di Romina Cacciatore
Negli ultimi anni, il riconoscimento della cittadinanza italiana iure sanguinis ha rappresentato, per molti piccoli comuni italiani, non soltanto una questione amministrativa o identitaria, ma anche un fenomeno con effetti economici concreti sul territorio. In particolare, nel Sud Italia — Sicilia, Calabria, Basilicata, Campania, Abruzzo e numerosi borghi soggetti a spopolamento progressivo — l’arrivo di italo-discendenti provenienti dall’estero ha contribuito alla riattivazione di microeconomie locali, spesso caratterizzate da fragilità strutturali e riduzione demografica.
I richiedenti cittadinanza non generavano esclusivamente pratiche burocratiche.
Producevano consumo interno, movimento immobiliare, entrate fiscali e domanda di servizi. Affitti abitativi;
Contratti di luce, acqua, gas e internet.
Pagamenti della TARI e di altre imposte comunali.
Consumi presso attività commerciali locali.
Richiesta di servizi professionali, legali, tecnici e amministrativi.
Parallelamente, anche le attività collegate alla gestione delle pratiche di cittadinanza contribuivano all’economia formale italiana, attraverso il versamento di IVA, contributi INPS, imposte dirette e tributi locali. Inoltre, gli stessi procedimenti di riconoscimento della cittadinanza generavano entrate dirette anche per le amministrazioni comunali. Molti comuni percepivano diritti amministrativi per ricerche storiche di atti, certificazioni, copie integrali e gestione documentale collegata ai fascicoli di cittadinanza iure sanguinis. A ciò si aggiungevano i contributi previsti da alcuni comuni a titolo di “diritto di cittadinanza”, la cui applicazione risultava, in numerosi casi, affidata a criteri discrezionali delle singole amministrazioni locali. In determinati comuni, tali importi hanno superato anche i 600 euro per persona adulta, rappresentando una fonte ulteriore di entrata per amministrazioni comunali di piccole dimensioni o territorialmente fragili.
Se si effettua un confronto internazionale, appare interessante osservare come altri sistemi europei di riconoscimento della cittadinanza per discendenza prevedano costi significativamente inferiori. Ad esempio, il procedimento di cittadinanza croata prevede attualmente tasse amministrative pari a circa 206 euro per gli adulti e circa 22 euro per i minori.
Ciò consente di evidenziare come, al di là del dibattito giuridico e identitario, i procedimenti di cittadinanza italiana avessero consolidato anche un circuito economico-amministrativo che coinvolgeva direttamente comuni, uffici pubblici ed economie territoriali. La riduzione improvvisa di tali flussi non incide esclusivamente sui richiedenti, ma anche su strutture territoriali che, per anni, hanno trovato in questi procedimenti una fonte complementare di attività economica, circolazione fiscale e sostenibilità amministrativa. Si era progressivamente consolidato un ecosistema economico diffuso che, pur nelle sue dimensioni contenute, rappresentava, per molti territori, una fonte concreta di movimentazione economica e circolazione fiscale. In questo contesto si inserisce il Decreto Tajani 36/2025, il quale ha introdotto un significativo irrigidimento nell’accesso ai percorsi di riconoscimento della cittadinanza italiana iure sanguinis.
L’obiettivo dichiarato della riforma è stato quello di rafforzare i controlli e limitare fenomeni distorsivi, inclusi casi di residenze fittizie o utilizzi impropri delle procedure amministrative. Tuttavia, accanto all’esigenza di regolamentazione, emerge oggi una riflessione più ampia sugli effetti indiretti che tali misure stanno producendo sul piano economico, sociale e territoriale. La questione centrale non riguarda esclusivamente il diritto di cittadinanza, ma anche il rapporto tra politiche migratorie, crisi demografica e sostenibilità economica dei piccoli comuni italiani. L’Italia attraversa una delle fasi demografiche più delicate della propria storia contemporanea: Diminuzione della natalità,
Invecchiamento della popolazione,
Emigrazione giovanile,
Spopolamento dei territori periferici.
In questo scenario, l’arrivo di italo-discendenti costituiva una forma peculiare di mobilità internazionale: soggetti spesso già culturalmente integrati, con legami storici e familiari con il Paese, capacità economica autonoma e interesse concreto verso l’inserimento territoriale. Ed è proprio qui che si apre una questione giuridica e politica sempre più discussa. Come si concilia il progressivo irrigidimento verso gli italo-discendenti con l’ampliamento di strumenti migratori, come il Decreto Flussi, introdotti per rispondere alla necessità di manodopera e sostenibilità economica?
Perché il requisito del cosiddetto “legame effettivo con la Repubblica” sembra assumere un ruolo centrale, prevalentemente nel dibattito relativo alla cittadinanza iure sanguinis? Quale equilibrio dovrebbe esistere tra controllo amministrativo, tutela dell’identità nazionale e valorizzazione della diaspora storica italiana?
Si tratta di interrogativi che non possono essere affrontati esclusivamente in termini ideologici, ma richiedono una valutazione multidisciplinare: economica, giuridica, demografica e territoriale. È indubbio che abusi e irregolarità debbano essere contrastati. Ma è altrettanto legittimo interrogarsi se il contrasto agli abusi debba necessariamente tradursi in una restrizione generalizzata, capace di incidere anche su dinamiche economiche locali che avevano prodotto effetti positivi in numerosi territori. Dopo il 28 marzo 2025, diversi operatori locali hanno iniziato a segnalare una riduzione della domanda abitativa temporanea, una contrazione dei consumi collegati ai percorsi di cittadinanza e un rallentamento delle attività professionali connesse: Meno contratti registrati,
Minore circolazione economica locale,
Riduzione delle entrate indirette per attività e professionisti. Per molti piccoli comuni italiani, il fenomeno della cittadinanza iure sanguinis non rappresentava soltanto un tema identitario, ma anche una concreta occasione di riattivazione territoriale. La regolamentazione del sistema appare certamente necessaria.
Tuttavia, il dibattito pubblico dovrebbe forse interrogarsi anche su quale modello di rapporto l’Italia intenda costruire con la propria diaspora storica e quale ruolo tali comunità possano avere nel futuro economico e demografico del Paese. La questione della cittadinanza italiana, oggi, non riguarda soltanto il diritto,
riguarda anche il territorio, l’economia, la demografia e la capacità dello Stato italiano di trasformare le proprie radici storiche in una risorsa strategica per il futuro.
