di Renato Loiero
La quinta Cabina di regia a Palazzo Chigi conferma il Piano Mattei come laboratorio di una nuova proiezione italiana verso l’Africa, tra acqua, conoscenza e sviluppo condiviso, sullo sfondo della crisi nel Golfo.
Quando il mondo sembra scivolare “dal sogno dell’ordine al rischio della frammentazione”, per riprendere un’immagine cara alla teoria delle relazioni internazionali, l’Africa torna a occupare il centro della scena strategica. Non più periferia lontana, ma spazio in cui si incrociano rotte energetiche, migrazioni, sfide climatiche e competizione tra potenze.
È in questo contesto – e sullo sfondo di una nuova crisi nel Golfo, con lo Stretto di Hormuz parzialmente paralizzato e i prezzi energetici in tensione – che va letta la quinta riunione della Cabina di regia del Piano Mattei per l’Africa, svoltasi oggi a Palazzo Chigi sotto la guida del Vicepresidente del Consiglio e Ministro degli Esteri Antonio Tajani: non un mero adempimento procedurale, ma un momento in cui la visione incontra la responsabilità del governo quotidiano.
La composizione stessa della Cabina è rivelatrice. Attorno al tavolo siedono i membri del Governo coinvolti nell’attuazione del Piano, i Presidenti delle Commissioni Esteri di Camera e Senato, la Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, l’Anci, le grandi realtà del “Sistema Italia”: enti e società dello Stato, imprese a partecipazione pubblica, università e centri di ricerca, terzo settore, associazioni di categoria, fino alle rappresentanze delle diaspore africane in Italia. È una trama fitta, che ricorda da vicino quanto ammoniva Alcide De Gasperi: la vera politica europea – e, per estensione, mediterranea – nasce da “patti di collaborazione e di solidarietà, piuttosto che dal culto delle frontiere”. Qui l’unione non è slogan, ma metodo: il Piano Mattei chiama il Paese a riconoscersi in un progetto di lungo periodo che supera i confini delle singole amministrazioni.
La riunione ha innanzitutto fatto il punto sugli esiti del secondo Summit Italia‑Africa, tenutosi ad Addis Abeba il 13 febbraio. In quella sede, il Piano è stato confermato come percorso “incrementale”, destinato a crescere per cerchi concentrici. Oggi questo disegno si traduce nell’ampliamento a quattro nuove Nazioni – Gabon, Repubblica Democratica del Congo, Ruanda e Zambia – che portano a diciotto il numero complessivo dei Paesi coinvolti. È un movimento che sposta lo sguardo oltre il solo Nord Africa, verso un’Africa centrale e orientale cruciale per le transizioni energetiche, per le catene dei minerali critici, per la stabilità di intere regioni. In controluce, si intravede l’idea di un’Italia che smette di pensarsi come “frontiera da contenere” e si misura, invece, con un continente da comprendere e accompagnare.
Due sono le verticali tematiche che hanno scandito il lavoro odierno: la gestione delle risorse idriche e l’istruzione e formazione professionale. Scegliere l’acqua significa incrociare la priorità indicata dall’Unione Africana per il 2026 e, al tempo stesso, toccare il cuore della sicurezza alimentare, della coesione sociale, della resilienza climatica. In molte regioni africane, l’oro del XXI secolo non è il petrolio, ma l’acqua: senza infrastrutture adeguate, senza una gestione integrata dei bacini, senza tecnologie per ridurre sprechi e perdite, ogni progetto di sviluppo rischia di diventare effimero. Lavorare insieme su questo fronte significa prevenire conflitti silenziosi, quelli che nascono intorno a pozzi, fiumi, dighe, campi coltivati.
La seconda verticale – istruzione e formazione professionale – ne è il complemento naturale. Senza capitale umano formato, nessuna infrastruttura, per quanto sofisticata, regge alla prova del tempo. Il coinvolgimento del mondo universitario e della ricerca, delle realtà della cooperazione e delle diaspore, indica la volontà di costruire percorsi formativi bi‑direzionali: non solo trasferimento di competenze dall’Italia all’Africa, ma scambio, contaminazione, creazione di élite tecniche e professionali in grado di guidare dall’interno i processi di sviluppo. In questo senso si colloca anche il richiamo al Vertice conclusivo della “Global Partnership for Education”, che l’Italia co‑presiederà a Roma assieme alla Nigeria il prossimo giugno: un appuntamento che lega il Piano Mattei alle principali piattaforme globali di investimento in istruzione.
Il Piano Mattei si gioca, dunque, su tre registri che si intrecciano: energia, acqua, conoscenza. È la grammatica di un nuovo protagonismo italiano nel Mediterraneo allargato, che non rinnega la propria storia ma la rilancia. Enrico Mattei fu capace di immaginare un modo diverso di stare nel mondo, fondato sul principio che i Paesi proprietari delle risorse dovessero ricevere la parte più consistente dei profitti: arrivò a proporre formule che lasciavano fino al 75 per cento dei proventi ai Paesi produttori, rompendo l’oligopolio delle “Sette sorelle”. In quella scelta c’era un’intuizione economica precisa: la cooperazione è più solida quando è anche più equa. Il Piano che oggi porta il suo nome prova a trasporre quello spirito nel linguaggio delle transizioni verde e digitale, legando la crescita africana alla sicurezza energetica europea, in un momento in cui la crisi nel Golfo dimostra quanto sia fragile l’affidamento esclusivo a pochi chokepoint marittimi come Hormuz.
Accanto a Mattei, vale la pena richiamare Luigi Einaudi, quando ricordava che “migliaia, milioni di individui lavorano, producono e risparmiano […] non soltanto per sete di guadagno, ma per il gusto e l’orgoglio di vedere la propria azienda prosperare”. È una lezione che parla direttamente alle imprese italiane coinvolte nel Piano Mattei: chiamate non solo a cercare nuovi mercati, ma a diventare protagoniste di uno sviluppo che crea valore condiviso, infrastrutture durevoli, tessuti imprenditoriali locali. In altre parole, a coniugare competitività e responsabilità, profitto e investimento nel capitale umano africano.
La quinta Cabina di regia offre un’immagine nitida di questo sforzo: un Paese che prova a pensarsi non soltanto come linea del fronte delle tensioni migratorie, ma come architetto di soluzioni comuni. L’estensione dei Paesi coinvolti, la scelta di lavorare sull’acqua e sulla formazione, il raccordo con i grandi partenariati globali per l’istruzione indicano che il Piano Mattei non è un lampo di stagione, ma un cantiere aperto, nel quale politica, istituzioni territoriali, mondo produttivo e società civile sono chiamati a operare insieme. Il vero banco di prova sarà, come sempre, l’attuazione: la velocità con cui i progetti diventeranno cantieri, la qualità del coinvolgimento dei partner africani, la capacità di misurare risultati tangibili nelle comunità.
Ma la direzione è tracciata. In un tempo in cui – per dirla con Einaudi – “la via lunga, seminata di triboli, è l’unica buona” perché solo percorrendola l’uomo impara a rendersi degno della meta, il Piano Mattei sceglie deliberatamente la via lunga degli investimenti, delle riforme, delle partnership. È in questa paziente costruzione che l’Italia può ritrovare la propria voce nel concerto delle nazioni: non come spettatrice delle dinamiche mediterranee, africane e mediorientali, ma come protagonista responsabile di un destino economico e politico condiviso.
