di DAMORPAL
Già distratti dalle Olimpiadi, dalle follie doganiere di Trump, e dal prossimo Festival di Sanremo, l’anniversario dell’invasione dell’Ucraina ci ha fatto ricordare il problema del riarmo, con la volontà di creare un esercito europeo, in vista di una (ancorché improbabile) guerra diretta con la Russia: e senza più la garanzia del sostegno degli USA. E presto si riproporranno gli infiniti dibattiti tra i ventisette paesi sull’enorme ritardo accumulato in vista di una difesa comune, il cui maggiore colpevole sarebbe la regola dell’unanimità che vige alla UE in materia di politica estera.
Se il problema principale fosse davvero quello dell’unanimità, i primi ministri Orban e Fico sarebbero naturalmente gli uomini da abbattere. Ma, a parte il peso politico modesto dell’Ungheria e della Slovacchia (Orban sta anche rischiando di perdere le elezioni), sarebbe meglio invitare a questo dibattito gli storici, e ricordare a tutti che le origini del problema risalgono almeno a settanta anni fa. E il paese che ne porta, di gran lunga, la maggiore responsabilità è la Francia, che proprio irrilevante da un punto di vista politico non è, anche se abilmente giuoca a nascondersi dietro le colpe degli altri.
Già nel 1954 un trattato per una difesa europea comune, chiamato CED e approvato da tutti gli altri stati, fu bocciato al parlamento francese da una alleanza sciovinista tra destra e estrema sinistra. De Gaulle poi, nei suoi dodici anni di regno, pose la parola fine ad ogni speranza di un’unione più stretta, prima rinnegando il federalismo (in nome dell’Europa delle nazioni) e poi concentrando i suoi sforzi nel gigantesco progetto nucleare, civile e militare, e nella cosiddetta “Force de Frappe”: ne seguì nel 1968 il Trattato di non Proliferazione, che nega a tutti i paesi del mondo – escluse USA, Russia, Cina, Francia e UK – il diritto di costruire la bomba atomica.
I presidenti che seguirono (Pompidou, Giscard d’Estaing, Mitterrand, Chirac) si attennero più meno alla stessa linea, troppo contenti della situazione di rendita di cui Parigi si era trovata a godere, grazie anche alla stretta intesa con la Germania e al privilegio di sedere al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Il linguaggio, se non la sostanza, cominciarono a cambiare all’inizio del secolo: e quando Macron, per celebrare la sua vittoria, nel 2017, salì sul palco sulle note dell’Inno alla Gioia di Beethoven, molti pensarono che la Francia stesse diventando federalista davvero. Ma che non ci si illuda. Quando l’Eliseo dice: “acquistiamo armi europee” intende i Rafale, quando promuove i cannoni europei intende i Cesar, e si spinge fino a proporre di piazzare le sue armi nucleari nelle basi degli altri paesi. L’Europa nazionalista e disunita non piace soltanto a Trump, e l’Inno alla Gioia sta tornando sempre più ad assomigliare alla Marsigliese; ma nessun politico, giornalista o saggista, forse per timore reverenziale, ha finora osato indicare quale paese ne sia il primo responsabile.