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di Gianni Lattanzio

Nel 2026 Italia ed El Salvador celebrano il centosessantacinquesimo anniversario di relazioni diplomatiche che affondano le radici nel cuore del Risorgimento italiano, quando il neonato Regno d’Italia, appena affermatosi sulla scena internazionale, trovò in questa piccola ma orgogliosa nazione centroamericana uno dei suoi primi e più convinti interlocutori nel Nuovo Mondo. È una storia che inizia formalmente nel 1861, con il Trattato di amicizia, commercio e navigazione tra l’Italia unita e la Repubblica di El Salvador, ma che in realtà prende forma già nel decennio precedente, quando il governo salvadoregno guarda con attenzione e simpatia al processo di unificazione della penisola, cogliendo nell’epopea risorgimentale il riflesso delle proprie aspirazioni di libertà e di consolidamento statale.

È suggestivo pensare che, mentre Garibaldi attraversava lo Stretto e il Parlamento di Torino discuteva il futuro di un Paese ancora tutto da costruire, dall’altra parte dell’Atlantico la giovane repubblica salvadoregna scegliesse di stringere un legame politico e simbolico con l’Italia,

facendone il primo interlocutore in America Centrale. In questa scelta non c’era solo calcolo diplomatico: c’era il riconoscimento di una comunità di destino fra popoli lontani geograficamente ma accomunati dallo stesso bisogno di affermare una sovranità piena, di trovare una voce riconosciuta nel concerto delle nazioni. La figura del presidente Gerardo Barrios – militare, riformatore, convinto sostenitore dell’educazione e del progresso – si staglia, nella memoria storica, come interlocutore ideale di un’Italia che dalla Firenze di Cavour alla Roma di Vittorio Emanuele II costruiva faticosamente il proprio stato moderno.

Nel corso di più di un secolo e mezzo, la trama dei rapporti tra Roma e San Salvador ha attraversato guerre, crisi, dittature, transizioni democratiche, trasformazioni economiche globali. E tuttavia quella intuizione iniziale – che due Paesi diversi per dimensioni e peso geopolitico potessero riconoscersi in una stessa idea di dignità nazionale e di apertura al mondo – non si è mai spenta. Se è vero, come scriveva Pablo Neruda a proposito dell’America Latina, che “ogni popolo traccia la propria rotta nel vento della storia”, si può dire che la rotta salvadoregna abbia incrociato precocemente quella italiana, intrecciando affinità politiche, scambi umani e una fitta circolazione di idee.

El Salvador è una terra che la letteratura ha restituito al mondo con tratti intensi e a volte laceranti: basti pensare alle pagine di Roque Dalton, capace di dare voce alla rabbia e alla speranza degli ultimi, o allo sguardo di Claribel Alegría, che ha raccontato nel suo “cenere e fuoco” la violenza e la dolcezza di un Paese segnato da conflitti ma irriducibilmente vitale. È un Paese che ha conosciuto la durezza della guerra civile e delle ingiustizie sociali, ma che ha saputo anche elaborare la memoria, cercare percorsi di riconciliazione, costruire, talvolta con fatica, istituzioni democratiche più inclusive. Guardare a El Salvador attraverso queste voci significa comprendere che le relazioni diplomatiche non sono mai soltanto un fatto di protocolli e trattati, ma hanno un’anima fatta di persone, di comunità, di narrazioni condivise.

Oggi, a centosessantacinque anni da quel primo trattato, il rapporto tra Italia ed El Salvador si presenta profondamente trasformato, ma non meno significativo. La cooperazione allo sviluppo ha assunto un ruolo centrale: San Salvador ospita la sede regionale della cooperazione italiana per l’America Centrale e i Caraibi, segno tangibile di una scelta strategica che riconosce al Paese un ruolo di cerniera nella regione. Progetti nel campo dello sviluppo rurale, della sicurezza alimentare, della gestione sostenibile delle risorse naturali, così come iniziative a favore dei diritti umani, dell’educazione, della salute, della tutela dei più vulnerabili, disegnano una presenza italiana che non è episodica, ma strutturale. L’Italia non si limita a “fare cooperazione”: costruisce partenariati, accompagna processi, condivide competenze, mette in gioco saperi tecnici e sensibilità culturali.

In questa prospettiva, la valorizzazione del patrimonio e delle città storiche assume un valore paradigmatico. I programmi dedicati ai centri storici di San Salvador e San Miguel, che vedono impegnate istituzioni italiane, università, enti locali, rappresentano un modo concreto di coniugare memoria e futuro: recuperare piazze, edifici, tessuti urbani non significa solo restaurare facciate, ma restituire spazi di cittadinanza, creare occasioni di lavoro dignitoso, promuovere un turismo sostenibile capace di generare reddito senza distruggere identità. È un’Italia che dialoga con El Salvador non dall’alto, ma fianco a fianco, riconoscendo in quei centri storici la stessa ricchezza di stratificazioni culturali che conosciamo nelle nostre città d’arte.

Sul piano economico e commerciale, gli scambi tra i due Paesi non raggiungono i volumi che l’Italia intrattiene con le grandi economie latinoamericane, ma si sviluppano in settori ad alto valore aggiunto: macchinari, infrastrutture, energie rinnovabili, tecnologie per la gestione del territorio e dell’ambiente. Qui si apre uno spazio di cooperazione che guarda alle parole chiave del nostro tempo: transizione energetica, resilienza climatica, innovazione sostenibile. Le imprese italiane, con la loro capacità di coniugare qualità manifatturiera, creatività e attenzione ambientale, possono trovare in El Salvador un laboratorio importante, mentre le istituzioni dei due Paesi possono lavorare insieme per creare un quadro normativo e finanziario favorevole a investimenti responsabili.

Ma forse il filo più resistente, spesso silenzioso ma decisivo, è quello umano. Nel corso dei decenni, italiani hanno scelto El Salvador come terra di lavoro e di vita, mentre salvadoregni hanno trovato in Italia percorsi di studio, opportunità professionali, luoghi di radicamento familiare. Nelle diaspore, nelle comunità miste, nelle associazioni culturali che uniscono i due Paesi, si è formata una memoria condivisa fatta di storie individuali e collettive: figli e nipoti di migranti che tengono insieme, nella propria biografia, il tessuto sociale di San Salvador e quello di Roma, Milano, Torino; giovani che studiano in università italiane e riportano poi nel proprio Paese competenze e relazioni; operatori sociali, missionari, volontari che hanno fatto del legame Italia–El Salvador una vocazione di vita.

Per queste ragioni, il centosessantacinquesimo anniversario non è solo una ricorrenza da ricordare nelle cronache diplomatiche: è un invito a rilanciare la relazione in chiave contemporanea. In un tempo segnato da nuove disuguaglianze, da crisi ambientali sempre più gravi, da migrazioni spesso drammatiche, Italia ed El Salvador hanno l’opportunità – e in qualche misura il dovere storico – di tradurre la propria antica amicizia in una cooperazione paritaria, fondata su responsabilità condivise. Ciò significa lavorare insieme per rafforzare le istituzioni democratiche, promuovere politiche sociali inclusive, costruire percorsi di mobilità umana che siano sicuri, regolari, rispettosi della dignità di ogni persona.

Nelle sedi multilaterali, dall’ONU ai fori regionali latinoamericani, la voce di El Salvador e quella dell’Italia possono convergere nell’affermare che nessuna stabilità è possibile senza giustizia sociale, che nessun progresso è autentico se non è sostenibile, che la cultura e l’educazione sono infrastrutture essenziali tanto quanto le strade e i ponti. È, in fondo, la stessa intuizione che percorre le pagine dei grandi scrittori salvadoregni quando ricordano che un Paese non è solo il suo PIL o le sue statistiche di sicurezza, ma anche i sogni dei suoi giovani, la forza delle sue comunità, la memoria dei suoi martiri, la resilienza delle sue donne.

Così, nel ripercorrere centosessantacinque anni di relazioni tra Italia ed El Salvador, non celebriamo soltanto una longeva amicizia diplomatica: celebriamo la possibilità, concreta e attuale, che due Paesi lontani nello spazio ma vicini nelle aspirazioni continuino a riconoscersi, ad ascoltarsi, a costruire insieme pezzi di futuro. È questa, forse, la forma più alta di diplomazia: trasformare una storia comune in una responsabilità condivisa.

27-05-2026
Autore: Gianni Lattanzio
Direttore di Meridianoitalia.tv
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