Una Serata di Musica Sufi al Teatro Tordinona celebra il 50° anniversario delle relazioni diplomatiche tra il Regno del Marocco e la Santa Sede
di Aicha Bouazza عائشة بوعزة
Nel cuore di Roma, a pochi passi dalle rive del Tevere, il Teatro Tordinona si è trasformato, la sera del 14 aprile 2026, in un crocevia di civiltà, di storia e di spiritualità. Su iniziativa dell’Ambasciata del Regno del Marocco presso la Santa Sede, il Teatro Tordinona ha ospitato una serata straordinaria dedicata all’Elhadra — la musica sacra sufi che, nelle terre maghrebine, accompagna da secoli i riti di devozione e di trascendenza.
L’evento si inserisce nel quadro solenne delle celebrazioni per il cinquantesimo anniversario delle relazioni diplomatiche tra il Regno del Marocco e la Santa Sede, un legame che affonda le radici in un dialogo interreligioso tra le più antiche e consolidate tradizioni del mondo contemporaneo.
Cinquant’anni di relazioni diplomatiche, mezzo secolo di dialogo tra due Corone Spirituali tra Rabat e la Città del Vaticano non rappresentano una mera cifra statistica: sono il sedimento di un dialogo teologico, politico e umano che ha saputo attraversare le temperie della storia senza mai perdere la propria sostanza. Il Regno del Marocco, custode di una tradizione islamica moderata e profondamente radicata nella spiritualità sufi, ha sempre trovato nella Santa Sede un interlocutore privilegiato, capace di riconoscere la dimensione trascendente come fondamento irrinunciabile di ogni convivenza civile. Non è un caso che il Re Mohammed VI e i successori di Pietro abbiano condiviso, negli anni, messaggi di pace e di fratellanza che oggi risuonano con rinnovata urgenza in un panorama internazionale segnato dalle tensioni.
La serata del Teatro Tordinona si è inserita in questo solco con la naturalezza propria delle tradizioni autentiche: non come esibizione folkloristica o diplomatica di facciata, ma come atto culturale e spirituale di profondo spessore. La presenza di numerose personalità del corpo diplomatico, i rappresentanti delle istituzioni e civili italiane e marocchini, di intellettuali e artisti come la cantante famosa Malika Ayyan di origine del Regno del Marocco ha conferito all’evento quella dimensione corale che sola può testimoniare la vitalità di un legame bilaterale.
Fra gli elementi che hanno conferito alla serata una straordinaria intensità simbolica vi è, senza dubbio, la figura della S.E l’Ambasciatrice del Regno del Marocco presso la Santa Sede Raja Naji. La sua presenza fisica ha parlato ancor prima delle parole: avvolta in una takshita di altissima manifattura — il tradizionale abito femminile marocchino a doppio strato, simbolo di eleganza aristocratica e di profonda identità culturale. La S.E L’Ambasciatrice ha incarnato con rara coerenza il messaggio che la serata intendeva trasmettere. La scelta dei colori, volutamente tenui e armoniosi, evocava la delicatezza stessa della musica Elhadra: un’estetica che non urla ma sussurra, che non impone ma invita, che non divide ma raccoglie.
La Takshita non era semplicemente un abito di cerimonia: era un manifesto culturale indossato. In un contesto diplomatico nel quale la comunicazione non verbale assume spesso un peso pari o superiore alla parola, la scelta di presentarsi nel proprio costume nazionale, con la raffinatezza che caratterizza l’artigianato tradizionale marocchino, ha inviato un messaggio inequivocabile di orgoglio identitario e di apertura al dialogo. Il lusso discreto dei ricami, la morbidezza dei tessuti, la cura nei dettagli parlavano di una civiltà che non ha bisogno di spiegarsi perché parla da sé.
Nel suo intervento, tenuto con quella eleganza sobria che contraddistingue la grande diplomazia, l’Ambasciatrice ha introdotto l’Elhadra non come una forma musicale astratta o distante, ma come una compagna di vita. Ha evocato la propria infanzia, quella stagione in cui la musica sacra sufi risuonava nelle case, nelle moschee, nelle piazze del nord del Regno del Marocco come il respiro stesso della comunità. Parlare di una pratica ancestrale in termini personali, autobiografici, è un atto diplomatico di rara intensità: significa trasformare la distanza culturale in prossimità umana, offrire all’interlocutore straniero non un documento da studiare ma una vita da comprendere.
La S.E l’Ambasciatrice Raja Naji ha poi illustrato con precisione e passione le origini geografiche e culturali dell’Elhadra, le regioni del Regno del Marocco nelle quali questa pratica affonda le proprie radici, i contesti rituali nei quali essa si manifesta. Ha spiegato come l’Elhadra non sia semplicemente musica nel senso occidentale del termine, ma un rito collettivo di zikr — la ricordanza del nome divino — attraverso il quale le confraternite sufi cercano l’annullamento dell’ego e l’unione mistica con il Creatore. Un cammino interiore che trova nei ritmi incalzanti, nelle voci che si intrecciano e nelle percussioni che scandiscono il tempo, la propria via verso l’assoluto.
Elhadra: L’Identità di una Tradizione Millenaria
Per comprendere appieno la portata culturale della serata, occorre soffermarsi sulla natura dell’Elhadra in quanto fenomeno musicale e spirituale. Nata nelle confraternite sufi del Maghreb e dell’Africa subsahariana, questa tradizione si è sviluppata nel regno del Marocco attraverso influenze arabe, berbere e africane che ne fanno un patrimonio sincretico di straordinaria complessità. Le pratiche dell’Elhadra variano da regione a regione: nel nord del Paese prevalgono le influenze arabo-andaluse; nel centro e nel sud emergono le radici berbere; nelle regioni di confine risuonano le percussioni africane delle confraternite Gnawa. È questa varietà nella unità a fare dell’Elhadra un simbolo particolarmente eloquente dell’identità marocchina: plurale nelle sue fonti, unitaria nella sua aspirazione trascendente.
Sul palco del Teatro Tordinona, le artiste dell’ensemble che sono state sempre accompagnate da Milano della gentilissima e tenace la Signora Sanae El Gosairi presidente dell’associazione “Yassmine” si sono presentate in costume tradizionale: le vesti bianche e i copricapi cerimoniali evocavano la purezza rituale, mentre al centro emergeva la figura della solista principale, rivestita di una Takchita “caftan”che risale a più di un secolo e mezzo di anni di pregiata manifattura. L’immagine rimandava all’iconografia delle grandi cerimonie di corte e delle feste religiose del Regno del Marocco: un universo estetico nel quale il bello e il sacro sono inseparabili.
Non è secondario ricordare che la serata si è svolta nella Città Eterna, nel contesto di una Roma che da sempre funge da crocevia delle civiltà. La scelta del Teatro Tordinona come spazio del sacro— una delle sale storiche di Roma, situata nel rione del Rinascimento — come sede dell’evento non è stata casuale: il teatro, nella sua lunga storia, ha accolto opere, musiche e voci provenienti da tutto il mondo, confermando quella vocazione cosmopolita che Roma porta inscritta nella propria pietra millenaria.
In questo contesto, la musica sacra del Regno del Marocco non è giunta come una voce straniera in una sala estranea, ma come un’eco di profondità spirituale che ha trovato nel cuore della Città del Vaticano una risonanza naturale. Sia l’Islam sufi che la tradizione cristiana condividono, nelle loro espressioni mistiche più elevate, una medesima aspirazione: superare i confini dell’io per accedere a una dimensione di trascendenza che le parole non bastano a contenere. La musica, in questo senso, diventa il linguaggio comune di ciò che eccede il linguaggio.
Da un punto di vista strettamente diplomatico, la serata del 14 aprile 2026 ha rappresentato un esempio paradigmatico di quella che gli studiosi di relazioni internazionali definiscono soft power culturale: la capacità di uno Stato di esercitare influenza e di costruire relazioni non attraverso la forza o l’interesse economico, ma attraverso l’attrazione esercitata dalla propria cultura, dai propri valori, dalla propria civiltà. Il Regno del Marocco, sotto la guida di Re Mohammed VI, ha investito significativamente in questa dimensione della sua proiezione internazionale, consapevole che la ricchezza della propria tradizione costituisce una risorsa diplomatica di primordine.
L’invito esteso alle personalità di altre ambasciate ha trasformato la serata in un momento di diplomazia multilaterale informale: seduti fianco a fianco davanti alle melodie dell’Elhadra, rappresentanti di nazioni diverse hanno condiviso un’esperienza estetica e spirituale comune, riscoprendo al di là delle differenze geopolitiche una comune umanità. È questo il miracolo silenzioso che la cultura è in grado di compiere là dove la politica si arena.
Celebrare cinquant’anni di relazioni diplomatiche tra il Regno del Marocco e la Santa Sede significa anche guardare al futuro con la consapevolezza di quanto è stato costruito. Significa riconoscere che il dialogo interreligioso non è un ornamento della politica internazionale, ma una sua componente essenziale, tanto più in un mondo che tende a enfatizzare le fratture piuttosto che i ponti. L’Elhadra suonata al Teatro Tordinona non era soltanto musica del passato: era la promessa di un futuro nel quale le differenze di fede, di cultura e di lingua possano continuare a convivere nel rispetto reciproco e nell’arricchimento vicendevole.
Quando l’ultima nota si è spenta nella sala del Teatro Tordinona e il silenzio ha ripreso il suo regno, l’impressione non era di una fine ma di un inizio: l’inizio di una riflessione più profonda sul senso del dialogo tra le civiltà, sul ruolo della bellezza come strumento di pace, sulla capacità della musica sacra di fare ciò che le parole, da sole, non possono fare. L’Ambasciata del Regno del Marocco presso la Santa Sede ha offerto a Roma, in quella serata di aprile, un dono raro: la possibilità di ascoltare l’anima di un popolo.
