di Gianni Lattanzio
Premessa
Quando l’ostilità diventa la lingua franca del confronto, la democrazia si restringe in una gara d’indignazioni che consuma fiducia, cooperazione e capacità di deliberare insieme, come attestano trend comparati di arretramento nelle libertà e nel pluralismo informativo. L’odio sociale non è stile, ma una tecnologia del risentimento: irrigidisce identità, normalizza la delegittimazione e degrada la discussione pubblica, predisponendo scivolamenti illiberali osservabili in più aree del mondo secondo i principali indici.
Politica e verità
Hannah Arendt ricordava che “verità e politica sono in rapporti piuttosto cattivi”, distinguendo tra verità di fatto e opinione, e mostrando come la menzogna organizzata corroda il senso comune che regge la vita pubblica (Verità e politica).
Quando la competizione premia l’astuzia contro i fatti, evapora il territorio condiviso dell’evidenza e ogni conflitto si fa somma zero, erodendo le condizioni stesse della libertà e dell’accountability istituzionale.
Costumi e democrazia
Alexis de Tocqueville legava la tenuta delle istituzioni ai mores: le forme democratiche reggono se cultura civica, rispetto e moderazione sostengono un conflitto ordinato; senza, prevale la tirannide dell’umore e della maggioranza (La democrazia in America).
La libertà di stampa conta anche per i mali che impedisce: nutrire opinioni e costumi senza scadere nel fanatismo, a beneficio di un ecosistema informativo plurale e responsabile.
La parola che incendia
“Anche la lingua è un fuoco”: la Lettera di Giacomo (Bibbia) coglie il contagio emotivo con cui un lessico ostile diventa prassi sociale e istituzionale, incidendo sugli equilibri della convivenza.
“Dalla stessa bocca escono benedizione e maledizione”: l’etica della parola è principio di giustizia civile, soprattutto quando parla chi guida l’agenda pubblica.
Il quadro globale
Freedom House registra nel 2024 il diciannovesimo anno consecutivo di declino della libertà globale, con 60 paesi in peggioramento e 34 in miglioramento, mentre un super-ciclo elettorale è stato segnato da violenze, intimidazioni e manipolazioni autoritarie.
Oltre il 40% dei paesi al voto ha riportato attacchi a candidati o seggi o repressioni eccessive delle proteste: la crisi del discorso civile si traduce in minori garanzie di diritti e sicurezza.
A ciò si sommano conflitti e violenze di attori statali e non statali che comprimono diritti e partecipazione, alimentando un mondo insieme meno sicuro e meno libero.
Pilastri sotto stress
International IDEA rileva che oltre metà dei paesi ha subito declini in almeno un fattore di performance democratica nell’ultimo quinquennio, con pressioni su rappresentanza, diritti, stato di diritto e partecipazione.
Nel 2024 la Rappresentanza tocca il minimo dal 2001, con sette volte più paesi in calo che in miglioramento, mentre lo Stato di diritto resta l’area più fragile, in particolare sull’indipendenza giudiziaria.
Il rapporto 2025 mette a fuoco anche democrazia e migrazioni: regole inclusive sul voto dall’estero possono rafforzare la resilienza, pur con tassi di partecipazione spesso modesti.
Fiducia e risentimento
L’Edelman Trust Barometer 2025 segnala una diffusa “crisi del risentimento”: sei persone su dieci dichiarano un livello medio-alto di grievance, con crescente accettazione di azioni aggressive e paura di discriminazione.
Si allarga un gap di fiducia di 30 punti tra gruppi ad alto e basso risentimento e si legittimano disinformazione e violenza come strumenti di cambiamento, spostando energia civica dalla cooperazione a contrapposizioni identitarie.
Polarizzazione e istituzioni
V-Dem documenta un ciclo persistente di autocratizzazione in cui i primi cedimenti riguardano libertà d’espressione, pluralismo dei media e qualità elettorale, spesso alimentati da polarizzazione che tramuta il dissenso in inimicizia.
Ne consegue un ambiente meno favorevole a contropoteri, monitoraggio civico e giornalismo indipendente, anticamera di ulteriori deterioramenti della competizione politica e delle garanzie liberali.
Ecosistema digitale
Nell’ecosistema digitale, l’esposizione a contenuti d’odio e disinformazione è ampia, mentre i fabbisogni di alfabetizzazione mediatica restano elevati, indebolendo la resilienza collettiva all’ostilità.
La combinazione tra saturazione tossica e deficit di competenze critiche alimenta paura, ritiro dalla partecipazione e consenso a scorciatoie semplicistiche, con danni cumulativi alla qualità istituzionale.
L’esperienza internazionale conferma che scarsa media literacy e sfiducia nella mediazione giornalistica spostano il baricentro dal merito delle politiche alla mobilitazione affettiva.
Meccanismi sociali dell’odio
La polarizzazione prospera in camere d’eco e enclave omofile, dove i pari tendono a radicalizzarsi e la prova conta meno dell’appartenenza, rendendo “remunerativo” l’appello al risentimento.
La spirale identitaria sposta il conflitto dalle idee ai gruppi, erodendo capitali di fiducia e cooperazione e trasformando il confronto in un hardball permanente che sfianca le democrazie.
In questo quadro, l’odio scioglie le norme non scritte di moderazione e tolleranza reciproca, quelle barriere morbide che frenano l’escalation nelle arene parlamentari e mediatiche.
Agonismo, non antagonismo
Chantal Mouffe invita a trasformare i “nemici” in “avversari”, coltivando un agonismo che riconosce la legittimità dell’altro entro un consenso conflittuale su regole e valori democratici, invece dell’antagonismo distruttivo.
Il paradosso della tolleranza di Karl Popper ricorda che una società aperta deve difendersi da chi sfrutta le libertà per distruggerle, fissando limiti quando l’intolleranza minaccia la convivenza.
Queste intuizioni orientano una bussola transnazionale: pluralismo combattivo ma leale alla costituzione, e argini al discorso d’odio quando scivola nell’istigazione o nella discriminazione.
Spazio pubblico e attenzione
Habermas lega la sfera pubblica a pratiche di ragionamento comune, ma la colonizzazione commerciale dell’attenzione e la disintermediazione digitale ne riducono inclusività e qualità, premiando il colpo emotivo.
Il risultato è una deliberazione più rumorosa e meno razionale, dove l’iperbole guadagna visibilità e la lentezza dell’argomentazione soccombe all’immediatezza del risentimento.
Gli incentivi delle piattaforme trasformano il conflitto in spettacolo: servono alfabetizzazione e responsabilità istituzionale per ricostruire arene esigenti di confronto.
Etica della leadership
La leadership educa per imitazione: toni, metafore e gesti non sono orpelli, ma atti performativi che autorizzano o frenano la delegittimazione, come suggerisce l’analisi arendtiana sul patto con i fatti.
Per Tocqueville, la durata delle libertà dipende dai costumi: quando il disprezzo diventa stile collettivo, crollano i legni portanti della casa democratica e la maggioranza può farsi dominio.
Se la lingua è fuoco, come ammonisce Giacomo, a chi guida spetta accendere luce più che incendio: la forma del dire decide la sostanza del vivere insieme, dentro e oltre i confini nazionali.
Cornici contro l’odio
Le cornici transnazionali contro l’hate speech insistono su risposte integrate e proporzionate che bilancino libertà d’espressione e tutela dalla discriminazione, calibrando gli interventi per gravità e rischio.
Coerenti con gli standard dei diritti umani, offrono un lessico operativo comune per preservare la sfera pubblica dal degrado dell’ostilità senza comprimere il pluralismo.
La loro adozione comparata mostra come l’architettura normativa possa sostenere la responsabilità del discorso politico e la resilienza democratica oltre i confini nazionali.
Conclusione
La qualità della democrazia è una responsabilità insieme interna e internazionale: senza verità condivise, guardrail normativi e capitale civico, l’odio diventa conveniente, come indicano i dati su libertà, stato di diritto e fiducia.
Alla politica spetta rendere di nuovo “interessante” la verità e “noioso” il risentimento, scegliendo una lingua che illumini invece di incendiare e ricucendo le condizioni minime della deliberazione comune.
Questo è il senso concreto della responsabilità: trasformare il conflitto in decisione condivisa e il pluralismo in bene praticabile, sotto pressioni simultanee che nessuna democrazia può affrontare da sola, costruire e non distruggere, dialogare per il bene comune.
