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​​​​di Emanuele Mariani

C’è stato chi ha attraversato anni raccontando le gesta dei grandi campioni dello sport e non solo, li ha commentati e ha vissuto con loro le gioie e i dolori degli avvenimenti: nella boxe, come nel calcio, nell’atleticaed in tutte le loro smisurate sfaccettature. Soprattutto, c’è chi ha dato voce a chi voce non aveva, a quelli che sembravano emarginati e delusi e che spesso vivevano nelle periferie del mondo, lontano dai riflettori. 

Ecco, appena dici boxe non pensi solo ai pugili ed alle loro sofferte sfide, perse, ma spesso vinte, che li hanno affrancati dalla loro difficile esistenza,quasi come una rivincita sociale; pensi alla fatica delle corse di atletica o ai colpi di genio calcistici di tutti i fuoriclasse, in particolare quelli sudamericani; la menteallora, va ad un narratore armonioso, fantasioso ed, al tempo stesso, poliedrico che ci ha lasciato tre anni fa, emai sarà dimenticato (specie da chi scrive e che lo considera, da sempre, un maestro di cronaca e di vita): Gianni Minà (Torino, 17 maggio 1938 – Roma, 27 marzo 2023) giornalista, scrittore, conduttore televisivo, documentarista, ma soprattutto uomo dai grandi ideali e dalle grandi intuizioni. 

Il cronista torinese è, a buon diritto, annoverato tra i più importanti giornalisti italiani, avendo, tra l’altro, collaborato con quotidiani e settimanali italiani e stranieri e realizzato centinaia di reportage per la Rai, ideato e condotto programmi televisivi (tra questi ricordiamo, dei più noti,“Blitz” ed “Alta Classe”), girato film documentari su Che Guevara, Muhammad Ali, Fidel Castro, RigobertaMenchú, Silvia Baraldini, il subcomandante Marcos, Diego Armando Maradona.

Minà fu editore e direttore della rivista letteraria “Latinoamerica e tutti i sud del mondo” dal 2000 al 2015: fu anche direttore della collana di Sperling & Kupfer, “Continente desaparecido”, dedicata a realtà ed autori latinoamericani. Pubblicò numerosi libri sull'America Latina.

Nel 2003, fu eletto nell'assemblea della SIAE e fece parte del comitato che ideò e realizzò “Vivaverdi”, la rivista degli autori italiani. Nel 2007, ricevette il Premio Kamera della Berlinale per la carriera, il più prestigioso premio al mondo per documentaristi.

Gli inizi non furono semplici, ma la predilezione per lo sport caratterizzò da subito la sua attività.  Si avviò alla carriera giornalistica proprio in ambito sportivo nel 1959, a Tuttosport, di cui fu poi direttore dal 1996 al 1998. 

Nel 1960, esordì alla Rai come collaboratore dei servizi sportivi per le Olimpiadi di Roma. Nel 1965, dopo aver collaborato al rotocalco televisivo di genere sportivo Sprint, diretto da Maurizio Barendson, iniziò a realizzare reportage e documentari per rubriche che hanno evoluto il linguaggio giornalistico della televisione, come TV7, AZ, un fatto come e perché, i Servizi speciali del TGDribblingOdeon. Tutto quanto fa spettacoloGulliver. In quel decennio, scrisse anche alcune canzoni: Stasera ho vinto per Edoardo Vianello e Mirella per Al Bano.

Minà ha seguito otto mondiali di calcio e sette olimpiadi, oltre a decine di campionati mondiali di pugilato, fra cui quelli, diventati storici, dell'epoca di Muhammad Ali. Realizzò una Storia del Jazz in quattro puntate, programmi sulla musica popolare centro e sudamericana (come per esempio Caccia al bisonte con Gianni Morandi) e una storia sociologica e tecnica della boxe in 14 puntate, intitolata Facce piene di pugni, che doveva comprendere più puntate e sulla scia della quale oggi è uscito e pubblicato, postumo, in concomitanza con il terzo anniversario della scomparsa il 27 marzo 2026, un importante libro.

Il volume inedito, atteso quarant’anni, riprende, in parte, appunto quello del programma televisivo "Facce piene di pugni, storie non solo di ring" edito da Minerva Edizioni, dove si è voluto ricostruire l’epopea della grande boxe, uno sport che, spesso, è stato una delle immagini più significative della società moderna.

Un’opera rimasta incompiuta e oggi finalmente restituita ai lettori. E che riporta in libreria un progetto editoriale di Gianni Minà che attraversa la storia del pugilato mondiale e, insieme, racconta un modo di fare giornalismo che oggi appare quasi irripetibile.

Il volume è stato già presentato, per la prima volta, il 27 marzo 2026 a Roma, presso il CONI,alForo Italico, in occasione del terzo anniversario della scomparsa di Gianni Minà

L’incontro è stato organizzato insieme all’USSI – Unione Stampa Sportiva Italiana  che quest’annocelebra gli ottant’anni dalla sua fondazione e che fa del racconto dello sport il proprio impegno quotidiano.

Tra i relatori,Gianfranco Coppolagiornalista e presidente USSIRoberto Mugavero delle Edizioni Minerva,Emanuela Audisiogiornalista, scrittriceDario Torromeogiornalista, scrittore e profondo conoscitore della boxe, Francesca E. Minà, ricercatrice visiva, scrittrice, LoredanaMacchietti Minà, presidente Fondazione Gianni Minà Walter De Giusti, segretario Generale FPI.

La giornata dedicata al libro ha avuto un seguito, poi, nel pomeriggio del 27 marzo, con un incontro aperto al pubblico, presso la libreria Mondadori di piazza Colonna (c/o Galleria Alberto Sordi), a Roma, dovesi è tenuta una presentazione rivolta ai lettori, con gli interventi di Danilo Di Tommaso (Direttore comunicazione CONI), Francesca E.Minà(ricercatrice visiva, scrittrice) e Loredana Macchietti Minà (Presidente Fondazione Gianni Minà). 

L’appuntamento è stato arricchito dalla partecipazione straordinaria di grandi ex campioni della boxe, protagonisti di una serata dedicata al racconto del ring e alla memoria del giornalismo di Gianni Minà.

Facce piene di pugni. Storie non solo di ring nasce dalla grande stagione televisiva che Minà dedicò alla boxe tra gli anni Settanta e Ottanta. 

La sua “Storia della boxe”per Rai Due doveva articolarsi, come accennato poc’anzi, in ventidue puntate (e non solo in quattordici), ma il progetto si interruppe prima di essere completato. Da quel materiale – interviste filmate negli Stati Uniti e in Europa, dattiloscritti, appunti, telecronache – prese forma l’idea di un libro che non vide mai la luce. Oggi grazie al lavoro di Loredana Macchietti e alla collaborazione con la Fondazione Gianni Minà, quel progetto diventa finalmente realtà.

Facce piene di pugni non è soltanto una ricostruzione tecnica del pugilato dalle origini fino alla fine degli anni Settanta. È soprattutto un grande racconto umano. Minà non si limita a elencare incontri e titoli mondiali: entra nelle vite dei pugili, ne racconta le fragilità, le ambizioni, le cadute, il rapporto con il potere e con il denaro. La boxe diventa così una chiave di lettura attraverso cui leggere il Novecento, fatto di storie vive e di esistenze reali.

Il libro attraversa le grandi stagioni del ring: dalle origini della noble art” in Inghilterra, alla nascita delle categorie di peso negli Stati Uniti, dall’epopea dei pesi massimi alla proliferazione delle sigle mondiali che hanno trasformato il pugilato contemporaneo.

Ma al centro restano sempre le storieda Jack Johnson, il “Gigante di Galveston”, primo campione nero dei pesi massimi, figura rivoluzionaria che sfidò non solo gli avversari sul ring, ma l’America segregazionista dell’inizio del  NovecentoJoe Louissimbolo di un riscattocollettivoMax SchmelingePrimo Carneraspecchi delle dittature europee e poi Rocky Marciano, Floyd Patterson,Ray “Sugar” Robinsonfino alla stagione irripetibile di Cassius Clay-Muhammad Aliche Minà seguì da vicino, raccontandone non solo le imprese sportive ma la dimensione politica e civile. Indimenticabile quella intervista in bianco e nero, spesso riproposta in tv, in cui il celebre campione scherza con Minà, boxando con lui e gli scompone i capelli.

Ali occupa un posto centrale nel libro, come nella vita professionale di Minà. Non solo il campione capace di reinventare il linguaggio sportivo, ma l’uomo che rifiutò la guerra in Vietnam, che trasformò il ring in tribuna politica, che fece della parola uno strumento di lotta e di poesia. In queste pagine emerge la stima del giornalista per un atleta che seppe incarnare il proprio tempo.

Accanto ai grandi nomi, il libro dà spazio anche ai “piccoli giganti”: i pesi leggeri, i welter, gallo, atleti meno celebrati ma spesso protagonisti di carriere straordinarie. È una boxe fatta di emigranti italiani in America, di ragazzi cresciuti nei quartieri poveri, di uomini che hanno trovato nel ring una possibilità di riscatto sociale. Le loro vicende restituiscono la dimensione popolare di uno sport nato dal basso e per lungo tempo legato ai ceti più umili.

Il volume si arricchisce delle due testimonianze preziose di Isabella Rossellini, che da giovanissima collaborò con Gianni Minà a New York e di Loredana Macchietti che ricostruisce l’incontro con la boxe e con quello che sarebbe divenuto suo marito.

Non manca una riflessione sul presente. Minà osserva come la frammentazione delle federazioni e la moltiplicazione dei titoli abbiano indebolito il prestigio del titolo mondiale, e come il pugilato attraversi oggi una fase di crisi. Ma ricorda anche che questo sport è stato, e può tornare a essere, uno strumento di educazione, disciplina e recupero sociale. Le radici, suggerisce, restano solide.

Con Facce piene di pugni, Edizioni Minerva pubblica non solo un libro di sport, ma un’opera di memoria culturale. È il ritratto di un’epoca in cui il giornalismo sportivo sapeva unire rigore, passione e profondità narrativa. Ed è, insieme, un omaggio a Gianni Minà, al suo sguardo curioso, alla sua capacità di ascoltare i protagonisti e di trasformare le loro parole in racconto. Un libro che parla di boxe, ma soprattutto di uomini, di sogni, di vittorie e di sconfitte e di dignità.

Il testo è stato poi presentato anche lo scorso 22 aprile, alla libreria presso il Palazzo delle Esposizioni a Roma, dove sono intervenuti, oltre a Loredana Macchietti Minà, presidente Fondazione Gianni Minà, Michela Pellegrini della Federazione Pugilistica ItalianaNathalieBertorello, figlia del grande pugile italiano, Nino Benvenuti, Antonella Rita Roscilli, ricercatrice, brasilianista, scrittrice con letture dell’attore e doppiatore, Gigi Diberti.

Antonella Rita Roscilli ha tratteggiato e descritto, nei minimi dettagli e con la fredda logica dei numeri statistici, come il fenomeno dell’immigrazione dall’Italia verso le Americhe, che ha inizio a partire da fine ‘800 e perdura sin quasi alla metà degli anni ’60, abbia contribuito anche alla affermazione dei grandi pugili italo-americani, figli di quel fenomeno migratorio, causato in gran parte dalla difficoltà di vita nella madre-patria.

Più intimo e umano, il racconto della boxe tratteggiato da Michela Pellegrini e dalla figlia di Nino Benvenuti, NathalieBertorello che hanno evidenziato come la boxe oggi è profondamente cambiata ed è anche praticata, alla pari degli uomini, dalle donne, ma si avverte la mancanza del grande campione (come in altri sport, nel calcio, ad esempio) che fa da traino ai grandi incontri ovvero per l’immagine di questo sport, che ha grande visibilità solo con le Olimpiadi e non come, in passato, soprattutto con le grandi riunioni pugilistiche degli anni ’60 -’70 e fine anni ’80, con personaggi come Rino Tommasi (che con Gianni Clerici commenterà poi anche il tennis)che, da organizzatore, passò ad essere grande commentatore di match pugilistici per l’emittenza televisiva privata, al pari di Paolo Rosi, Mario Guerrini e Mario Mattioli, solo per citare quelli di qualche anno fa della Rai e senza dimenticare giornalisti della carta stampata, esperti di boxe, come, piace ricordare tra gli altri, oltre al già nominato Dario Torromeotra le donne, Emanuela Audisio, pioniera nel giornalismo sportivo femminileTeo Betti, Nicola Montanaro e Roberto Fazi, altro mio indimenticato ed indimenticabile maestro al quale lo stesso Minà si affidò come principale consulente per la trasmissione, da cui il volume postumo, Facce piene di pugni, viaggio nel mondo dei campioni e degli sconfitti del ring, andata in onda nel 1985, in seconda serata, su Raidue, in 14 puntatecon l' aiuto di Ruggero Miti, di Graziella Reali e di Isabella Rossellini.

Minà è stato uno dei pochi giornalisti con il diritto, conquistato sul ring del giornalismo, a scrivere in prima persona. Il cronista torinese non ingombra e non trascende nelle narrative pseudoartistiche che affliggono tante cronache sportive alla moda oggi. La prima persona di Minà era indispensabile a rendere la vicinanza, la confidenza, spesso l’amicizia che lo univa ai campioni del suo sport preferito: il pugilato. Era la chiave per descrivere in profondità una disciplina spietata e bellissima, ormai in decadenza perché senza mito. Un episodio fra tanti. Quando Carlos Monzón chiude la carriera nel 1977, trova Minà nello spogliatoio con telecamera al seguito. Il campione dal carattere più difficile, l’indio di Santa Fe, sorride e si lascia intervistare.

Minà è stato questo, un’eccezione irripetibile. Episodi come quello di Monzón tornano di continuo nelle oltre 450 pagine di Facce piene di pugni, il libro postumo che racconta l’epopea di uno sport antico quanto la letteratura. Le facce piene di pugni sono già nell’Olimpo dei miti greci e dell’Iliade. Da lì inizia un’avventura che arriva fino a oggi con autori come Ernest Hemingway, Julio Cortázar, Norman Mailer, Joyce Carroll OatesYukioMishima. Il cinema (non solo di Hollywood) si è integrato con la boxe come con nessun’altra pratica sportiva e ha regalato capolavori spesso dedicati a personaggi reali: L’uomo tranquillo con John WayneGentleman Jim con Erroll FlynnIl colosso dai piedi d’argilla, ultimo film girato da Humphrey BogartFat city di John Houston con StacyKeachLassù qualcuno mi ama di Robert Wise con Paul Newman e Steve McQueen, fino a Toro Scatenato di Martin Scorsese con Robert De Niro eJoe Pesci, senza dimenticare l’iconica saga dei vari Rocky, arrivataal sesto film, con Sylvester Stallone celebre protagonista, emulo del grande pugile Rocky Marciano, figlio di due emigrati italiani che avevano lasciato l’Italia nei primi anni del ‘900, campione del mondo dei pesi massimi dal 1952 al 1956, unico campione della storia di quella categoriaad essersi ritirato imbattuto, difendendo il titolo per sei volte.

Tutti aspetti che emergono nel libro, curato da Loredana Macchietti Minà con la prefazione di Isabella Rossellini,collaboratrice del cronista torinese, e che copre i primi ottant’anni del Novecento. È il periodo in cui la noble art britannica si trasforma nel prize-fighting statunitense e diventa il primo sport a scopo di lucro mentre gli altri sono ancora attività dilettantistiche. 

Dai primi del secolo segnati dalla figura di Jack Johnson, l’amore per il ring dilaga. Per molti la boxe diventa un’opportunità, a volte l’unica. A farsi strada con ganci e montanti ci sono gli emigrati italiani ed ebrei che si nascondono dietro pseudonimi irlandesi per sfuggire alla discriminazione. Ci sono gli afro-americani che, dopo Joe Louis, negli anni Sessanta trovano un eroe sportivo da affiancare al reverendo Martin Luther King e a Malcolm X. È un ragazzo del Sud, dove si pratica ancora la segregazione. Si chiama Cassius Marcellus Clay. Da dilettante vince l’oro olimpico a Roma 1960. Da professionista si converte all’Islam con il nome di Mohammad Ali. Diventerà The Goat (greatest of alltimes) non solo per il suo valore pugilistico ma perché nel 1966 avrà il coraggio di rifiutare il servizio militare in Vietnam con la frase: «I vietcong non mi hanno mai chiamato negro». A differenza di altre celebrità, Ali sarà condannato a cinque anni di carcere, verrà privato del titolo mondiale e del diritto di combattere, prima di riconquistare la cintura nel “combattimento del secolo” contro “Smoking” JoeFrazier,al Madison Square Garden di New York, l’8 marzo 1971.

In quegli stessi anni è andata molto peggio a un altro pugile afro-americano, Rubin “Hurricane” Carter, arrestato e condannato per gravi reati o, come canta Bob Dylan nella canzone dedicata a Carter, “for somethin’ that he neverdone”.

Era la boxe degli anni ruggenti, quando l’Italia non dormiva per vedere i grandi incontri a sfavore di fuso orario; si pensi aNino Benvenuticontro Emile Griffith, incontrodisputatosi il 17 aprile 1967, presso il Madison Square Garden di New York, negli Stati Uniti

La notte dell'incontro, la Rai, per preservare il sonno degli italiani, non trasmise il match alla televisione, ma scelse di farlo solamente via radio con un telecronista d’eccezione, Paolo Valenti che sarà poi conduttore del programma della domenica calcistica 90° Minutoa partire dal 1970: è stato calcolato che fra i 16 e i 18 milioni di radioascoltatoriseguirono in diretta il match e che solamente Italia –Germania Ovest 4 a 3,giocata il 17 giugno 1970,abbia avuto un successo simile.

In quegli anni la televisione ha dato una dimensione finanziaria nuova al pugilato. L’ondata di denaro arriva dai diritti tv internazionali, come Minà racconta in alcuni fra i capitoli più avvincenti del libro, senza dimenticare gli aspetti nei quali il pugilato non pare abbia perso per sempre il suo alone di sport maledetto. Basta leggere “La notte di Mantequilla”, il racconto di Cortázar dedicato all’incontro fra MonzónJosé “Mantequilla” Nápoles, transfuga dalla Cuba di due grandi amici di Minà: Fidel Castro e il campione dei dilettanti Teófilo Sanson. Quell’incontro, del febbraio 1974, era stato organizzato da un appassionato d’eccezione, Alain Delon, già nel ruolo del pugile in Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti.

Oltre alle figure storiche di Fidel e di Ali, chi ha amato la boxe apprezzerà i paragrafi dedicati ai pugili italiani: Aldo Spoldi, Sandro Lopopolo, Sandro MazzinghiBruno Arcari, l’incassatore Vito Antuofermo, emigrato da Bitonto a Brooklyn. C’è Duilio Loi e c’è il triestino Tiberio Mitri, che perse la sfida contro Jake “Raging bull” La Motta e si consolò recitando in oltre venti film con attori come Totò e registi come Mario Monicelli. C’è Nino Benvenuti, morto a maggio dell’anno scorso. Dopo la medaglia d’oro dei welter a Roma 1960, il pugile di origine istriana, trasferitosi a Trieste durante la guerra, è diventato campione mondiale dei medi. Indimenticabili i suoi tre match contro Emile Griffith, che fece coming out molto tempo dopo essersi ritirato e che aveva combattuto aspramente nell’incontro con il cubano Benny Paret perché, dice la leggenda, Paret lo aveva chiamato “maricónsul ring. Nino ed Emile sono rimasti amici fino a età molto avanzata. Così non è stato con l’uomo che ha messo fine alla carriera di entrambi: Monzón. Il picchiatore argentino è finito travolto dalla sua stessa violenza, affrontandoguai con la giustizia, scontando 7 anni di carcere per gravi reati, per poi finire i suoi giorni, per incidente, a soli 52 anni. 

Su MonzónBenvenuti ha raccontato questo episodio. Nelle battute iniziali del primo dei loro due incontri, l’italiano riesce a colpire lo sfidante argentino con il gancio sinistro, un colpo che aveva messo al tappeto decine di avversari. «Lui mi ha detto hijo de puta ed è tornato sotto. Se fossi stato in strada, sarei scappato».

Tornando alla storia professionale di Minà, ricordiamo che fu tra gli ideatori del programma L'altra domenica con Maurizio Barendson e Renzo Arbore. 

Nel 1976, dopo ben 17 anni di precariato, venne assunto al TG2, diretto da Andrea Barbato, e iniziò a raccontare la grande boxe e l'America dello show-business, ma anche i conflitti sociali delle minoranze. In quegli stessi anni ebbero inizio i reportage dall'America Latina che hanno caratterizzato la sua carriera. Nel 1978, mentre seguiva come cronista il campionato mondiale di calcio, venne ammonito e poi espulso dall'Argentina per aver fatto domande sui desaparecidos al capitano di vascello Carlos Alberto Lacoste (capo dell'ente per l'organizzazione dell'evento) durante una conferenza stampa, e aver cercato anche di raccogliere informazioni.

Dopo aver collaborato a due cicli di Mixer di Giovanni Minoli, dal 1981 al 1984 fu autore e conduttore di Blitz, un programma innovativo di Rai 2 che occupava tutta la domenica pomeriggio e nel quale intervennero fra gli altri Federico Fellini, Giulietta Masina, Sergio Leone, Eduardo De Filippo, Robert De Niro, Jane Fonda, Betty Faria, Gabriel García Márquez, Enzo Ferrari, Fabrizio De André, Giorgio Gaber, Léo Ferré, Tito Schipa Jr. e Muhammad Ali, che Minà seguì in tutta la sua carriera e al quale avrebbe poi dedicato un lungometraggio intitolato Cassius Clay, una storia americana.

Nel 1983 recitò il ruolo di se stesso nel film SingSing di Sergio Corbucci, accanto a Enrico Montesano e Vanessa Redgrave. 

Nel 1987 intervistò una prima volta per 16 ore il presidente cubano Fidel Castro, in un documentario dal quale fu tratto un libro pubblicato in tutto il mondo. Da quello stesso incontro fu ricavato Fidel racconta il Che, un reportage nel quale il leader cubano per la prima e unica volta raccontò l'epopea di Ernesto Che Guevara. 

L'intervista fu ripetuta nel 1990, dopo il tramonto del comunismo. I due incontri furono riuniti nel libro Fidel. Il prologo alla prima intervista con Fidel Castro fu scritto da Gabriel García Márquez; quello alla seconda, dallo scrittore brasiliano Jorge Amado.

Nel 1991 realizzò, come ricordato in apertura, il programma Alta classe, una serie di profili di grandi artisti come Ray Charles, Pino Daniele, Massimo Troisi e Chico Buarque de Hollanda. Nello stesso anno presentò La Domenica Sportiva e ideò il programma di approfondimento Zona Cesarini, che seguiva la tradizionale rubrica riservata agli eventi agonistici. Fra i suoi documentari di maggior successo, si ricordano soprattutto quelli di carattere sportivo su personaggi come Nereo Rocco, Diego Maradona, Michel Platini, Ronaldo, Carlos Monzón, Nino Benvenuti, Edwin Moses, Tommie Smith, Lee Evans, Pietro Mennea (che si lasciò intervistare da Minà, subito dopo il record sui 200 metri, il 12 settembre 1979, alle Universiadi di Città del Messico, quel 19”72 che rimase per 17 anni fino al 1996 ed ancora record europeo) e Muhammad Ali.

Nel 1992, incominciò un ciclo di opere rivolte all'America Latina:

Storia di Rigoberta, sul Nobel per la pace RigobertaMenchú (premiato a Vienna in occasione del summit per i diritti umani organizzato dall'ONU);

Immagini dal Chiapas (Marcos e l'insurrezione zapatista) presentato al Festival di Venezia del 1996;

Marcos: aquíestamos (un reportage in due puntate sulla marcia degli indigeni Maya dal Chiapas a Città del Messico con un'intervista esclusiva con il subcomandante Marcos realizzata insieme allo scrittore Manuel VázquezMontalbán);

Il Che quarant'anni dopo, ispirato alla vicenda politica e umana di Ernesto Che Guevara.

Collaboratore per anni dei quotidiani la Repubblical'Unità, Corriere della Sera il Manifesto, Minà realizzò dal 1996 al 1998 il programma televisivo Storie, dove intervistò tra gli altri il Dalai Lama, Jorge Amado, Luis Sepúlveda, Martin Scorsese, Naomi Campbell, John John Kennedy, Pietro Ingrao; programma dal quale furono tratti due libri. Un suo saggio, Continente desaparecido, realizzato con interviste a Gabriel García Márquez, Jorge Amado, Eduardo Galeano, RigobertaMenchúmons. Samuel Ruiz García, Frei Betto e Pombo e Urbano, compagni sopravvissuti a Che Guevara in Bolivia, ha dato il titolo a una collana di opere sull'America Latina edita dalla Sperling & Kupfer.

Nel 2001, Minà firmò Maradona: non sarò mai un uomo comune, un reportage-confessione di 70 minuti con Diego Maradona alla fine dell'anno più sofferto per l'ex calciatore, forse uno tra i filmati che più fanno comprende il campione argentino dal punto di vista umano e sportivo, a quasi 40 anni dal trionfo, allo Stadio Atzecadi Città del Messico, allorquando il 30 giugno 1986, l’Argentina e Maradona divennero Campioni del Mondo, per la seconda volta su tre titoli complessivi (1978 -1986 – 2022).

Nel 2004, Minà realizzò un progetto inseguito per otto anni e basato sui diari giovanili di Ernesto Guevara e del suo amico Alberto Granadoquando, nel 1952, attraversarono in motocicletta l'America Latina, partendo dall'Argentina e proseguendo per il Sud del Cile, il deserto di Atacama, le miniere di Chuquicamata, l'Amazzonia peruviana, la Colombia e il Venezuela. 

Dopo aver collaborato al film tratto da questa avventura e intitolato I diari della motocicletta (diretto da Walter Salles e prodotto da Robert Redford e Michael Nozik), Minà diresse il lungometraggio In viaggio con Che Guevara, ripercorrendo con l'ottantenne Alberto Granadoquell'avventura mitica. L'opera, oltre a essere invitata al SundanceFestival, alla Berlinale e ai Festival di Annecy, di Morelia (Messico), di Valladolid e di Belgrado, vinse il Festival di Montréal e in Italia il Nastro d'argento (il premio della critica).

Nel 2003, Minà scrisse Un mondo migliore è possibile, un saggio sulle idee germogliate al Forum sociale mondiale di Porto Alegre che hanno cambiato l'America Latina. L'opera fu tradotta in lingua spagnola, portoghese e francese. Per la Sperling & Kupfer diede alle stampe Politicamente scorretto, un giornalista fuori dal coro, raccolta di suoi articoli e saggi, pubblicati tra il 1990 e il 2007, su la Repubblical'Unitàil ManifestoLatinoamerica, costituenti un autentico esercizio di controinformazione sugli avvenimenti più diversi e controversi dei primi anni del terzo millennio. Nel 2007, Minà, per la GME Produzioni S.r.l., Rai Trade e La Gazzetta dello Sport, fece uscire Maradona, non sarò mai unuomo comune, la storia del calciatore argentino in 10 DVD che fu realizzata nel 2001. L'opera, con 1.200.000 copie vendute, si è rivelata record di vendite nei successivi dieci anni.

Nel 2008 produsse il film documentario Cuba nell'epoca di Obama, un viaggio nella Cuba del passato con interviste a personaggi come lo scrittore Roberto Fernández Retamar o la ballerina classica Alicia Alonso, e in quella del futuro, con interviste alle nuove generazioni nelle scuole d'avanguardia. Questo documentario fece vincere a Minà il suo secondo Nastro d'argento nel 2012. Sempre nel 2008 andò in onda su Rai 3 La stagione dei Blitz, un programma in 10 puntate, parziale rivisitazione del primo anno del programma di Minà, Blitz, ovvero la stagione televisiva 1983-1985. Nel 2014, uscì Il mio Alì, un libro-raccolta di articoli scritti da Minà su Muhammad Alì dal 1971 in poi, pubblicato da Rai Eri e distribuito da Rizzoli.

Dal 2000 al 2015, Minà diresse, con Alessandra Riccio, la rivista letteraria Latinoamerica e tutti i sud del mondo, un trimestrale di geopolitica dove hanno scritto gli intellettuali più prestigiosi del continente americano. Nel 2015, Minà produsse Papa Francesco, Cuba e Fidel, un reportage sulla storica visita del Pontefice argentino avvenuta a Cuba nel settembre del 2015, con il quale vinse, nel 2016, l'Award of Excellenceall'ICFF di Toronto, Canada. Sempre nel 2016, Minà produsse L'ultima intervista a Fidel Castro, della durata di 40 minuti, effettuata alcuni mesi prima della scomparsa dello storico leader cubano.

Nel 2017, uscì il libro-intervista Così va il mondo, con Giuseppe De Marzo, dove Minà raccontò cinquant'anni di giornalismo con un'attenzione particolare ai diritti dei più deboli e a chi si ribella alle ingiustizie in Italia, negli Stati Uniti, in America Latina, ovunque. 

Nel 2020, Minà pubblicò l'autobiografia Storia di un boxeur latino, edito da Minimum fax, e nel 2021 il libro Maradona non sarò mai un uomo comune, per la stessa casa editrice che riprendeva il reportage del 2001. Nel 2022, per la regia di Loredana Macchietti e con la collaborazione di Minà stesso, uscì il documentario Gianni Minà una vita da giornalista, prodotto da Format e Rai Cinema.

Minà, dopo una breve malattia, si spense a Roma, il 27 marzo 2023. Il 29 marzo, alla camera ardente aperta al Palazzo Senatorio, presso la sala della Protomoteca in Campidoglio, gli resero omaggio tanti esponenti del giornalismo e artisti, insieme a gente comune. Il funerale si svolse a Roma in forma privata il giorno seguente, officiato da Fra Francesco Brasa,guardiano del santuario della Verna. 

Prima della sua scomparsa, volle istituire la "Fondazione Gianni Minà", che ha come scopo la valorizzazione del suo patrimonio editoriale e documentaristico. Minà ha lasciato un libro fotografico sulla sua vita professionale dal titolo Fame di storie, edito dalla Roberto Nicolucci Editore e dedicato alle nuove generazioni.

RaiPlay ha trasmesso la serie Gianni Minà cercatore di storie, curata da Loredana Macchietti, che vuole essere una scelta ragionata sul patrimonio che Minà ha lasciato a Rai Teche, dagli anni ‘60 a fine anni ‘90. Sempre su Rai Play è a disposizione il documentario sulla sua vita professionale dal titolo:Gianni Minà, una vita da giornalista.

La Fondazione Gianni Minà, nel 2024, ha curato il libro "Fidel, un dialogo lungo trent'anni", edito dalla Minimum Fax.    

​​​​​​​​     Emanuele Mariani

25-04-2026
Autore: Emanuele Mariani
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