Giorgio Bartolomucci

È morto per la paura di prendersi il colera.  Ai giorni nostri, questo aforisma proposto da Anton Cechov potrebbe facilmente essere mutuato per descrivere ciò che stiamo vivendo con il COVID19. La pandemia in corso dovuta al nuovo coronavirus, oltre alle centinaia di migliaia di casi confermati in laboratorio, ha già raggiunto milioni di persone e la gran quantità di morti ha contribuito a generare estrema preoccupazione sia nelle istituzioni sanitarie che nella comunità mondiale.

Trattandosi di un virus la cui origine non è ancora del tutto nota, e nei cui riguardi non abbiamo ancora una terapia valida, grandi aspettative sono riposte sulla scoperta di un vaccino che possa finalmente arrivare a bloccarne la diffusione. Nessuno sa, però, quanto tempo sarà necessario per averlo a disposizione ma, da più parti, si afferma che fino a quel momento la nostra vita non potrà tornare alla normalità. Nell’opinione generale il vaccino appare come un angelo liberatore, forse lo stesso che durante la notte liberò San Pietro dal carcere dove era stato gettato dai Sadducei. Perché, per nostra cultura e tradizione cattolica, ogni uomo ha diritto alla protezione di un angelo, e alle forze ostili si oppone sempre la forza superiore di potenze divine in grado di supplire alle incapacità umane. Fino a qualche mese fa, c’era ancora chi, per arroganza o incompetenza, dubitava dei vaccini, oggi credo che nessuno mostri più antipatia nei loro riguardi perché tutti hanno capito l’importanza di averli a disposizione.

Preziosi doni che la medicina e la scienza ci hanno dato per difenderci e proteggerci da tante infezioni batteriche e virali. Quasi superfluo, però, ricordare che i vaccini, non hanno nulla di divino o miracoloso, perché usano solo un meccanismo naturale di difesa immunitaria, costruendo una specifica resistenza all’attacco dei microrganismi presenti nell’ambiente e nella popolazione, senza che si sviluppino i sintomi e le complicanze della malattia. Torniamo allora al quesito: quanto tempo ci vorrà per ottenere un vaccino?. Nonostante gli entusiasmi e le speranze, non è possibile fare una previsione a questo riguardo. Il processo necessario per sviluppare e mettere in commercio un nuovo vaccino, per quanto accelerato dall’urgenza della pandemia, richiede tempo. Abbiamo compreso come il COVID19 si trasmette ed entri nell’organismo umano, siamo quasi certi di come si replica e quali siano gli antigeni in grado di attivare la risposta del sistema immunitario, ma siamo ancora, per la maggior parte dei candidati, in una fase di sperimentazione preclinica in laboratorio, dove si stanno utilizzando colture di cellule in vitro e modelli animali in vivo, per valutare risposta immunitaria e profilo di sicurezza. È troppo presto, però, per parlare di efficacia protettiva che potrà essere testata solo nell’uomo, prima su piccoli gruppi e poi su una popolazione più ampia. È comprensibile che nella situazione che stiamo vivendo le Autorità sanitarie stiano autorizzando sperimentazioni nell’uomo in tempi più brevi ma, difficilmente potranno rinunciare a un principio di precauzione nei riguardi dei rischi determinati dalla limitata conoscenza che abbiamo del COVID19.

Senza dimenticare il tempo necessario per la distribuzione e la copertura immunologica della popolazione globale della terra: per il vaiolo il programma per l’eradicazione lanciato dall’OMS iniziò nel 1967 e solo nel 1977 si dichiarò la malattia sconfitta con l’ultimo caso in Somalia. Se si è quasi certi che il vaccino per l’epidemia attualmente in corso non sarà disponibile a breve, perché creare un’aspettativa miracolistica che non farà altro che aumentare, nelle persone più semplici e fragili, l’illusione, la frustrazione e la depressione? Perché non dire invece che lo sviluppo di un prossimo vaccino diventerà essenziale nel caso di future epidemie che dovessero sfortunatamente colpirci nel futuro? Ci hanno convinto che quella che è cominciata qualche mese fa è una guerra contro un nemico invisibile e subdolo, ma raramente si è letto sui quotidiani, o sentito in televisione, che il COVID19 è solo uno delle decine di nuovi agenti infettivi identificati nel mondo negli ultimi decenni, dalla SARS alla Legionella, dal Virus dell’AIDS a Ebola, ai Virus dell’Epatite, al Virus Chikungunya, agli altri agenti virali che originando dalle zone tropicali, causa i cambiamenti climatici, arrivano anche da noi e vengono trasmessi da zecche, zanzare, pappataci. Bisognerebbe rassicurare i non addetti ai lavori che la ricerca è da sempre in prima linea per contrastare i vecchi e nuovi pericoli per la salute umana, progettando vaccini e farmaci adeguati a sconfiggerli, e che anche in questo caso ci riuscirà.

Il problema è che il Coronavirus che affrontiamo oggi ci ha preso di sorpresa, impreparati a fare diagnosi rapide e ad approntare protocolli terapeutici efficaci. Ci ha messo così drammaticamente di fronte ai nostri limiti, umani e scientifici. Ci vorrà del tempo ma riusciremo a controllare il COVID come siamo riusciti a farlo con il vaiolo, la polio, morbillo, l’influenza, la rosolia congenita e anche l’HIV, che pure ha già colpito decine di milioni di persone in tutto il mondo. Per molti batteri, e superbatteri antibioticoresistenti, continueremo a ricercare e a sperimentare, però occorre dire la verità: la medicina non è in grado di guarire in maniera risolutiva tante malattie, e fra queste ci sono purtroppo diverse infezioni batteriche e virali per le quali si stanno ricercando vaccini, ancora – è triste riconoscerlo - senza risultati positivi.

23-04-2020
Autore: Giorgio Bartolomucci
Medico infettivologo
meridianoitalia.tv

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