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di Salvatore Cuomo

Il verdetto delle urne sul referendum giustizia ci consegna un Paese che, nonostante la complessità tecnica dei quesiti, ha scelto di non restare a guardare. Ma al di là del risultato resta una riflessione profonda sul senso del voto e sulla salute della nostra democrazia.

 Il verdetto delle urne è arrivato. Gli italiani hanno espresso il proprio parere sulla riforma della giustizia proposta dal ministro Nordio. Ma al di là dei numeri e della vittoria del NO con circa il 54% dei voti, sulla quale non si intende qui esprimere alcuna valutazione di merito,  va fatta una riflessione profonda sul metodo e sul merito di questa consultazione.

Il fallimento della sintesi politica

Sarebbe stato certamente preferibile che non si fosse giunti a un referendum su un tema così delicato e tecnico.

La natura stessa della riforma, che ha toccato non solo la separazione delle carriere ma anche l’istituzione di un doppio CSM e di un'Alta Corte Disciplinare richiedeva una mediazione alta che solo il Parlamento avrebbe potuto garantire.

Invece l’incapacità di raggiungere un’intesa condivisa da almeno i due terzi dell’emiciclo ha scaricato sui cittadini il peso di una scelta complessa, trasformando le regole del gioco democratico in una contesa elettorale.

Il rischio del voto per schieramento

Il dibattito che abbiamo osservato sui social e nei media è stato spesso riduttivo rispetto alla rilevanza del tema. In molti si sono espressi per mera militanza o convenienza politica senza approfondire i tecnicismi di una riforma che avrebbe potuto incidere profondamente sul futuro del Paese.

Quando la complessità viene sacrificata sull'altare dello slogan a perdere è la qualità della nostra democrazia.

L’importanza di esserci

Nonostante le critiche al percorso legislativo, l'invito rivolto agli italiani è stato quello di non abdicare al proprio ruolo. Partecipare al voto, come dimostrato dall'affluenza definitiva che ha sfiorato il 59%, è stato un atto di resistenza contro la delega in bianco.

In un’epoca di disaffezione, abbiamo bisogno di un elettorato che si esprima, anche quando sente di doverlo fare turandosi il naso.

Lasciare scelte così strutturali nelle mani di pochi significa rinunciare a disegnare il profilo della giustizia di domani.

Il voto di oggi non è solo un sì o un no a una legge ma è il segno che gli elettori vogliono restare custodi attivi delle istituzioni pretendendo una politica capace di decidere ma anche di ascoltare ed interpretare il sentiment della cittadinanza.

Il segnale dai nuovi elettori: i giovani alle urne

Un elemento che non può passare inosservato, e che rappresenta forse la notizia più rincuorante di questa tornata elettorale, è stata la risposta delle nuove generazioni. Nonostante la complessità tecnica del quesito che avrebbe potuto scoraggiare chi si affaccia per le prime volte al voto si è registrata una partecipazione giovanile superiore alle aspettative.

Vedere ragazzi e ragazze informarsi, discutere e recarsi ai seggi è un segnale positivo per il Paese. Dimostra che quando si percepisce che in gioco ci sono le regole del gioco della democrazia e il futuro della giustizia le nuove leve non restano a guardare.

La loro scelta di non delegare e non restare indifferenti davanti a un tema così ostico è la risposta migliore a chi dipinge i nostri figli come distanti dalla res publica.

È da questa consapevolezza che bisogna ripartire e, perché no, riproporre il tema della riforma della giustizia coinvolgendo da subito nel  necessario dibattito anche le giovani leve del nostro paese.

25-03-2026
Autore: Salvatore Cuomo
Esperto fiscalista con Studio a Roma, membro dell’Istituto Nazionale Tributaristi e socio fondatore dell’associazione NetProf - rete tra Professionisti
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