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la Corte Suprema USA riscrive i confini del potere tariffario del Presidente

di Gianni Lattanzio

La decisione della Corte Suprema americana sui dazi segna uno spartiacque non solo nella politica commerciale degli Stati Uniti, ma nel modo stesso in cui pensiamo il rapporto fra emergenza, potere esecutivo e legalità democratica. A Washington, in poche pagine dense e durissime, i giudici hanno ricordato al Presidente che perfino nell’era delle crisi permanenti – dalle pandemie alle guerre commerciali – la Costituzione continua a pretendere che le scelte più radicali sull’economia passino dal Parlamento, non da un atto unilaterale della Casa Bianca.

Ad osservarla con uno sguardo europeo, questa sentenza rappresenta un tassello di un più vasto “costituzionalismo economico” che sta cercando, con fatica, di rimettere argini alla politica dell’emergenza infinita.

La vicenda nasce da una scelta tanto radicale quanto semplice nella sua formulazione: usare una legge pensata per reagire a minacce “insolite e straordinarie” alla sicurezza nazionale per imporre dazi generalizzati sulle importazioni, fino a un 10% globale e a misure ancora più pesanti verso Paesi e settori individuati di volta in volta dall’Amministrazione. La logica, dichiarata senza troppi veli, era quella delle “tariffe come arma”: strumento di pressione politica, leva negoziale, simbolo di potenza più che ordinario strumento fiscale.
Per giustificare questo salto, il Presidente ha brandito l’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA), un testo nato alla fine degli anni Settanta per permettere all’esecutivo di congelare beni, bloccare transazioni, intervenire in modo chirurgico in presenza di minacce eccezionali provenienti dall’estero. Il passaggio dalla chirurgia alla chirurgia d’“urto” – dall’uso selettivo del bisturi alla torsione sistematica del braccio commerciale del Paese – è stato, in fondo, il cuore politico e giuridico del contenzioso.
La Corte Suprema ha scelto di fermarsi prima di quella soglia. Ha letto il testo dell’IEEPA con occhio freddo, quasi notarile: se il Congresso avesse voluto dare al Presidente un potere generale di imporre dazi, lo avrebbe detto. Non basta evocare la facoltà di “regolare” l’importazione o di “bloccare” certe transazioni per trasformare una legge di emergenza in una carta bianca fiscale. Nella storia legislativa americana, quando si è delegato potere tariffario all’esecutivo, lo si è fatto con parole chiare, tempi limitati, criteri verificabili.
Non è un esercizio di filologia, ma una presa di posizione su un punto di fondo: la tassazione delle importazioni è, nella tradizione costituzionale statunitense, il cuore del potere del Congresso. È lì che si decide chi paga, quanto, in quali tempi e con quali effetti sulla società e sull’economia. Trasferire questo potere, quasi di soppiatto, in un angolo oscuro della legislazione d’emergenza avrebbe significato accettare che la “normalità costituzionale” possa essere sospesa non solo nelle crisi di guerra, ma ogni volta che il Presidente dichiari una “emergenza” economica globale.
La maggioranza della Corte ha scelto un’altra strada: ha intrecciato interpretazione letterale, coerenza sistematica e quella dottrina delle “major questions” che, negli ultimi anni, è diventata una sorta di filtro di legittimazione democratica per i poteri delle agenzie e dell’esecutivo. Quando in gioco c’è una decisione di enorme rilievo economico e politico – sembra dire la Corte – il Congresso deve parlare chiaro. Non bastano formule elastiche, non bastano riferimenti generici alla “regolazione del commercio”: servono parole che non lascino dubbi sulla volontà di consegnare all’esecutivo la chiave della cassaforte tariffaria.
Su questo punto la decisione è più che una sentenza sul commercio: è un monito contro la tentazione, sempre più diffusa nelle democrazie contemporanee, di governare “per emergenza”. Dichiarare uno stato di pericolo permanente – sanitario, migratorio, energetico, ambientale, commerciale – e usare quella cornice per spingere il confine dei poteri esecutivi un po’ più in là, ogni volta. Fino a quando il Parlamento si riduce a commentare, a posteriori, decisioni già prese.
C’è, naturalmente, anche un’altra voce nella Corte. Nel dissenso risuona una tradizione opposta: quella che vede, soprattutto in politica estera e commerciale, un Presidente dotato di un quasi naturale primato. In questa lettura, dazi e tariffe sarebbero da sempre strumenti ordinari della regolazione delle importazioni, e dunque rientrerebbero “quasi automaticamente” nel ventaglio di poteri attivabili in nome dell’emergenza. È uno sguardo che privilegia la continuità della prassi, la necessità di un esecutivo forte nel mondo globale, la centralità della “ragion di Stato” rispetto alle gabbie formali della legge.
È proprio nel dialogo – spesso aspro – tra queste due visioni che si comprende la portata della sentenza. La Corte non nega al Presidente la possibilità di perseguire un’agenda commerciale aggressiva: riconosce, anzi, che esistono altre basi normative, più tradizionali, per intervenire sui dazi. Ma ribadisce che la scorciatoia dell’emergenza non può diventare il corridoio principale del potere. Che la straordinarietà non può essere normalizzata per via interpretativa, trasformando una legge di crisi in un grimaldello permanente con cui forzare gli equilibri istituzionali.
Sul piano internazionale, la decisione avrà conseguenze che vanno oltre le aule dei tribunali. I partner degli Stati Uniti – dall’Unione Europea ai Paesi emergenti – guardano da tempo con preoccupazione alla volatilità della politica commerciale americana, oscillante tra aperture multilaterali e ondate di protezionismo unilaterale. Sapere che la Corte Suprema è disposta a rientrare in questo campo e a chiedere un fondamento legislativo più solido per le misure economiche più invasive può essere letto, all’estero, come un segnale di parziale “ri‑istituzionalizzazione” della politica commerciale americana.
Per l’Europa, impegnata a sua volta in una difficile costruzione di strumenti anti‑coercizione e di difesa commerciale, la lezione non è marginale. La tensione tra esigenza di rapidità – di fronte a misure ostili, ritorsioni, guerre dei dazi – e rispetto delle forme democratiche è la stessa. La giurisprudenza americana, per una volta, appare quasi speculare a certi dibattiti europei sulla base giuridica delle misure di trade defence, sulla proporzionalità, sul ruolo dei Parlamenti nazionali e del Parlamento europeo nel controllo di atti che, pur essendo “tecnici”, ridisegnano interessi e gerarchie sociali.
Resta sullo sfondo una domanda più ampia, che tocca la teoria dello Stato nell’età del disordine globale: fino a che punto è possibile governare economie complesse, intrecciate da catene del valore planetarie, entro i confini di testi normativi concepiti per un mondo molto diverso? La tentazione dell’esecutivo, negli Stati Uniti come in Europa, è evidente: usare la plasticità semantica delle clausole di emergenza per adattare rapidamente l’ordinamento a shock non previsti. La risposta della Corte – al netto di tutte le criticità e delle discussioni che susciterà – è una scommessa opposta: riportare il conflitto politico nelle sedi legislative, costringere maggioranze e opposizioni a dichiarare frontalmente come intendono usare la leva dei dazi, quali settori proteggere, quali costi sociali accettare.
In un tempo in cui la politica commerciale è tornata a essere arma, bandiera identitaria e strumento di pressione geopolitica, questa sentenza americana parla anche a noi. Ricorda che il diritto non è solo un insieme di vincoli tecnici, ma il luogo in cui decidiamo chi può fare cosa, in nome di chi e con quali garanzie per chi paga il prezzo delle scelte. E che, se la democrazia vuole sopravvivere all’era delle emergenze, deve avere il coraggio di riformare le proprie leggi alla luce delle nuove sfide, non di piegarne silenziosamente il significato per adattarle all’ultima crisi del giorno.

21-02-2026
Autore: Gianni Lattanzio
Direttore editoriale di Meridianoitalia
meridianoitalia.tv

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