sta respingendo memoria

Ogni fascicolo contiene molto più di semplici documenti. Contiene storie familiari, fotografie, lettere, dialetti, ricette e generazioni intere cresciute sentendosi italiane. Per questo il problema non è soltanto giuridico. È culturale, storico e umano.

La grande contraddizione italiana

L’Italia affronta oggi una crisi demografica, una bassa natalità, lo spopolamento di interi territori e una crescente fuga di cervelli.
Eppure milioni di discendenti italiani nel mondo desiderano vivere, investire e ricostruire un legame con la terra dei propri antenati. Nonostante ciò, lo Stato irrigidisce proprio l’accesso verso chi conserva ancora amore e appartenenza verso l’Italia.

Riflessione finale

La Polonia scomparve dalla mappa per 123 anni, ma non abbandonò mai i propri figli. Comprese che la diaspora non rappresentava un peso, ma una parte essenziale della continuità storica della nazione. Per questo oggi la Polonia rafforza la propria identità nazionale mentre cresce culturalmente, politicamente ed economicamente grazie al legame con i propri discendenti. L’Italia, invece, sembra attraversare una profonda crisi di identità. Perché mentre milioni di discendenti continuano a sentirsi italiani, lo Stato sembra iniziare a dubitare di loro. E allora resta una domanda aperta, forse la più dolorosa di tutte: cosa farà la diaspora italiana davanti al rischio della propria lenta estinzione giuridica e identitaria prodotta da decisioni politiche contraddittorie e miopi? Continuerà a lottare per mantenere vivo un legame storico costruito da generazioni? O assisteremo alla progressiva rottura definitiva tra l’Italia e milioni di suoi discendenti nel mondo? Perché quando uno Stato rompe il vincolo con la propria diaspora, non perde soltanto cittadini. Rischia di perdere parte della propria anima.

09-05-2026
Autore: Romina Cacciatore
Romina Cacciatore - Mediatrice culturale
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