di Alfredo Battisti

Il taglio dei parlamentari ha provocato varie distorsioni nel sistema istituzionale.

Per riequilibrarlo, erano stati promessi diversi “correttivi”. Ovviamente mai adottati.

Autodromo di Monza, Gran Premio d’Italia. Al box del Cavallino Rampante, fiato teso e adrenalina che sfreccia nelle vene. Venti meccanici sono pronti a scattare per un rapidissimo pit-stop: rifornimento di carburante, sostituzione degli pneumatici, riparazioni, regolazioni meccaniche. Ciascuno con il proprio ruolo. Ciascuno agile, preciso, fondamentale.

Stop! Cambiamo qualche dettaglio.

Facciamo che la nostra pit-crew sia poco agile, un po’ scassata. Qualche meccanico perde colpi, qualcun’altro magari non li ha mai avuti. Decisamente una prospettiva poco rosea – e un podio certamente poco Rosso Ferrari –. Serve cambiare, o ne va della gara.

Immaginiamo allora che il Direttore tecnico, stufo della situazione, decida di tagliare il personale. Direte: “Tagliare?! Forse sostituire il personale scadente con uno qualificato?”

No, no, avete capito bene: tagliare. Teniamo solo i migliori, e risparmiamo anche. In fondo, venti è sempre stata una esagerazione. Bastano tredici ottimi meccanici. Lavoreranno meglio, in modo più rapido e a costi più sostenibili. È un vantaggio, sotto ogni punto di vista.

Aggiungerete, magari perplessi: “Ma il pit-stop è strutturato per una squadra di venti meccanici! Bisogna ridistribuire i ruoli, cambiare attrezzatura, magari costruire qualche macchinario d’avanguardia che compia mansioni precedentemente svolte da un meccanico”.

Sì, sì, tranquilli. Faremo tutto, ma dopo. Intanto iniziamo con il tagliare.

“Mah, sarà!” – “Sì, mi hai convinto”. Pochi bisbigli di contrarietà.

Zac. Taglio fatto. Ecco la super squadra da tredici, pronta a misurarsi con la gara!

Pochi secondi e la Ferrari entrerà nel box. Ragazzi ci siete? Mi raccomando!

“Ehi, ehi! Ma le modifiche? I nuovi ruoli? Non è stato aggiornato niente!”

Sguardi increduli. Bocche semiaperte. Panico.

Il buio.

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Questa strana storiella che sa di assurdo è, a grandi linee, verità. Sotto alcuni aspetti meno tragica, perché in fondo non c’è il buio, ma molte difficoltà – nel nostro breve racconto, certamente un pit-stop lunghissimo con il prezzo dell’ultima posizione –. Sotto altri aspetti molto più drammatico, perché non è in ballo un Gran Premio o l’onore della Scuderia Ferrari. È in ballo il Parlamento, e il funzionamento della Camera dei Deputati nella XIX legislatura, ormai alle porte.

Con questa precisazione, certamente sarà apparsa chiara la parafrasi del testo: una pit-crew poco qualificata corrisponde a una classe politica ritenuta – a torto o a ragione, con lucidità o con esasperazione – sempre più scadente; il ruolo di ognuno dei venti meccanici raffigura il funzionamento delle Camere, tarato su numeri ben precisi – cioè 315 al Senato e 630 alla Camera –; la riduzione del personale è ovviamente il cosiddetto “taglio dei parlamentari”; la ridistribuzione dei ruoli, il cambio delle attrezzature e le altre modifiche sono i “correttivi” a tale taglio.

I correttivi annunciati

A ridosso del referendum costituzionale per confermare o respingere il taglio dei parlamentari – era il 20 settembre 2020 – un numero davvero esiguo di scettici[1] cercò di attirare l’attenzione sugli aspetti negativi e sulle storture che la riforma avrebbe provocato[2]. A tali critiche, le forze politiche risposero assicurando che, entro la fine dell’anno allora corrente, sarebbero stati approvati gli ormai noti “correttivi”, ossia delle riforme necessarie a sorreggere la riduzione del numero dei parlamentari, di per sé riconosciuta non auto-portante in quanto inserita in un più complesso sistema normativo. Nei tre mesi successivi – si prometteva – il Parlamento avrebbe varato:

  • la diminuzione del numero dei delegati regionali per l’elezione del Presidente della Repubblica[3], che era rimasto invariato e aveva quindi visto una crescita del proprio peso a fronte della diminuzione dei “grandi elettori” di appartenenza parlamentare;
  • la modifica dei Regolamenti della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica, per adattare il funzionamento alla loro mutata composizione.
  • l’approvazione di una nuova legge elettorale;

Ben sappiamo che, a due anni dal fatidico taglio, quasi nulla è stato fatto.

1) I 58 delegati regionali: un auspicio politico nato da una dimenticanza

Nello scorso gennaio abbiamo assistito all’elezione del Presidente della Repubblica, l’ultima a svolgersi con 1009 elettori – precisamente: 630 deputati, 315 senatori, 6 senatori a vita[4] e 58 delegati regionali –. Le prossime elezioni al Colle, secondo la normativa attualmente in vigore, prevedranno invece soltanto 600 parlamentari – 400 deputati e 200 senatori, oltre ai senatori a vita e agli ex Capi dello Stato – accanto ai delegati regionali, rimasti a quota 58. La rappresentanza delle Regioni, rimasta invariata a fronte della diminuzione dei “grandi elettori” di appartenenza parlamentare, vedrebbe pertanto crescere il proprio peso nei votanti dal 5,75% del “vecchio regime” all’8,73%.

Lo squilibrio rispetto al disegno dei Padri Costituenti non sembra però aver interessato la classe politica, che non ha provveduto a rivedere proporzionalmente a ribasso il numero dei delegati delle Regioni. Addirittura si è auspicato da più parti politiche che il procrastinare l’adozione di tale primo correttivo diventi una consapevole scelta politica: non ridurre il numero dei delegati regionali significherebbe riconoscere alle Regioni un ruolo di maggiore incisività nell’elezione del Capo dello Stato, da molti ritenuto opportuno. Non tutti i mali, dunque, verrebbero per nuocere.

2) La legge elettorale: odi et amo

Di legge elettorale non si è mai parlato, se non per disprezzarla. Nelle scorse settimane – e probabilmente anche nel seguito di questa calda campagna elettorale – abbiamo ascoltato politici di ogni schieramento bollare ferocemente il Rosatellum come una pessima legge elettorale.

Si è gridato contro i suoi effetti distorsivi, contro la fetta troppo ampia di seggi – ben un terzo – assegnati con il sistema maggioritario, contro la tendenza a formare “cartelli elettorali” per strappare un voto in più agli elettori e vincere l’uninominale. Un sistema di voto che, nel complesso, sembrerebbe non piacere a nessuno, ma che tutti hanno voluto mantenere, senza mai intavolare un serio dibattito che andasse al di là di dichiarazioni isolate, senza mai una fondata prospettiva di superarlo.

3) I Regolamenti? “Panico. Il buio”

Eccoci arrivati al vero punctum dolens: i Regolamenti.

Si tratta delle norme di carattere organizzativo che ciascuna Camera si dà per regolare il proprio funzionamento e che disciplinano ogni aspetto della vita parlamentare: dalla formazione dei Gruppi parlamentari alla composizione delle Commissioni permanenti, dagli atti di indirizzo parlamentare fino alla discussione e votazione delle proposte di legge. Il pilastro, dunque, su cui si fonda ogni attività della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica.

La diminuzione di deputati e senatori ha reso necessario una proporzionale diminuzione dei numeri previsti nel Regolamenti. Ad esempio, oggi alla Camera dei Deputati per costituire un Gruppo parlamentare sono necessari 20 deputati, tenendo presente che in totale ce ne sono 630.

La prossima Assemblea sarà però composta da 400 deputati, e dunque per costituire un Gruppo dovrebbero bastare 12 o 13 deputati[5]. Dovrebbero, ma non sarà così.

La Camera dei Deputati infatti non ha approvato alcuna modifica del proprio Regolamento – mentre invece ciò è stato fatto al Senato – con effetti tutt’altro che marginali. Nella prossima legislatura, una formazione politica potrà costituirsi in un gruppo parlamentare soltanto se disporrà di 20 deputati su 400, ossia del 5% dell’Assemblea.

La legge elettorale prevede però che la soglia di sbarramento sia fissata al 3%, per cui un piccolo partito potrà entrare alla Camera con il numero minimo di 8 deputati[6], pari soltanto al 2% dell’intera Aula e ben lontano dai 20 deputati necessari per formare un Gruppo parlamentare. Questi 8 deputati, democraticamente eletti dalla medesima formazione politica, non potranno perciò avere autonomia parlamentare e confluiranno indistintamente nel Gruppo Misto, nel quale non potranno nemmeno formare una componente – a cui è riconosciuta una autonomia ridotta – poiché sono necessari 10 deputati per costituirla. Si badi: quando si parla genericamente di “autonomia” si intende la possibilità di avere un Presidente che sieda nella Conferenza dei Capigruppo per chiedere la calendarizzazione di determinati disegni di legge piuttosto che altri, la facoltà di avere un tempo dedicato al gruppo in sede di discussione, ma anche di disporre di risorse finanziarie e di spazi idonei, nonché di vedere una propria rappresentanza in ciascuna delle Commissioni permanenti. Tutti aspetti ben più che rilevanti per qualunque formazione politica che aspiri a incidere sul lavoro parlamentare.

Ed ecco che appare chiaro come il numero di 20 deputati non fosse un numero arbitrario, senza alcun vincolo con la realtà, ma corrispondesse all’incirca al 3% dell’Aula di Montecitorio!

Imprecisioni e mancanza di raccordo tra Regolamento e legge elettorale erano, a dire il vero, già presenti prima del taglio dei parlamentari; la mancata modifica del Regolamento, che si riteneva essere necessaria, ha provocato però l’accentuarsi di tali storpiature[7].

 

Problema di un solo ramo

È bene specificare che i problemi ora sollevati si rilevano solo alla Camera dei Deputati in quanto il Senato della Repubblica ha approvato in data 27 luglio la modifica del proprio Regolamento, andando ben oltre la riforma “minimale” di adattamento dei numeri. Si è infatti provveduto, con il sostegno di una maggioranza amplissima[8] ad una modifica più ampia, concernente anche, ad esempio, la riduzione delle Commissioni parlamentari, la ridefinizione della disciplina dei Gruppi, l’istituzione del Comitato per la legislazione. Tutto ciò è stato possibile in quanto la discussione sulla riforma del Regolamento era approdata in Aula del Senato il 7 luglio e si era protratta fino all’approvazione, appunto il 27 dello stesso mese.

Alla Camera non è andata così. Nulla era ancora approdato in Aula a Montecitorio quando, il 21 luglio, il Presidente della Repubblica ha sciolto le Camere, complicando la situazione.

In regime di prorogatio, infatti, le Camere possono affrontare solo gli affari costituzionalmente doverosi o ritenuti urgenti, senza poter adottare atti espressivi di un indirizzo politico. Il Presidente Fico, nella seduta del 22 luglio, ha però precisato che «ove si verifichi l’unanimità dei consensi dei gruppi, possono essere convocate riunioni [della Giunta per il Regolamento, ndr] anche per l’esame di eventuali proposte di modifica al Regolamento, da sottoporre all’Assemblea»[9]. Unanimità che, appunto, non c’è stata.

Per colpa di chi? Rectius: A causa di cosa?

La Giunta del Regolamento della Camera dei Deputati aveva in realtà in esame una proposta di riforma del Regolamento a firma dei deputati Baldelli e Fiano, alla quale erano stati presentati 43 emendamenti. Intervenuto lo scioglimento delle Camere senza che la proposta fosse passata all’esame dell’Aula, il Presidente Fico ha convocato, in data 9 agosto[10], la suddetta Giunta per verificare se fosse possibile giungere ad una conclusione dell’iter di riforma, almeno nella parte relativa all’adeguamento dei quorum.

È difficile – né sarebbe corretto – indicare deputati o gruppi parlamentari “responsabili” della mancata riforma del Regolamento. Si darà pertanto conto, in modo più oggettivo possibile, della discussione avvenuta in sede di Giunta del Regolamento e, nel pomeriggio del medesimo giorno, in Assemblea alla Camera dei Deputati, mettendo in luce gli ostacoli di merito alla formazione dell’unanimità.

Preliminarmente, non può non riconoscersi – alla lettera degli Atti parlamentari e sulla base anche della incessante attività di sensibilizzazione sui temi di riforma costituzionale e regolamentare, anche sui social e fin dal 2020 – lo strenuo operato dell’onorevole Simone Baldelli (FI), relatore della proposta di riforma, per “mettere in sicurezza” il prossimo Parlamento. Anche l’altro relatore, onorevole Fiano (PD), è stato destinatario di apprezzamenti e ringraziamenti per il lavoro di mediazione nella formazione del testo-base di riforma regolamentare, anche se, in sede di Giunta, egli ha ritenuto più idoneo lasciare la riforma alla competenza della prossima Camera dei Deputati.

Varie sono dunque state le differenze di vedute che hanno portato alla mancanza di un accordo unanime sulla riforma. Da una parte si sottolineava la necessità di procedere ad una riforma minimale dei soli quorum[11]; altri si dicevano invece disponibili a una riforma più ampia, che coinvolgesse anche la modifica e l’introduzione di altri istituti[12]. Tra i vari temi, il deputato Fornaro (LEU-Art.1-SI) ha sottolineato la criticità della mancanza di un accordo anche sui meri numeri, denunciando come politica e non puramente matematica anche la riforma minimalista di revisione dei quorum, «perché 400 sta a 600, come x sta a 20, e fa 12,6. Nel testo dei relatori era 14, nel testo del MoVimento 5 Stelle era 15»[13].

In particolare lo scontro è proseguito su due questioni: la necessità di assicurare la maggioranza assoluta in Assemblea per approvare le modifiche al Regolamento[14]; l’indispensabilità della riforma, anche minimale.

Sul primo punto, da una parte si è affermato che, data la campagna elettorale alle porte, non sarebbe stato possibile garantire la presenza del numero legale né del quorum necessario a far passare la riforma; altri sostenevano invece che la calendarizzazione in date consone e il senso di responsabilità avrebbero potuto garantire il rispetto di tali condizioni[15].

Sulla seconda questione, si è invece soffermato l’onorevole Giorgis (PD), ritenendo che la mancata modifica del Regolamento non avrebbe inciso in modo inevitabile sull’avvio dei lavori della Camera della XIX legislatura poiché l’articolo 14 dello stesso prevede la formazione di Gruppi in deroga, statuendo: «L'Ufficio di Presidenza può autorizzare la costituzione di un Gruppo con meno di venti iscritti purché questo rappresenti un partito organizzato nel Paese che abbia presentato, con il medesimo contrassegno, in almeno venti collegi, proprie liste di candidati, le quali abbiano ottenuto almeno un quoziente in un collegio e una cifra elettorale nazionale di almeno trecentomila voti di lista validi». Tale ricostruzione è però stata confutata dall’onorevole Foti (FDI), che ha espresso «forti perplessità in ordine al rimedio, indicato dal collega Giorgis, del ricorso all’istituto dell’autorizzazione dei Gruppi in deroga, atteso che tale strumento, che pure richiede una delibera ad hoc dell’Ufficio di Presidenza (peraltro non scontata), interviene solamente sul piano della costituzione dei Gruppi e non anche su tutte le altre disposizioni del Regolamento che condizionano una determinata facoltà o legano il ricorso ad una certa prerogativa all’osservanza di un preciso quorum numerico»[16]. Gli hanno fatto eco i deputati Saitta (M5S), che ha specificato «l’inadeguatezza dello strumento dell’autorizzazione dei Gruppi in deroga a risolvere tutti i problemi che si porranno»[17], e l’onorevole Baldelli (FI), il quale ha auspicato « un’intesa per una riforma limitata agli adeguamenti numerici, volta a mettere in sicurezza l’avvio della prossima legislatura senza le incognite legate alle autorizzazioni dei Gruppi in deroga»[18].

In conclusione, dagli interventi dei deputati Fornaro (LEU-Art.1-SI), Giorgis (PD), Fiano (PD) e Di Maio (IV) è emersa dunque la mancanza delle condizioni per proseguire nell’iter della riforma regolamentare, con conseguente presa d’atto del Presidente Fico che, mancando l’unanimità, sarà compito della prossima Camera dei Deputati modificare il Regolamento.

Caricare! Puntare! Fuoco!

La tensione in Giunta per il Regolamento non si è placata nemmeno nel pomeriggio, quando a conclusione della seduta dell’Assemblea[19], si è riaccesa la discussione, stavolta infarcita di accuse vicendevoli e incrociate.

La delusione per il veto e il conseguente affossamento della modifica del Regolamento ha portato ad attribuire allo schieramento di centrosinistra l’intenzione di «boicottare l’inizio della prossima legislatura» e di adottare una «visione proprietaria delle istituzioni e non di servizio delle istituzioni»[20]. D’altro canto, i deputati di tali formazioni politiche non hanno mancato di rimpallare la situazione di stallo ai colleghi del centrodestra[21], colpevole di aver fatto cadere il Governo e aver provocato, con lo scioglimento anticipato delle Camere, l’impossibilità di continuare il lavoro di discussione e mediazione necessario per varare la riforma del Regolamento[22].

Dal fuoco non è stato risparmiato nemmeno il Presidente della Camera Roberto Fico, colpevole – secondo il deputato Di Maio (IV) – «di greenwashing istituzionale, vale a dire: propongo oggi, nell’ultima seduta utile, di portare in Aula una modifica regolamentare e così mi sono lavato la coscienza per le mie responsabilità. Qui ho sentito accusare tutti reciprocamente, ma il Presidente della Giunta per il Regolamento è il Presidente della Camera, il Presidente Fico che ha fatto trascorrere settimane e mesi senza mai convocare la Giunta per il Regolamento. […] Lo trovo un atteggiamento pilatesco […] perché il Presidente aveva tutti gli strumenti per accelerare i lavori. Farlo oggi, 9 agosto, nell’ultima seduta prima della pausa estiva, è veramente quanto di più ipocrita ci si potesse aspettare».

Uno scaricabarile in perfetto stile, difficile da disintrecciare, ma di cui bisognava dar conto, affinché ogni lettore possa formare la propria opinione in autonomia.

 

Bonus: i correttivi mancati

Ci sono altri effetti distortivi provocati dal taglio dei parlamentari che – purtroppo – non sono stati indicati come “corrigendi”, nemmeno nelle promesse, prima ancora che nei fatti.

Uno di questi è la composizione delle Commissioni bicamerali e dei Comitati bicamerali istituiti per legge. In merito a ciò, l’onorevole Baldelli ha denunciato che «un’intesa unanime, raggiunta fra i Gruppi per consentire l’esame in Assemblea della proposta di legge a [mia] prima firma n.3387, recante la riduzione del numero dei componenti di organi parlamentari bicamerali (licenziata all’unanimità e senza emendamenti dalla Commissione), è venuta meno in quanto il Gruppo PD, a un certo punto, ha inspiegabilmente ritirato il suo consenso»[23].

Altra questione riguarda la sproporzione nella rappresentatività dei territori, che porta ad avere un taglio di rappresentatività al Senato oscillante tra il 14,3% del Trentino-Alto Adige e il 57,1% di Umbria e Basilicata. Il Trentino-Alto Adige ha risentito molto poco del taglio dei parlamentari in quanto l’articolo 57 della Costituzione non lo prende in considerazione quale Regione, ma ne valorizza le due Province autonome, conferendo a ciascuna di esse – al pari di ogni altra Regione – un numero minimo di tre senatori[24]. In forza di ciò, questa Regione a statuto speciale potrà eleggere 6 senatori, mentre l’Abruzzo, che conta una popolazione di un quinto superiore, ne avrà solo 4.

Ancora, la vecchia formulazione della norma costituzionale prevedeva che nessuna Regione – eccetto il Molise e la Valle d’Aosta – potessero eleggere meno di 7 senatori, riservando invece 6 seggi di Palazzo Madama per la circoscrizione estero. Oggi invece, gli Italiani all’estero possono eleggere ben 4 senatori, uno in più degli Italiani che in Patria risiedono in Basilicata o in Umbria.

Ridotto il numero dei parlamentari, sarebbe dunque auspicabile una loro miglior distribuzione sul territorio nazionale per sanare tali distorsioni.

Tutte modifiche di cui, nella migliore delle ipotesi, si occuperà il prossimo Parlamento.

Sempre che riesca a funzionare!

 

[1] Riguardo alla «esiguità» degli scettici alla riforma, si fa riferimento ai voti contrari, che furono pari al 30,04%, a fronte del 69,96% favorevole alla modifica della Carta Costituzionale. L’affluenza, tra l’altro, si attestò al 51,12% degli aventi diritto, corrispondente a poco più di 26 milioni di cittadini, rispetto ai 50.955.985 elettori. Dati alla mano, si espressero per il «no» soltanto il 15,1% dei chiamati alle urne, percentuale che certamente merita l’aggettivo «esiguo».

[2] Si permetta un rimando a Referendum costituzionale: non una questione di numeri ma un problema di linguaggio, in https://www.meridianoitalia.tv/index.php/l-italia-nel-mondo-4/17-interna/228-referendum-costituzionale-non-una-questione-di-numeri-ma-un-problema-di-linguaggio

[3] «Il Presidente della Repubblica è eletto dal Parlamento in seduta comune dei suoi membri. All'elezione partecipano tre delegati per ogni Regione […]» (Art.83 Cost.)

[4] Si intendono qui impropriamente «senatori a vita» i cinque senatori di nomina presidenziale e l’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napoliano, senatore di diritto e a vita.

[5] Si lascia il beneficio del dubbio «12 o 13» in quanto la proporzione matematica dà come risultato 12,689.

[6] Nell’esempio si ipotizza che un partito che corre in solitaria – senza coalizioni con altri partiti – superi di poco la soglia di sbarramento, riuscendo dunque ad eleggere il 3% dei 245 seggi della Camera dei Deputati assegnati con il modello proporzionale. Si assume che tale partito non riesca a ottenere nessuno dei 147 seggi assegnati con il modello uninominale né che riesca ad eleggere deputati nella circoscrizione estero – che attribuisce 8 seggi, tutti con in modo proporzionale – a causa dell’esiguo risultato elettorale.

[7] Per completezza va chiarito che se il partitino dell’esempio avesse raggiunto il 3%  nella XVIII legislatura ormai finita (eletta anch’essa con la medesima legge elettorale), esso avrebbe ottenuto 12 deputati (il 3% appunto della somma dei 386 seggi attribuiti con il proporzionale e dei 12 seggi della circoscrizione estero, anch’essi assegnati con il proporzionale). Anche nella XVIII Legislatura non sarebbe stato quindi possibile costituire un Gruppo parlamentare, ma si sarebbe potuto formare una Componente nel Gruppo misto, prevista con almeno 10 deputati. Attualmente invece la situazione è più grave poiché risulta preclusa anche tale forma ridotta di autonomia, nel senso chiarito nel testo.

[8] Presenti 224. Votanti 223. Astenuti 2. Favorevoli 210. Contrari 11.

[9] Resoconto stenografico dell’Assemblea, seduta n.730 del 22 luglio 2022

[10] Per il Sommario della seduta della Giunta del Regolamento del 9 agosto 2022: http://documenti.camera.it/leg18/resoconti/commissioni/bollettini/pdf/2022/08/09/leg.18.bol0846.data20220809.com15.pdf

[11] Così l’on. Forciniti (Misto – Alternativa) in Giunta per il Regolamento, nella seduta del 9 agosto

[12] In tal senso l’on. Saitta (M5S) , nella medesima seduta della Giunta per il Regolamento

[13] Così in Assemblea, negli interventi «Sull’ordine dei lavori» della seduta n.739 del medesimo 9 agosto 2022

[14] «Ciascuna Camera adotta il proprio regolamento a maggioranza assoluta dei suoi componenti.» (Art.64 c.1 Cost.)

[15] Sulla prima posizione si sono schierati i deputati Fornaro (LEU-Art.1-SI), Di Maio (IV) e Fiano (PD). Di parere contrario l’onorevole Saitta (M5S), che proponeva la calendarizzazione in data «13 settembre in cui comunque i Gruppi dovranno assicurare la presenza dei deputati necessaria per garantire la conversione del decreto-legge cosiddetto “Aiuti-bis”», e l’onorevole Baldelli, che chiedeva «un’approvazione rapidissima in Giunta e subito dopo, già nel pomeriggio di oggi, in Assemblea».

[16] Sommario della seduta della Giunta del Regolamento del 9 agosto 2022

[17] Ibidem

[18] Ibidem

[19] Resoconto stenografico dell’Assemblea, seduta n.739 del 9 agosto 2022, «Sull’ordine dei lavori», pagg.81-87.

[20] Queste le parole dell’on. Baldelli (FI), seguito dai colleghi Zucconi (FDI), Saitta (M5S) e D’Ettore (Misto-VI-ICT)

[21] Così gli on. Giorgis (PD) e Fornaro (LEU-Art.1-SI)

[22] A tale contestazione ha in verità risposto l’on. Saitta (M5S) nella stessa seduta, ricordando che «qualche settimana fa, abbiamo modificato la Costituzione e il Governo Draghi era già caduto. […] Se non siamo riusciti a portare in Aula la riforma del Regolamento è perché alcune forze politiche non hanno voluto modificare il Regolamento della Camera. Io non trovo altre giustificazioni».

[23] Sommario della seduta della Giunta del Regolamento del 9 agosto 2022. Continua: «Si trattava di una proposta di legge semplicemente volta a garantire, nella prossima legislatura, la ricostituzione delle Commissioni bicamerali con un numero di componenti adeguato alla riduzione dei parlamentari, fornendo una risposta di buon senso ad un problema oggettivo, che poco ha di politico».

[24] «[…] Nessuna Regione o Provincia autonoma può avere un numero di senatori inferiore a tre. […]» (Art.57 c.2 Cost.)

09-09-2022
Autore: Alfredo Battisti
Giornalista Pubblicista
meridianoitalia.tv

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