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TRENTADUE ANNI SENZA ILARIA ALPI E MIRAN HROVATIN, MA SEMPRE VIVI TRA NOI – CON LORO, RICORDIAMO LE COLLEGHE ED I COLLEGHI CADUTI PER DARE NOTIZIE ED ESPRIMIAMO GRATITUDINE PER IL LAVORO DELLE GIORNALISTE E DEI GIORNALISTI, SPECIE NELLE ATTUALI ZONE DI GUERRA

di Emanuele Mariani

Ci sono momenti nell’esperienza delle giornaliste e dei giornalisti, in cui il confine tra la verità, la liberà di dire e di raccontare i fatti con la morte, specie quando ci si trova in zone di guerra ed a rischio, forse è percepito in un solo istante. 

Ecco, questo sentimento è vivo ancora oggi a trentadue anni di distanza, nella memoria collettiva non solo degli Italiani, ma di tutti coloro che hanno sete di verità e giustizia e fu quello che animò Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, il 20 marzo 1994, quando furono assassinati, in un agguato, a Mogadiscio, in Somalia.

Ilaria Alpi, giornalista della Rai, si era recata lì, con il cineoperatore Hrovatin, per il TG3, dove stava seguendo gli sviluppi dell’operazione ONU “Restore Hope”, precisamente al seguito della missione Unosom II dell’Esercito italiano, nella guerra civile somala. Avrebbe compiuto 33 anni, il 24 maggio di quell’anno, essendo nata a Roma, nel 1961. 

Hrovatin era originario di Trieste (11 settembre 1949, oggi riposa nel cimitero cittadino di Barcola) e faceva parte della comunità di lingua slovena. La telecamera di Hrovatin, utilizzata nell’ultimo viaggio di lavoro, a Mogadiscio, oggi è conservata in una teca presso la Fondazione Paolo Murialdi, a via Nizza, a Roma.

Lavorò per l'agenzia Videoest di Trieste, per poi essere assunto alla Rai. La stessa sede Rai di Trieste che – lo ricordiamo – aveva già avuto il sacrificio, in altra guerra drammatica, quella dei Balcani, pochi mesi prima, il 28 gennaio 1994, delle vite degli inviati Marco Luchetta, Alessandro Saša Ota e Dario D’Angelo che entrarono a Mostar approfittando di una tregua per realizzare un servizio sui bambini senza nome: volevano far sapere e far riflettere, suscitare reazioni alla barbarie che si stava consumando in quelle terre, contrastare la rimozione collettiva della guerra in atto.

Una granata li uccise tutti e tre, risparmiò invece il piccolo Zlatko, a cui fecero da scudo con i loro corpi. 

Da quella tragedia nacque la Fondazione Luchetta Ota D’Angelo Hrovatin, che in questi primi tre decenni ha accolto e curato 850 bambine e bambini, il primo dei quali fu proprio Zlatko; successivamente nacque il Premio giornalistico internazionale Lucchetta, nel 2024, che, dopo vent’anni di attività ha inaugurato due nuove sezioni: una dedicata alla Rotta balcanica e una alla radiofonia. 

Entrambe le realtà si propongono di continuare il lavoro iniziato da Marco, Saša e Dario togliendo dall’invisibilità persone che rischiano di restare senza diritti, primo tra tutti quello alla vita e a una vita dignitosa.

Ilaria Alpi, era figlia di Luciana Riccardi Alpi (1933 -2018) e Giorgio Alpi (1924-2010), crebbe nella capitale italiana e fin da piccola sognava di diventare giornalista. «Vuole fare la giornalista in un mondo dove a fare notizia fossero le cose vere», come amava raccontare papà Giorgio.

Si diplomò, nel 1980, al Liceo “Tito Lucrezio Caro” di Roma, che gli ha intitolato l’Aula Magna della scuola e dove in una parete, a trent’anni dalla morte, il 20 marzo 2024, è stato realizzato, su iniziativa di Articolo 21, un meraviglioso murale, opera dell’artista Alessandra Chicarella, dedicato ad Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, per ricordare la richiesta di verità e giustizia per l’assassinio dei due cronisti. 

Ricordiamo anche l’altro murale, realizzato dal collettivo della street artist Laika ed inaugurato il giorno del 64esimo compleanno di Ilaria, il 24 maggio 2025, a Saxa Rubra, per non dimenticare lei e Miran. 

“I vostri volti rimarranno sempre con noi, disegnati sulla facciata del Tg3”. Per dire a tutti che “noi non archiviamo" e che “come voi, ogni giorno, ci impegniamo a ricercare la verità”, si legge in una nota pubblicata da USIGRAI.

Ilaria Alpi si era laureata in Lingue e Letterature straniere moderne presso l'Istituto di Lingue orientali dell'Università di Roma "La Sapienza", con una tesi in Islamistica dal titolo "La questione della terra sotto il dominio ottomano (XIX s.): esiste una specificità libanese?". 

L'ottima conoscenza orale e scritta della lingua araba le aveva permesso di ottenere delle borse di studio dal governo egiziano tramite il Ministero degli Affari esteri italiano, negli anni 1985 e 1987. 

La conoscenza del francese e dell’inglese le aveva consentito collaborazioni giornalistiche dal Cairo con le redazioni Spettacoli e Esteri di Paese Sera (luglio-dicembre 1987) e con la pagina della cultura de l'Unità fra il 1988 e il 1989. 

Da maggio 1988 a luglio 1989, era stata corrispondente quotidiana dal Cairo per Italia Radio. Era stata traduttrice (arabo-italiano) per il Ministero del Turismo egiziano. Questa prima esperienza nel mondo arabo la affascina e la porta ad innamorarsi progressivamente di questa cultura, desiderando un giorno di diventare una corrispondente fissa.

Iscritta dal 1989 all'Albo dei giornalisti (elenco pubblicisti), aveva collaborato inoltre con quotidiani e settimanali: il Manifesto, Noi Donne e Rinascita

Grazie al suo impegno ed al suo ottimo lavoro, dopo aver ottenuto una borsa di studio, nel 1989 aveva vinto il concorso Rai da praticante giornalista, collocandosi nei primi posti della graduatoria su oltre 6.000 candidati, per poi essere assunta, nel marzo 1990, a Rai Sat. 

Dal dicembre 1990, era stata trasferita alla redazione del TG3 per la quale viaggia molto tra Parigi, poi in Marocco, a Belgrado e a Zagabria. 

La semplicità del suo modo di essere, la preparazione ed il rigore nell’esercizio della sua professione, sono stati i tratti personali che tutti le hanno sempre riconosciuto. Concepiva e praticava il mestiere giornalistico, che l’aveva già portata a lavorare sui fronti della guerra in Bosnia e nel Medio Oriente, con un impegno personale e quotidiano teso a capire le situazioni di crisi, consapevole che la sua professione era fatta di curiosità e coraggio, di volontà di andare a fondo e di indagare. 

“A me piace andare, vedere e riferire e non farmi raccontare dagli altri quello che è successo. E questo sempre, in ogni circostanza” ebbe a dire ad un suo collega pochi mesi prima della sua morte. Mise al servizio della professione i suoi studi, concepiti come strumento necessario alla comprensione profonda del mondo islamico, delle sue diverse componenti culturali, religiose e politiche.

È con la Somalia, però, che Ilaria instaura un rapporto particolare, speciale: il bisnonno paterno Filippo Quirighetti venne infatti assassinato a La Folet, nei pressi di Mogadiscio nel 1896. 

Ilaria rimane impressionata da questo delitto mai risolto e ne vuole conoscere i dettagli, recandosi sul luogo in cui il nonno perse la vita. Ogni volta che partiva per la Somalia, ai genitori preoccupati, Ilaria rassicurava «Potete stare tranquilli, noi alla Somalia abbiamo già dato». Inoltre, era anche molto sensibile alla condizione delle donne in Somalia; era soprattutto molto attenta alla questione dell’infibulazione, una pratica di mutilazione genitale femminile (MGF), largamente praticata ancora oggi in tutto il mondo. Questa pratica è causa di gravi pericoli per la salute delle donne come il rischio di infezioni, difficoltà riproduttive, disagio psicologico, fino alla morte.

Saranno sette in totale le missioni svolte in Somalia, tra il dicembre 1992 e il marzo 1994. La situazione in Somalia è instabile: nel 1969, si instaura un regime dittatoriale retto dall’ex comandante dell’esercito Siad Barre che, dopo una prima fase di governo “illuminato”, si rivela particolarmente duro e repressivo, portando alla nascita di un movimento di opposizione e liberazione. Nel 1991, il movimento riesce a destituire Siad Barre e il Paese cade in una guerra civile, in cui sono due le fazioni rivali che si fronteggiano: da una parte le truppe del generale Mohammed Farah detto Aidid, in passato capo dei servizi segreti dello stesso dittatore e con cui intrattiene ancora rapporti, nonostante l’esilio; dall’altra, il gruppo del presidente in carica Ali Madhi, un civile ed ex ministro della Salute somalo, che controlla il nord di Mogadiscio. In questo scenario, si inseriscono diverse missioni ONU, come UNISOM I, Restore Hope e UNISOM II (spesso rivelatesi dei fallimenti) allo scopo di stabilizzare la situazione interna, proteggere gli aiuti umanitari e far fronte alle emergenze sanitarie e alimentari. A marzo 1994, viene annunciato il ritiro definitivo delle truppe italiane, un avvenimento importante che avrebbe segnato l’inizio di una nuova fase del conflitto.

Ilaria Alpi si trova in questo paese come inviata di guerra per documentare l’andamento del conflitto e l’intervento internazionale nel ristabilire le condizioni di pace, ma non solo: comincia infatti ad indagare su una possibile rete di traffici internazionali di rifiuti tossici, smaltiti illegalmente in cambio di armi e tangenti, e in cui si sospetta anche un coinvolgimento dei servizi segreti italiani. A questo proposito, visita la strada Garoe-Bosaso, un collegamento stradale di 460 km, costruito dagli Italiani nell’ambito della cooperazione internazionale: il sospetto è che, proprio all’interno delle cave di pietra scavate per realizzare la strada, siano stati nascosti fusti di materiale tossico da smaltire. Alla ricerca di informazioni, Ilaria decide di programmare un veloce spostamento anche nella città di Bosaso, durante la sua settima e ultima missione. 

La città, infatti, seconda per dimensioni dopo la capitale e importante porto commerciale del Paese, è teatro, proprio in quei giorni, del sequestro del peschereccio Faarax Omar, una delle imbarcazioni di Shifco. La flotta Shifco è composta da sei pescherecci, donati dalla Cooperazione Italiana alla Somalia, ma spesso utilizzati per il trasporto di armi e materiale pericoloso. Ilaria vuole delle risposte sul sequestro e sull’attuale carico della nave ormeggiata al largo di Bosaso; ne parla con il vice sultano Abdullah Moussa Bogor, con il quale registra una lunga intervista di circa due ore e mezza. Durante questa conversazione, il sultano sostanzialmente non nega i suoi sospetti, permettendole di realizzare un servizio scottante per il Tg3: di quelle registrazioni, rimane oggi solo una cassetta manomessa di circa 15 minuti, mentre la versione integrale e originale (la cui esistenza è stata confermata dallo stesso sultano Bogor) è stata fatta sparire. 

Per una svista o per qualche ordine impartito, Ilaria e Miran non riescono a rientrare subito a Mogadiscio, restando bloccati nella città di Bosaso per ben sei giorni, senza la possibilità di trasmettere il materiale raccolto all’Italia. Rientrano nella capitale, domenica 20 marzo 1994.

Raggiunto l’hotel Sahafi, dove alloggiavano, Ilaria riceve una telefonata che la porta con urgenza a recarsi all’hotel Amana, la seconda struttura della città per i giornalisti internazionali, e collocata nella zona nord di fronte all’ambasciata italiana: non verrà mai chiarito chi dovesse incontrare e per quale ragione. 

Muoversi per la città non è sicuro perché è necessario attraversare la cosiddetta “linea verde”, una sorta di frontiera tra le due aree controllate da Aidid e Mahdi, e diversi checkpoint ONU, delle vere e proprie zone grigie, terra di nessuno. 

Una volta raggiunto l’hotel Amana, intorno alle 15:00, Ilaria, accompagnata da Miran, scende dal pick-up ed entra nell’hotel, senza trattenersi a lungo; ma pochi metri dopo essere ripartiti, il loro pick-up viene bloccato e circondato da un gruppo armato. È un’esecuzione diretta e mirata, un colpo alla testa, prima a Miran e poi ad Ilaria. Entrambi muoiono sul colpo.

Gli attimi successivi sono, ancora oggi, poco chiari: i corpi senza vita vengono trasportati a bordo della nave italiana Garibaldi da Giancarlo Marocchino (faccendiere italiano che opera a Mogadiscio e collaboratore locale di cooperanti e autorità), i loro effetti personali raccolti frettolosamente e senza inventario, e non vengono fatti rilevamenti o accertamenti sul luogo dell’imboscata.

 Alle autopsie incomplete e poco puntuali, seguono numerosi depistaggi, false testimonianze, prove smarrite o danneggiate (come bloc-notes e videocassette) che non permettono di ricostruire con chiarezza la dinamica dell’agguato e le motivazioni che l’hanno causato. 

Sia l’autista che la guardia del corpo che li accompagnavano quel giorno, rilasciano testimonianze contrastanti.

Sono state diverse le ipotesi nate negli anni, come il tentativo di sequestro finito male: Ilaria aveva però annunciato una grande inchiesta che avrebbe svelato importanti verità, soprattutto nelle delicate relazioni tra governi, là dove vi era la stabilità di un sistema di mala cooperazione basato su grandi quantità di denaro. 

La sua morte ha comunque permesso che venissero alla luce le indagini che stava svolgendo, consentendo ad altri di continuare a cercare delle risposte. I genitori Luciana e Giorgio iniziano a chiedere verità e giustizia sulla morte della figlia fin da subito, portando avanti campagne e richieste di riapertura delle indagini fino alla loro morte. Negli anni si sono susseguite varie indagini, archiviazioni e commissioni d’inchiesta; molti dei protagonisti di questa vicenda sono morti in circostanze sospette e probabilmente arrivare alla verità resta un obiettivo ancora difficile.

Nel 1995, è stato istituito, dalla Camera dei Deputati, il premio Ilaria Alpi per riconoscere il valore del giornalismo d’inchiesta sui temi di impegno civile e sociale come solidarietà, non-violenza, giustizia, diritti umani; sono state dieci le edizioni del premio. Lo stile e la professionalità di Ilaria sono ancora oggi un grande esempio e fanno parte di una potente eredità riconosciuta e studiata dalle nuove generazioni di giornalisti.

Quest’anno, in occasione della ricorrenza della sua morte, il Municipio Roma XV, dove Ilaria ho vissuto, organizzerà un evento che si terrà proprio il 20 marzo con due momenti significativi. Il primo, dalle 11:30, a Piazza Stefano Jacini, a pochi passi dall’abitazione di Ilaria, dove insieme a Articolo 21, colleghi, amici e parenti, verrà ricordata lei ed il suo operatore Miran Hrovatin. 

A seguire, in via Napoleone Colajanni per svelare una targa che verrà apposta proprio sul palazzo in cui è cresciuta.

Per l’anno prossimo, poi, è iniziato un percorso che porterà all’intitolazione a Ilaria di un parco pubblico del quartiere, l’area verde attrezzata di via Gerolamo Belloni. Ci saranno dei necessari passaggi da affrontare, ma l’obiettivo è il 20 marzo 2027 per ricordare Ilaria e svelare una nuova targa.

Non sono solo eventi da segnare sul calendario, sono il segno della volontà dell’amministrazione municipale e della città di Roma di rafforzare il legame profondo del territorio con Ilaria, a custodia del suo ricordo e della sua integrità, auspicando che dopo oltre trent’anni si possa arrivare finalmente alla verità della triste vicenda che portò alla sua morte. 

Perché Ilaria appartiene al novero di coloro che per garantire il diritto all’informazione e alla libertà hanno dato la vita, perché deve continuare a essere l’esempio più alto di come fare il giornalista sia una vocazione che non arretra di fronte al pericolo.

Un ricordo personale di chi scrive queste note merita la conclusione di questo articolo: nel 1995, un anno dopo la morte di Ilaria, fui stagista al Tg 3 nazionale, con una mia collega, per la Scuola di giornalismo che avevo frequentato anni addietro, prima di laurearmi in giurisprudenza. A me, assegnarono la Redazione Cronaca ed alla collega, la Redazione Esteri. 

Ho ancora presente il giorno in cui entrammo negli studi Rai di Saxa Rubra, era il 6 novembre 1995, due giorni dopo l’uccisione del premier israeliano, Rabin che aveva detto nell’ultimo comizio: “la via della pace è preferibile alla via della guerra”.

Ebbene, per una singolare circostanza, mi trovai ad accompagnare la collega alla Redazione esteri: entrando, vedemmo la postazione dove aveva lavorato Ilaria e io gli feci notare proprio questo e lei, si girò, e mi rispose che aveva avuto la stessa idea e sensazione: quel luogo, insomma, ci parlava e ancora parla di Ilaria. 

Infine, ricordiamo tutte le giornaliste ed i giornalisti di ogni testata e di ogni media, pubblico e privato, che oggi sono in zone di guerra ed ai quali va la nostra riconoscenza e quelli che hanno perso la vita per dare notize; tra questi, per tutte e tutti, ricordiamo Marcello Palmisano, giornalista e operatore del Tg2, ucciso il 9 febbraio 1995, a Mogadiscio (Somalia), dove era stato inviato insieme alla collega Carmen Lasorella per documentare la partenza dei militari dell’Onu dalla guerra e Maria Grazia Cutuli, giornalista del Corriere della Sera, uccisa, il 19 novembre 2001, in un agguato per rapina, in Afganistan, insieme all'inviato di El Mundo, Julio Fuentes e a due corrispondenti dell'agenzia Reuters, l'australiano Harry Burton e l'afghano Azizullah Haidarian.

Maria Grazia Cutuli fu la seconda vittima del terrorismo al giornale di via Solferino dopo Walter Tobagi, promossa inviata speciale alla memoria su decisione del direttore, Ferruccio De Bortoli. Per il quotidiano milanese aveva firmato circa 300 articoli in 4 anni.

 

17-03-2026
Autore: Emanuele Mariani
saggista e scrittore
meridianoitalia.tv
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