di Klarida Rrapaj
La notizia della morte di Flavia Misuraca, 27 anni, originaria di Partinico, commissaria della Polizia di Stato, trovata senza vita venerdì 9 gennaio, ha attraversato in poche ore territori e comunità professionali lasciando sgomenti colleghi e cittadini.
Quando accadono eventi di questo tipo è comprensibile che emerga un senso di silenzio e di impotenza. È altrettanto necessario però trasformare lo sconcerto in una riflessione responsabile, sobria e orientata alla prevenzione. Nei contesti istituzionali e operativi, in particolare in quelli legati alla tutela della sicurezza pubblica, si parla spesso di prestazione, efficienza, lucidità, capacità di reggere la pressione.
Meno frequentemente si parla di ciò che quella pressione produce nel tempo, dei costi emotivi invisibili, della solitudine che può accompagnare chi esercita funzioni ad alta responsabilità e che, proprio per la natura del ruolo, tende a normalizzare la fatica e a rimandare ogni richiesta di supporto.
Scrivo da professionista che lavora con il disagio psicologico e con le sue espressioni meno riconoscibili, e per questo che mi sono specializzata anche in psicologia militare. Questo ambito di studio e di intervento aiuta a leggere in modo più preciso ciò che spesso rimane fuori dalla narrazione pubblica. In ambienti operativi e gerarchici la resilienza viene talvolta interpretata come autosufficienza emotiva, come capacità di non mostrare vulnerabilità, come dovere di non fermarsi. È una lettura incompleta. La resilienza, quella reale e sostenibile, include la possibilità di riconoscere i segnali precoci di sovraccarico, di accedere a strumenti di supporto, di poter parlare senza timore di etichette o ripercussioni implicite.
Esiste un tema culturale che riguarda il modo in cui definiamo la forza. La forza non coincide con l’assenza di fragilità. La forza coincide con la possibilità di attraversare anche momenti critici senza esserne isolati. È una differenza sostanziale, perché sposta l’attenzione dall’individuo al contesto e alle sue responsabilità. I contesti di lavoro non sono neutrali. Possono proteggere oppure aumentare il rischio. Possono favorire l’emersione del disagio oppure trasformarlo in qualcosa da occultare.
Nei ruoli di pubblica tutela le fonti di stress non sono episodiche. Si tratta spesso di stress cumulativo che deriva da turni, vigilanza costante, contatto con conflitto e sofferenza, responsabilità decisionale, esposizione a eventi critici, pressione reputazionale, vincoli di riservatezza e talvolta distanza affettiva dai propri riferimenti. In questi quadri l’equilibrio psicologico può incrinarsi senza segnali plateali. A volte il funzionamento resta alto e, proprio per questo, l’allarme arriva tardi. La persona continua a garantire standard elevati e all’esterno appare solida. All’interno può crescere una fatica che non trova parole, o non trova luoghi adeguati in cui essere accolta.
Per questa ragione il benessere psicologico nelle istituzioni non può essere un tema accessorio, né un tema da affrontare solo dopo l’emergenza. È una dimensione strutturale della sicurezza e dell’efficacia, oltre che della tutela della persona. Un’organizzazione che integra in modo stabile la prevenzione psicologica non indebolisce il servizio. Lo rafforza. Aumenta la capacità di sostenere l’operatività nel tempo, riduce il rischio di isolamento, migliora il clima interno, favorisce leadership più competenti sul piano umano e gestionale.
Quando si parla di prevenzione, non si parla di dichiarazioni generiche. Si parla di procedure e di prassi. Si parla di accesso facilitato a supporto psicologico con garanzie chiare di riservatezza e di non stigmatizzazione. Si parla di percorsi di debriefing e defusing dopo eventi critici, di formazione per riconoscere segnali precoci di distress e burnout, di attenzione organizzativa ai passaggi più delicati della vita professionale e personale, di qualità della supervisione e della catena di comando nel promuovere una cultura in cui chiedere aiuto non sia percepito come fallimento. Si parla, soprattutto, di continuità, perché il benessere non è un intervento una tantum, è un presidio che si costruisce e si mantiene.
Ricordare Flavia Misuraca, in modo rispettoso, significa anche questo. Significa evitare letture polarizzanti e ricercare una responsabilità condivisa, che non è attribuzione di colpa ma capacità di prendersi cura del sistema.  Le istituzioni sono fatte di persone. Le persone non sono soltanto risorse operative. Sono vite, storie, equilibri che possono essere sostenuti o lasciati soli.
Se vogliamo che parole come coraggio e servizio restino parole piene, dobbiamo accompagnarle con una cultura della tutela reale. Una cultura che riconosca che anche chi protegge ha bisogno di essere protetto. Una cultura che renda possibile chiedere aiuto prima che la sofferenza diventi invisibile e ingestibile. Una cultura che sappia dire, senza enfasi e senza polemica, che la salute mentale è parte integrante della dignità del lavoro e della sicurezza collettiva.
Dott.ssa Klarida Rrapaj
Psicologa clinica, specializzata in psicologia militare
