di Gianni Lattanzio
Al Campidoglio, il 16 luglio 2026, più di duecento premi Nobel, capi di Stato emeriti e leader religiosi hanno sottoscritto la Dichiarazione di Roma per una pace disarmata e disarmante nell’era dell’intelligenza artificiale, delle armi nucleari e dei nuovi protocolli digitali. È un gesto che, nella sua solennità quasi rinascimentale, restituisce alla Città Eterna il ruolo che le è proprio da sempre: crocevia dove il pensiero universale si fa parola pubblica, e la parola pubblica si fa impegno.
L’Assemblea Globale dei Premi Nobel su Intelligenza Artificiale e Guerra Nucleare si è svolta dal 14 al 16 luglio, articolandosi tra i giardini pontifici di Castel Gandolfo, presso il Borgo Laudato Si’, e la sede istituzionale del Campidoglio. Un dettaglio che merita attenzione filologica, non meramente cronachistica: attorno allo stesso tavolo si sono seduti scienziati, ex capi di governo e i vertici di Anthropic, OpenAI e Google DeepMind, per discutere se lo sviluppo dell’IA possa condurre l’umanità verso una catastrofe paragonabile a Hiroshima. La cornice non è casuale: gli organizzatori hanno esplicitamente richiamato l’enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV, pubblicata in maggio, che esige un principio di “disarmo” dell’intelligenza artificiale, privandola della capacità di nuocere e di fare guerra.
Quel principio possiede una genealogia più profonda di quanto la cronaca lasci intuire. Magnifica Humanitas, firmata dal Pontefice il 15 maggio – a centotrentacinque anni esatti dalla Rerum Novarum di Leone XIII – e pubblicata il 25 dello stesso mese, non è un documento occasionale sull’intelligenza artificiale, ma la prima enciclica del pontificato, concepita come aggiornamento della dottrina sociale della Chiesa per l’età digitale. Nel capitolo dedicato ad “armi e intelligenza artificiale”, il Papa supera nei fatti la teoria classica della guerra giusta e scrive che “ogni tecnologia che facilita l’attacco senza vedere il volto dell’altro abbassa la soglia morale del conflitto”. “Disarmare” l’IA, per Leone XIV, non significa rinunciare alla tecnica, ma sottrarla alla logica di dominio, esclusione e morte, restituendola – come già l’energia nucleare nel secolo scorso – al servizio del bene comune. È il paradigma della “pace disarmata e disarmante” che i firmatari della Dichiarazione di Roma hanno scelto come titolo del proprio documento, non come omaggio retorico, ma come programma politico da tradurre in impegni verificabili.
La Dichiarazione afferma con nettezza che le decisioni su vita e morte, pace e guerra, e sul futuro delle generazioni a venire devono restare sotto “un controllo umano pieno, responsabile e significativo”. Non si tratta di una petizione di principio generico, ma di un testo che si traduce in impegni verificabili: impedire che l’intelligenza artificiale possa autorizzare o attivare autonomamente l’uso di armi nucleari; promuovere un rallentamento coordinato dello sviluppo dell’IA di frontiera da parte di governi, imprese e organizzazioni internazionali; avviare negoziati urgenti e in buona fede per l’eliminazione verificabile e irreversibile degli arsenali nucleari, entro un quadro temporale definito, richiamando gli obblighi già sanciti dal Trattato di non proliferazione e dal Trattato sulla proibizione delle armi nucleari; blindare le infrastrutture nucleari da attacchi informatici condotti o assistiti dall’intelligenza artificiale; e costruire una governance internazionale dell’IA – sostenuta dal Panel Scientifico Internazionale Indipendente delle Nazioni Unite sull’IA – che non lasci ai soli mercati o ai soli Stati il compito di fissarne i limiti.
Il Cardinale vicario di Roma, Baldassare Reina, ha sintetizzato la posta in gioco con una formula che meriterebbe di entrare nei manuali di filosofia della tecnica: “Nessuna macchina, nessun algoritmo, nessun sistema autonomo può essere posto al centro di decisioni dalle quali dipende la sopravvivenza dell’umanità”. E ha aggiunto un’osservazione che sposta il discorso dal piano militare a quello culturale: “Disarmare non significa soltanto ridurre arsenali… significa disarmare le menti, i linguaggi, le economie, le relazioni internazionali”.
Non è un dettaglio da cronaca rosa che l’attrice Sharon Stone, ambasciatrice dell’enciclica papale, sia stata ospite d’eccezione dell’Assemblea. La sua frase – “la dignità umana non è un algoritmo” – ha dato il titolo mediatico all’intero evento, ma nel suo intervento c’è una riflessione più stratificata: “Con l’espansione delle capacità delle macchine, devono aumentare le responsabilità intellettuali ed etiche di coloro che le progettano”. Stone ha invocato un parallelismo storico non banale, paragonando la sfida dell’IA a quella già affrontata con l’introduzione di automobili, telefoni e computer: tecnologie che l’umanità ha imparato a regolare, non a subire passivamente.
Qui si tocca il nervo scoperto del documento: la Dichiarazione, per sua stessa ammissione degli osservatori, non ha alcun carattere giuridicamente vincolante per governi o multinazionali tecnologiche. Eppure la sua forza simbolica non va sottovalutata, in un momento storico in cui l’escalation in Medio Oriente tra Iran e Stati Uniti, la corsa alle armi autonome e la frammentazione della governancedigitale rendono più urgente che mai un linguaggio comune tra scienza, religione e politica. La convergenza tra rischio nucleare e rischio algoritmico – due sistemi che condividono la tentazione della delega decisionale a strutture non pienamente controllabili dall’uomo – è precisamente il punto su cui il fisico Daniel Holz, dell’Università di Chicago, ha richiamato l’attenzione, parlando di un momento di “pericolo senza precedenti”, pur segnalando che esistono passi pratici concreti per aumentare la sicurezza.
Il vero banco di prova, per chi opera nelle istituzioni parlamentari ed europee, sarà tradurre questi principi in architetture normative capaci di attraversare le giurisdizioni nazionali. L’Unione Europea, con l’AI Act già in vigore, dispone di uno strumentario più maturo di molte altre aree del pianeta, ma la Dichiarazione di Roma pone un obiettivo più ambizioso: una cornice multilaterale che tenga insieme deterrenza nucleare e governance dell’IA come un’unica questione di sopravvivenza collettiva, sottraendola alla logica degli equilibri di potenza. È un’eredità culturale, prima ancora che giuridica: quella secondo cui nessuna civiltà può fondare il proprio futuro sull’automazione della decisione ultima sulla vita e sulla morte.

