di Emanuele Mariani
“Secondo un’informazione giunta pochi minuti fa, sarebbero stati persi i contatti radio con un DC-9 dell’Itavia, in volo tra Bologna e Palermo… è stata formulata anche l’ipotesi di un dirottamento ma, ripetiamo, è solo un’ipotesi.”
Così si apriva, alle ore 23:30 del 27 giugno 1980, l’edizione straordinaria del Tg 1 della Rai, letta dall’allora speaker, Roberto Di Palma.
E’ stata questa la prima notizia in assoluto con cui l’Italia seppe della strage di Ustica; anche io, che avevo appena 10 anni,lo appresi così, mentre ero in vacanza a Rimini, con i miei genitori e mio fratello di appena 2 anni, 5 giorni dopo aver assistito, la sera di domenica 22 giugno in tv, con un nutrito gruppo di tedeschi, nella saletta riservata, per l’occasione, dall’albergo che ci ospitava, alla vittoria della Germania Ovest per 2 a 1 sul Belgio (che aveva eliminato l’Italia dalla finale ed arrivò solo quarta con non pochi rimpianti, duramente provata dallo scandalo-scommesse) alla partita conclusiva e di assegnazione del titolo europeo di calcio 1980, allo Stadio Olimpico di Roma, evento che fu anche ripreso da un verso della nota canzone di Lucio Dalla, “La sera dei miracoli”, “da passare in centomila in uno stadio”; lo stesso Dalla, anni dopo, confessò di averla scritta proprio una sera di giugno di ritorno nella sua casa romana, tra i vicoli di Trastevere, colpito dalla folla in giro per la Capitale anche per gli Europei di calcio in corso.
Si trattò di una tragedia nei cieli avvenuta alle 20:59 del 27 giugno 1980 nel Mar Tirreno meridionale, nel tratto compreso tra le isole italiane di Ponza e Ustica, nel punto denominato Condor.
All’epoca si chiamava in tal modo un radiofaro e un’intersezione di rotte aeree che nelle carte di volo del tempo si trovava tra le isole di Ponza e Ustica. Dopo la tragedia, per motivi legati alla riorganizzazione dei cieli, il nome è stato cambiato in Punto Doras.
Fu proprio in quel luogo (dove il Mar Tirreno è profondo oltre 3.000 metri), lungo l’aerovia Ambra 13, rotta che portava gli aerei a volare verso sud sorvolando direttamente il Mar Tirreno e le isole di Ponza e di Ustica e copriva il tratto compreso tra il radiofaro di Ponza e quello di Palermo (gli altri radiofari da Bologna erano inspiegabilmente spenti quella sera, come si rileva dalle conversazioni tra i piloti e Roma Ciampino), estendendosi per circa 173 miglia, che cadde l’aereo di linea Douglas DC-9 IH870 con marche I-TIGI della compagnia aerea Itavia, partito dall’aeroporto di Bologna-Guglielmo Marconi e diretto all’aeroporto di Palermo-Punta Raisi, mentre stava viaggiando alla velocità di 800 km/h, a circa 7.000 metri di altezza, mentre si apprestava ad impostare la manovra di atterraggio a 25 minuti da Punta Raisi.
La partenza era programmata, come da orario della compagnia Itavia, per le 18:15, ma venne posticipata di quasi due ore a causa di una tempesta su Bologna e dell’arrivo in ritardo dell’aeromobile Douglas DC-9-15 con marche I-TIGI.
L’aereo perse il contatto radio col centro di controllo d’area di Roma (nominativi radio Roma Radar con frequenza 124,2 MHz e, successivamente, Roma Controllo, frequenza 128,8 MHz), responsabile del servizio di controllo del traffico aereo in quel settore e ubicato presso l’aeroporto di Roma-Ciampino, si spezzò — come appurato dopo lunghe analisi dei dati radar e con il successivo recupero del relitto dal fondo del mare — in almeno due grossi tronconi e cadde nel Mar Tirreno meridionale.
Nell’incidente morirono tutti gli 81 occupanti dell’aeromobile, (64 passeggeri adulti, 11 ragazzi tra i due e i dodici anni, due bambini di età inferiore ai 24 mesi e 4 uomini d’equipaggio). È il quarto disastro aereo italiano per numero di vittime, dopo quelli del volo Alitalia 4128, del volo Alitalia 112 e di Linate.
A diversi decenni di distanza, vari aspetti dell’incidente non sono ancora chiariti in maniera compiuta, a partire dalla dinamica stessa.
Varie ipotesi sono state formulate nel corso degli anni riguardo alla natura, alla dinamica e alle cause dell’incidente, tra le quali anche l’interferenza di scia, impropriamente definita “nearcollision”, come ha ipotizzato un familiare di due vittime, che sarebbe stata causata da un’esercitazione, una battaglia aerea simulata, l’esercitazione Sinadex, programmata per le 21:00 del 27 giugno 1980, pochi secondi prima della caduta dell’aereo. Prevedeva un attacco simulato, a cui gli avieri dovevano prevedere contromosse difensive.
Nello stesso pomeriggio, dall’aeroporto di Grosseto, sarebbepartita una missione simulata sull’aeroporto di Verona ed i tracciati radar (quelli esistenti e oggetto di analisi) questo avrebbero rivelato.
Altra teoria tra quelle più battute, e accettata con valenza in sede civile e risarcitoria, riguarda il coinvolgimento internazionale, in particolare francese, libico e statunitense, con il DC-9 che si sarebbe trovato sulla linea di fuoco di un combattimento aereo e sarebbe stato bersagliato per “errore” da un missile lanciato nello specifico da un caccia francese o NATO con l’intenzione di colpire un Mig delle forze aeree libiche (forse l’aereo che avrebbe seguito il DC 9, nascosto sotto la carlinga, poco dopo il decollo da Bologna); un Mig venne ritrovato sulla Sila, in Calabria, il 18 luglio 1980, con il pilota morto da tempo, anche lì mistero si aggiunse a mistero.
Altro inquietante tema sono le tanti morti sospette di testimoni che hanno avuto a che fare con il disastro e che, forse, potevano chiarire certe dinamiche.
La più autorevole opinione sulla causa del disastro venne nel febbraio 2007 dal Presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga, che all’epoca dell’incidente era il Presidente del Consiglio in carica, il quale, riferendo all’autorità giudiziaria, attribuì la responsabilità involontaria dell’abbattimento a un missile francese «a risonanza e non a impatto», lanciato da un velivolo dell’Aéronavale decollato dalla portaerei Clemenceau (ma oggi, dopo ulteriori indagini, si propende per la portaerei Foch), e che furono i servizi segreti italiani a informare lui e l’allora (2007) ministro dell’interno Giuliano Amato dell’accaduto.
Il missile era destinato, nelle intenzioni del lanciatore, a un velivolo libico su cui, a detta di Cossiga, si sarebbe trovato il leader libico Mu’ammar Gheddafi.
Tesi analoga è alla base della conferma, da parte della Cassazione, della sentenza di condanna civile al risarcimento ai familiari delle vittime, irrogata contro i Ministeri di trasporti e difesa dal tribunale di Palermo. Nel settembre 2023, lo stesso Giuliano Amato ha confermato tale ricostruzione, dichiarando al quotidiano La Repubblica che la strage fu conseguenza di “un piano per colpire l’aereo sul quale volava Gheddafi“.
La compagnia aerea Itavia, di proprietà di Aldo Davanzali, era già pesantemente indebitata prima dell’incidente e cessò le operazioni poco meno di sei mesi dopo, il 10 dicembre 1980; il 12 dicembre le fu revocata la licenza di operatore aereo con messa a rischio dei livelli occupazionali e, nel giro di un anno, si aprì la procedura di amministrazione controllata, cui fece seguito il conferimento di flotta aerea e personale ad Aermediterranea, società partecipata dall’allora compagnia di bandiera Alitalia e dalla sua consociata ATI.
Il 15 giugno 2010 la Corte d’Appello di Palermo conferma la condanna dei Ministeri dei Trasporti e della Difesa a risarcire familiari di alcune vittime del disastro aereo di Ustica. Lo decide il giudice Paola Proto Pisani del terza sezione civile del Tribunale di Palermo che, ricostruendo i fatti accaduti la sera del 27 giugno 1980, ha ritenuto responsabili i Ministeri per non avere garantito la sicurezza del volo Itavia, ma anche per l’occultamento della verità con depistaggi e distruzione di atti.
Tra il 2012 e il 2016 molte importanti conferme: il 27 settembre 2012 la Corte d’Appello di Roma condanna i Ministeri della Difesa e dei Trasporti a risarcire le Aerolinee Itavia Spa per omessa attività di controllo e sorveglianza, e meno di due mesi dopo, il 13 novembre, la terza sezione civile della Corte di Cassazione condanna in via definitiva i Ministeri dei Trasporti e della Difesa a risarcire i ricorrenti familiari del volo Itavia.
Il 4 ottobre 2013 la Corte d’Appello di Roma quantifica il danno della sentenza dell’anno prima in oltre 265 milioni di euro; secondo i giudici civili lo Stato è responsabile di “omessa attività di controllo e sorveglianza della complessa e pericolosa situazione venutasi a creare nei cieli di Ustica”.
Il 22 ottobre nel nuovo processo d’Appello disposto dalla terza sezione civile della Corte di Cassazione viene valutata la responsabilità dei Ministeri della Difesa e dei Trasporti nel fallimento della compagnia Itavia. La sentenza della Corte Suprema conferma che ad abbattere il DC-9 fu un proprio un missile e che le indagini furono depistate.
Nel 2015 una ulteriore conferma da parte della Corte d’Appello civile di Palermo che condanna i Ministeri della Difesa e dei Trasporti al risarcimento dei familiari delle vittime, ribadendo che ad abbattere il DC-9 fu un missile e che non furono garantite adeguate condizioni di sicurezza al volo e nel 2016 il Tribunale civile di Palermo condanna i Ministeri della Difesa e dei Trasporti a risarcire complessivamente circa 12 milioni di euro a 31 familiari delle vittime.
Secondo i giudici della terza sezione civile il disastro del volo Itavia fu causato con “elevata probabilità” da un missile o da una “quasi collisione” con altro velivolo.
Nel 2018, la Cassazione ha condannato i Ministeri delle infrastrutture e dei trasporti e della difesa a risarcire gli eredi del titolare della compagnia Itavia per il dissesto finanziario al quale andò incontro dopo il disastro aereo di Ustica; i due Ministeri sono stati riconosciuti colpevoli dell’omesso controllo della situazione di rischio venutasi a creare nei cieli di Ustica dove aerei militari non autorizzati e non identificati incrociarono l’aerovia assegnata al volo Itavia.
Oltre all’Associazione dei familiari delle vittime, presieduta dall’onorevole senatrice Daria Bonfietti (che ebbe il fratello tra le vittime), costituita il 28 febbraio 1988, dopo il recupero del relitto nel 1987 (per 20 anni conservato nell’hangar di Pratica di Mare, nella base aerea militare vicino a Roma), solo il 27 giugno 2007, ventisettesimo anniversario della strage, fu aperto a Bologna il museo per la memoria di Ustica, sito in via di Saliceto 3/22,presso gli ex magazzini dell’ATC, ove è tuttora conservato l’aereo così come fu ricostruito durante le indagini.
L’artista francese Christian Boltanski ha creato intorno alla carcassa un’installazione composta da 81 lampadine flebilmente pulsanti sospese sui resti dell’aereo (a metafora del battito dei cuori delle vittime) e da 81 specchi neri, posti accanto alla passerella ove transitano i visitatori, inclinati verso l’aereo, i quali, oltre a ricordare gli oblò del DC-9, riflettono il viso degli spettatori oscurandolo, ricordando la notte della tragedia.
Dietro ciascuno specchio è posizionato un altoparlante che diffonde la registrazione sonora di una frase che esprime un semplice pensiero/preoccupazione, volendo rappresentare ciascuno dei passeggeri del velivolo; le voci che recitano le frasi sono state attentamente scelte in base all’età, alla provenienza e alle caratteristiche fisiche delle vittime.
Tutti gli oggetti ritrovati nei pressi dell’aereo sono conservati in alcune casse di legno rivestite di plastica nera.
Ai visitatori viene consegnato un piccolo libro con le foto degli oggetti e un dépliant che riassume i fatti sulla strage di Ustica.
Il Museo per la Memoria è diventato anche centro per ricerche storiche sugli anni Ottanta in collaborazione con l’Università di Bologna e l’Istituto Parri.
E attorno al Museo, dal 27 giugno, giorno dell’Anniversario della Strage, fino al 10 agosto, si svolgono attività di spettacolo, di musica, di prosa, di poesia, riannodando quei fili di collaborazione con il mondo dell’Arte, con le diverse espressioni artistiche in tutte le sue accezioni.
Anch’io che scrivo queste note, ho visitato quel Museo il 27 giugno 2025, 45 anni dopo la tragedia; entrando, ho provato questa netta sensazione: quel relitto “parla” ancora oggi, grida la dinamica con cui è avvenuto il disastro e le 81 vittime ancora oggi ci “parlano”, sono vive tra noi, trasmettono emozioni, come i tanti caduti di riflesso per questa strage.
E così, allora, questo mio articolo, lo voglio dedicare a tutte le vittime e ad un collega, grande uomo e grande giornalista, che troppo presto ci ha lasciato, Andrea Purgatori che di questa vicenda e su tante altre opacità ed oscurità della storia d’Italia, ha acceso luce con i suoi illuminanti pezzi di giornalismo, anche se a volte molti preferiscono il buio e gli abissi del mare. Grazie Andrea.
Emanuele Mariani
