di Gianni Lattanzio
Lo Stato dell’Unione pronunciato da Donald Trump non è stato un rito istituzionale, ma un atto di campagna permanente, un esercizio di potere narrativo con cui il presidente ha cercato di riscrivere la percezione della realtà statunitense e, insieme, di predisporre il Paese – e gli alleati – a una possibile stagione di confronto aperto con l’Iran. Ne emerge un’America celebrata come “età dell’oro”, ma attraversata da fratture profonde, e un ordine internazionale in cui la dimensione del diritto appare sempre più subordinata alla logica dei rapporti di forza.
Trump ha scelto di aprire evocando il 250° anniversario dell’indipendenza, come se volesse collocare il proprio mandato in un continuum quasi provvidenziale della storia americana. Il Paese sarebbe, nelle sue parole, “più solido, più ricco, più forte che mai”, la crisi inflazionistica “ereditata” e rapidamente domata, la crescita rilanciata da una combinazione di tagli fiscali e rientro delle produzioni manifatturiere. È la cifra classica del trumpismo: non la fotografia dell’economia reale, ma la costruzione di un immaginario – l’America che vince – contro cui ogni dato dissonante viene derubricato a menzogna dell’élite o dei media.
In questo quadro, la scelta di sfidare apertamente la Corte Suprema sui dazi assume un valore che va oltre il dossier commerciale. Dopo essere stato smentito sul piano giuridico, Trump rilancia una nuova architettura tariffaria globale (10–15 per cento) presentandola come strumento per abolire le tasse interne e proteggere la “classe media produttiva”. È un doppio messaggio: all’elettorato, che vede nei dazi una difesa dall’insicurezza economica; e alle istituzioni, cui si manda a dire che l’ultimo arbitro non è la Corte, ma il presidente forte investito direttamente dal popolo.
Se l’economia è lo sfondo, il vero motore emotivo del discorso è la costruzione del nemico interno. L’immigrazione irregolare viene descritta come una sorta di “invasione” che minaccia identità, sicurezza e coesione sociale: non un fenomeno complesso da governare, ma il volto di un pericolo esistenziale. Il passaggio in cui Trump chiede all’aula di alzarsi “per la sicurezza dei cittadini e contro gli illegali”, trasformando un’assemblea costituzionale in un’arena plebiscitaria, segna simbolicamente il punto di saldatura tra istituzioni e piazza. L’episodio degli attacchi ai “pirati somali” in Minnesota, con lo scambio durissimo con la deputata Ilhan Omar, mostra come singoli fatti di cronaca vengano elevati a paradigma: la devianza di alcuni diventa colpa di un’intera comunità, e per traslato, di chi ne difende i diritti. È la politica come spettacolo permanente, in cui ogni contraddittore è funzionale al rafforzamento della base.
In parallelo, i democratici sono rappresentati come forza “corrotta”, pronta a “barare” nelle elezioni come – nella narrazione trumpiana – nel 2020. Qui il lessico della delegittimazione si salda con i progetti di revisione delle regole del gioco (leggi restrittive sul voto, attacchi all’indipendenza della magistratura), confermando la tendenza al presidenzialismo plebiscitario: il leader come incarnazione diretta del popolo contro istituzioni e contropoteri percepiti come usurpatori.
Sul piano internazionale, colpisce la gerarchia delle priorità. L’Ucraina, dopo anni di guerra sanguinosa e del riassetto faticoso dell’architettura di sicurezza europea, è richiamata in modo fugace, senza una visione strategica esplicita sul futuro del sostegno militare e finanziario. Il messaggio implicito ai partner europei è di una Washington meno disposta a farsi carico indefinitamente del conflitto sul fianco orientale, e più attenta a usare il dossier ucraino come leva negoziale con Mosca.
È invece l’Iran a occupare lo spazio centrale del discorso di politica estera. Trump descrive Teheran come il “primo sponsor mondiale del terrorismo”, impegnato a ricostruire un programma nucleare militare che l’operazione di giugno avrebbe “distrutto”, dotato di missili già in grado di colpire l’Europa e le basi americane, e presto persino il territorio continentale degli Stati Uniti. A ciò aggiunge la denuncia delle repressioni interne – 32.000 manifestanti uccisi, nella cifra da lui evocata – per comporre il ritratto di un regime assoluto, contro cui ogni forma di appeasement risulterebbe moralmente e strategicamente inaccettabile. Questa rappresentazione, congiunta al dispiegamento di una forza navale “senza precedenti negli ultimi vent’anni” in Medio Oriente, appare agli osservatori come la costruzione deliberata di un casus belli potenziale. Il presidente chiude, sì, evocando la preferenza per la “soluzione diplomatica”, ma lo fa mentre alza al massimo la soglia retorica, rendendo politicamente quasi impossibile accettare un compromesso che non appaia come capitolazione iraniana.
Paradossalmente, mentre a Washington risuonavano queste parole, a Ginevra i negoziatori statunitensi e iraniani si preparavano a un nuovo round di colloqui sul nucleare, sotto l’egida dell’AIEA e con la mediazione di Oman e di partner europei. Secondo ricostruzioni convergenti, sul tavolo vi sarebbero parametri che ricordano, in forma modificata, lo spirito dell’accordo del 2015: riconoscimento del diritto iraniano all’arricchimento in loco fino al 5 per cento, in cambio di vincoli stringenti sulle ispezioni e di un percorso – graduale, non immediato – di alleggerimento delle sanzioni. Il vero punto di frizione, tuttavia, è l’arsenale missilistico. Per Teheran, logorata dalle sanzioni e dalla riduzione delle capacità dei propri proxy regionali, i missili a medio raggio restano la principale forma di deterrenza convenzionale. Per Israele e per una parte significativa dell’establishment americano, sono invece una minaccia esistenziale, tanto più in un contesto di crescente integrazione tra difese aeree occidentali e sistemi di allerta precoce nel Mediterraneo allargato. Analisti internazionali avvertono che su questo crinale il negoziato rischia di arenarsi: Washington e Tel Aviv non possono accettare uno status quo percepito come sempre più pericoloso; Teheran non può rinunciare all’unico strumento che compensa, ai suoi occhi, la disparità convenzionale. È qui che il discorso di Trump, più che costruire ponti, sembra preparare l’opinione pubblica interna ed alleata all’eventualità che “la diplomazia fallisca” e si renda necessaria un’azione di forza.
In questo quadro, l’Europa appare sia oggetto sia, potenzialmente, soggetto della trasformazione in corso. Se i missili iraniani possono effettivamente colpire il Sud‑Est europeo, una guerra aperta tra Stati Uniti e Iran non sarebbe uno scenario lontano, ma un conflitto in un’area da cui dipendono in larga misura la sicurezza energetica, la stabilità migratoria e la credibilità stessa della politica estera europea. Per l’Italia, Paese mediterraneo, membro fondatore dell’Unione e pilastro dell’Alleanza Atlantica, le implicazioni sono multiple. Sul piano della sicurezza, la richiesta di accesso alle basi e infrastrutture nel nostro territorio – da Sigonella alle piattaforme logistiche nel Sud – sarebbe difficilmente eludibile, ma si scontrerebbe con un’opinione pubblica provata da anni di crisi e tradizionalmente diffidente rispetto a nuove avventure militari in Medio Oriente. Sul piano economico, l’eventuale destabilizzazione delle rotte energetiche nel Golfo e nel Mar Rosso colpirebbe direttamente la strategia italiana di hub mediterraneo, concepita proprio per ridurre la dipendenza dal gas russo.
C’è poi una dimensione più ampia, che riguarda l’idea stessa di ordine internazionale. Il discorso di Trump, con il suo attacco alla Corte Suprema sui dazi e la sua disponibilità implicita ad agire fuori o ai margini delle cornici multilaterali – dall’OMC all’AIEA – accentua la percezione di un “disincanto americano” rispetto all’ordine liberale che gli Stati Uniti stessi avevano contribuito a costruire nel secondo dopoguerra. L’Europa, che di quell’ordine è stata beneficiaria e co‑architetto, è chiamata a scegliere se limitarsi ad adeguarsi ai nuovi rapporti di forza, oscillando tra Washington, Pechino e le altre potenze emergenti, o se tentare di elaborare una propria postura autonoma, fondata su diritto, diplomazia e capacità di difesa condivise.
Per l’Italia, che ha una tradizione di dialogo nel Mediterraneo, di apertura verso il mondo arabo e di radicata appartenenza occidentale, questa è una sfida e un’opportunità. Significa lavorare per rafforzare la coesione europea sulla linea da tenere verso l’Iran e l’intero Medio Oriente, partecipare in modo proattivo a ogni formato negoziale in cui l’Unione possa avere voce, e allo stesso tempo contribuire a una riflessione strategica sull’equilibrio tra sicurezza, legalità internazionale e tutela dei diritti umani.
Lo Stato dell’Unione di Trump ci consegna, in ultima analisi, l’immagine di un’America che si percepisce ancora come centro del mondo, ma che sempre più spesso agisce come una grande potenza tra le altre, pronta a piegare regole e istituzioni al proprio interesse nazionale immediato. Per l’Europa e per l’Italia, il tempo in cui ci si poteva limitare a reagire è finito: la qualità del futuro ordine internazionale dipenderà anche dalla capacità del nostro continente di proporre, e non solo di subire, una visione di sicurezza e convivenza fondata non soltanto sulla forza, ma anche sul diritto.
