di Ranieri de Ferrante
Le recenti affermazioni del Pubblico Ministero Storari (“supplisco, lo confesso”) sono indicazione di un Potere giudiziario, nel bene e nel male, fuori controllo. I problemi del sistema sono tanti, ma almeno uno (… e mezzo) la Riforma approvata dal Parlamento lo affronta. E’ quindi, a mio giudizio, opportuno votare sì. Una Giustizia sotto controllo, però, presuppone che non ci siano altri Poteri debordanti, e che ci sia un arbitro super partes. Quindi no – almeno per me – al Premierato che indebolisce il Presidente della Repubblica. Credo sia legittimo chiedere ad un governo che vuole cambiare le cose che lo faccia in modo internamente coerente
Cominciamo da un ricordo … come spesso
Un giorno di trent'anni fa – ricordo la data esattamente – presiedevo una riunione nel basement della sede di una grande Organizzazione di Categoria. Ero teso: i telefonini non prendevano, e io aspettavo una notizia importante da casa, una di quelle che fanno mollare tutto e scappare. Uno di quei momenti in cui noi maschi, più che partecipare, assistiamo. Però abbiamo “partecipato” nove mesi prima. Avevo lasciato detto ai piani alti di venire a chiamarmi non appena ci fossero “novità”. Non rimasi fino alla fine della riunione!
Alla riunione partecipavano tutti gli amministratori e i titolari delle aziende che producevano uno specifico prodotto. Io non ero lì come dirigente, ma come presidente del gruppo – parte dell’Organizzazione di Categoria – che rappresentava quel particolare segmento industriale. La capacità produttiva superava la domanda, e se ciascuno avesse agito per conto proprio, saremmo caduti in una guerra di prezzi, con conseguenze devastanti. L’obiettivo era distribuirsi il mercato a tavolino e concordare i prezzi. Riunioni simili, in quel gruppo ed altri, erano prassi, e c’era un impiegato dell’Organizzazione che si occupava di gestire l’applicazione degli accordi. Prima di una gara le aziende andavano da lui, con le buste aperte, lui ne verificava la congruenza con quanto pattuito, le chiudeva e le recapitava al cliente.
Molti si chiederanno se non ho timore confessando un comportamento illegale. Si tratta infatti, di un reato ben preciso (turbativa d’asta) che prevede una pena fino a 7 anni. No, ne parlo senza timore perché la cosa è ormai prescritta. Ma soprattutto senza imbarazzo: una guerra dei prezzi avrebbe portato fallimenti e mandato centinaia di persone a casa. A me, manager di un gruppo multinazionale, avrebbe fatto anche comodo chiudere la fabbrica che operava in quel business. Marginalità bassa, più problemi che risultati, e all’interno delle multinazionali chi taglia personale in genere fa bella figura! Ma sul tavolo c’erano lavoratori (nel mio caso 200, più quelle degli altri), famiglie, persone e vite reali.
Il fatto che il principale cliente che assorbiva il 90% dei volumi, sapesse perfettamente della riunione credo sorprenderebbe un occhio esterno. Ma che succedesse nel 1996, nel pieno post-Mani Pulite, dovrebbe sorprendere ben di più. Eppure era tutt’altro che anomala. Anzi, riunioni simili erano normali, e si erano tenute anche durante quel terremoto giudiziario che ha avuto effetti più politici che di moralizzazione. E non credo che da allora le cose siano cambiate molto.
Magistratura, politica e imprese: un triangolo irrisolto
Penso spesso a quell’episodio – e a molti altri nei miei 50 anni di attività di consulente, dirigente e imprenditore – quando leggo di Archistar imputati per turbativa, aziende indagate (o perseguitate?) o dichiarazioni come quella del PM Storari: “Supplisco, lo confesso”, rivendicando un ruolo di moralizzatore della supply chain. Ruolo che, secondo lui, lo Stato non esercita e che dunque lui sceglie di far gravare – con modalità forse tecnicamente legali, ma che a me sembrano al limite del ricatto – sulle imprese capofila, come Todd’s.
Guardando il mondo attraverso le “lenti Storari”, quel giorno, in quella sala, noi stavamo servendo la giustizia, salvando un settore e posti di lavoro. Facevamo politica economica e non stavamo distruggendo valore e non commettendo un reato. Ma non avevamo una toga.
Capisco quindi che il confine fra ciò che è “legale” e quello che è “giusto” sia sottile. Lo può, però essere in una situazione particolare, non può essere un fatto strutturale di un Stato moderno e democratico, Guardo perciò con grande attenzione alla riforme della Giustizia del governo Meloni, e alla postura dei partiti e soprattutto alle reazioni della magistratura. E leggo i fatti anche attraverso la lente di questi cinquanta anni di vita professionale, in cui sono stato consulente, dirigente e imprenditore, E soprattutto cittadino conscio del contesto in cui vive.
Non posso perciò non notare come la Magistratura italiana sembra avere come obiettivo difendere sé stessa in modo molto corporativo, ergersi al di sopra delle regole, ed intervenire ovunque, parlando ovunque e spesso abbaiando sotto alberi politici e mediatici più che mordere là dove dovrebbe. Sembra che la toga autorizzi a tutto, ma non obblighi ad evitare che i tempi della giustizia continuino ad essere indegni di un Paese civile.
Al referendum sulla riforma della giustizia, voterò sì. Perché oggi la giustizia italiana ha tre problemi strutturali:
Legame improprio tra giudicante ed inquirente: quando un giudice guarda davanti a sé, vede da un lato un “avvocato prezzolato”, dall’altro un “collega”. Il fumus di parzialità esiste, anche se la sinistra sbandiera che i passaggi da un ruolo all’altro sono numericamente minimi. La riforma punta a eliminare anche questo dubbio, e il cambiamento culturale richiederà almeno vent'anni. Ma il primo passo è necessario. Punto a favore.
Tempi della giustizia indecenti: non c’è riforma dell’ordinamento che possa risolvere da sola un problema che è prima di tutto organizzativo: servono risorse, digitalizzazione, meno burocrazia. E la scadenza di 16,000 contratti l’anno prossimo non sarà una inezione di ricostituente al sistema. È lo stesso nodo che strangola Sanità, Difesa e Istruzione. E questa riforma, purtroppo, su questo non incide. Zero punti.
Invadenza politica della magistratura: Interventi fuori perimetro, conferenze stampa, protagonismo mediatico, inchieste “a orologeria”. La riforma non aggredisce direttamente neppure questo nodo. Ma ha un effetto collaterale importante. Mezzo punto … ma che mezzo punto!
Un punto e mezzo su tre, cinquanta %: non sembra molto. Eppure per me è più che sufficiente per votare sì, e la motivazione principale è quel mezzo punto: la chiara approvazione popolare della riforma – nella quale spero - infliggerà una sconfitta bruciante a chi ha trasformato il potere giudiziario in un attore politico, convinto di poter intervenire “quando gli altri poteri non si comportano bene”. E, naturalmente, a stabilire cosa sia bene e cosa sia male sono sempre loro. Solo una sconfitta umiliante può, forse, interrompere questa deriva e mettere i Soloni in angolo.
L’equilibrio tra i poteri: la spina dorsale della democrazia
Una vittoria del sì aiuterà a riportare il Potere giudiziario entro il proprio perimetro, attenuandone l’autoattribuita onnipotenza e onniscienza. È un passo necessario per ricostruire l’equilibrio dei poteri, base della democrazia e ossatura della Costituzione.
Ma se vogliamo parlare davvero di equilibrio, bisognerebbe aumentare anche la forza del Parlamento, oggi in larga parte popolato da peones che premono un pulsante in base agli ordini del partito. Da una parte forse è meglio così perché temo molti di loro, senza guida, non troverebbero nemmeno il pulsante. Dall’altra, però, rimane l’anomalia che oggi in Italia si fa politica dappertutto – sindacati, procure, correnti – tranne dove si dovrebbe farla, cioè il Parlamento.
Come correggerla? Non lo so. Forse il ritorno alle preferenze, forse altro. Non ho la presunzione di offrire soluzioni. Ma ne sento il bisogno.
E’ sul terzo Potere che non ho dubbi: va assolutamente evitato che il potere dell’Esecutivo straripi. Gli USA di Trump oggi ci mostrano cosa succede quando l’Esecutivo “vuole tutto”, imponendo il proprio volere al Parlamento, aggirando regole e abitudini, ed asservendo il Ministero della Giustizia a fini politici o addirittura rendendolo strumento di vendette private. Grazie al cielo in Italia non abbiamo un Trump ed il Governo Meloni si muove all’interno dei limiti, con correttezza, ma è bene ricordare che un Mussolini lo abbiamo avuto, ed è meglio un grammo di prevenzione che un chilo di terapia.
C’è corto circuito politico e morale nel complesso delle riforme perseguite dal Governo: qual è la coerenza tra la riforma della magistratura e il progetto di premierato, portati avanti dalla stessa parte politica?
L’Esecutivo deve muoversi nell’alveo scelto democraticamente, ma i suoi confini devono essere vigilati da Parlamento e Magistratura. Ed a garantire questa vigilanza, come garante ultimo dell’equilibrio, è il Presidente della Repubblica.
Un premierato che accentra potere nell’Esecutivo e allo stesso tempo svuota il Quirinale degli strumenti di controllo è una scelta concettualmente sbagliata. Pericolosa. Ed incoerente.
La democrazia non vive di poteri forti, ma di poteri che si limitano e rispettano a vicenda. E di un leader che sappia e possa tenerli in riga, essendo al di sopra delle Parti.
Sul premierato, senza esitazioni, voterò no!