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Fausta Speranza

Nel pieno dell’emergenza da pandemia in Europa, arriva la sentenza della Corte Ue che inchioda tre Paesi dell’est europeo alle loro responsabilità in tema di mancati ricollocamenti di richiedenti asilo. Un pronunciamento importante a difesa delle regole condivise che non deve passare inosservato. E' anche una “sentenza” per gli annali della storia sul ruolo svolto in prima linea dall'Italia e dalla Grecia in difesa dei valori di umanità

Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca sono a tutti gli effetti inadempienti di fronte al diritto europeo in tema di migranti. Lo ha stabilito la Corte di giustizia dell’Ue accogliendo, in questi giorni, i ricorsi presentati dalla Commissione europea contro i tre Stati membri che, prima, nel 2015, hanno votato la misura delle quote che doveva sostenere i Paesi più esposti agli straordinari flussi provenienti dalla rotta balcanica, e, poi, non hanno mai aperto le frontiere alle poche decine di migranti assegnati a ciascun Paese. L'annosa querelle è emblematica della scelta di questi Paesi di arroccarsi – in altri casi anche con la Slovacchia – su posizioni fortemente polemiche nei confronti delle scelte di unità che l'Europa è chiamata a fare. E' il cosiddetto fronte di Visegràd, dal nome della cittadina ungherese nella provincia di Pest che ha ospitato il primo vertice di “ribellione” dell'Est europeo. Un fronte che non va dimenticato parlando sempre di braccio di ferro tra Nord e Sud d’Europa.


Già nel 2017 la Corte aveva respinto l'istanza di Budapest, Varsavia e Praga, che chiedevano di essere esentati dalla decisione delle quote, assunta il 22 settembre 2015 dal Consiglio europeo al completo, dunque, anche con i loro rispettivi capi di Stato e di governo. In quel momento era fondamentale dare respiro alla Grecia e all'Italia che, oltre all'ondata straordinaria di flussi migratori nell'autunno del 2015 continuavano ad essere terreni di approdo di migliaia e migliaia di richiedenti protezione internazionale. Un milione di siriani tra questi venne accolto in Germania. Si decise di ricollocare altri 120.000 in altri Stati membri su base obbligatoria.  Ma non tutti hanno fatto la loro parte.
       Finora il mancato adempimento è stato giustificato con una propaganda vecchio stile: in Paesi che hanno avuto il comunismo, i politici usano ripetere che non è possibile imporre dall'alto le decisioni e per “alto” intendono Bruxelles, anche se a quel vertice hanno seduto e hanno votato tutti i leader Ue. Ma se l'opinione pubblica dei Paesi incriminati è più o meno soddisfatta da queste spiegazioni, non si capisce perché l'opinione pubblica degli altri Paesi membri – quelli che non sono stati alleggeriti, ma anche quelli che hanno invece ottemperato ai loro obblighi – non supportino la battaglia per il rispetto degli impegni presi. La posta in gioco non è di poco conto: c'è la giusta considerazione per le regole condivise. Il punto è che, a questo proposito, sembra che nessun Paese possa scagliare la prima pietra, che si tratti di sforamento di budget, di quote, di mancati controlli alle dogane di materiali da altri Paesi terzi, di politiche fiscali ai margini del consentito, etc etc.
Questa sentenza chiude un iter che, nel rispetto dei meccanismi democratici di 27 Paesi, non può che prendere tempo. Il punto è che arriva dopo cinque anni in un'Europa diversa e, soprattutto, in questo momento in preda al ripiegamento all'interno delle singole frontiere imposto dall'emergenza della pandemia. E a queste sfasature l'Europa non è nuova.
Così rischia di cadere nel vuoto la sentenza della Corte che – vale la pena sottolineare - da un lato, ha riscontrato l'esistenza di un inadempimento da parte dei tre Stati membri di una decisione obbligatoria, dall'altro, ha constatato che la Polonia e la Repubblica ceca erano venute meno anche agli obblighi derivanti da una decisione anteriore (14 settembre 2015) che il Consiglio Ue aveva adottato per il ricollocamento, questa volta su base volontaria, di 40.000 richiedenti asilo dalla Grecia e dall'Italia. E va detto che la Polonia aveva promesso di accogliere 100 persone e la Repubblica Ceca 50, dunque non numeri tali da imbarazzare nessun Paese. Ma neanche questo impegno era stato portato a termine.
Per quanto riguarda l'Ungheria, dove nei giorni scorsi, appellandosi all'emergenza del coronavirus, il primo ministro Viktor Orbán ha assunto i pieni poteri esautorando il parlamento, la memoria va a quelle settimane di pressione alle frontiere sulla cosiddetta rotta balcanica. Attraversando frontiera per frontiera – tra Serbia, Ungheria, Croazia, Austria – ricordiamo le migliaia di persone ammassate, molte in fuga dalla follia della guerra e del sedicente stato islamico tra Siria e Iraq. Ricordiamo distintamente che erano in maggioranza famiglie, ma dalla televisione ungherese in tutti i servizi sull'argomento si vedevano tutti uomini, solo uomini soli. Quel messaggio studiato per creare diffidenza resta una costante di tutta questa vicenda in evoluzione.
Ma va detto anche che, sempre in questi giorni, si registrano decisioni di segno diverso: otto Stati membri hanno dato il via alle procedure per accogliere entro la settimana di Pasqua 1600 minori non accompagnati dalle isole greche. Anche questa è Europa, anche se non fa notizia.
Andando oltre la cronaca, c'è la consapevolezza che negli annali di storia, quando si parlerà dei tragici viaggi della disperazione che hanno attraversato il Mediterraneo, le pagine più belle per l'Unione europea le avranno scritte proprio l'Italia e la Grecia, quando tra enormi difficoltà hanno difeso senza se e senza ma vite umane. Per il vecchio continente, paladino dei diritti umani, sarà la sentenza più importante.

04-04-2020
Autore: FAUSTA SPERANZA
Giornalista e Scrittrice
meridianoitalia.tv

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