Quando per quasi cento volte un unico atto fa sussultare il cuore.
di Rosario Sprovieri
Rare volte, eppure accade che, l’artista diventi il personaggio che interpreta. In quel momento il clima diventa “metateatrale”, è proprio attraverso questa lampante catarsi che, avvertiamo la “fuga”incredibile dell’attore; quando non sta piùsemplicemente recitando: ma sta compiendo un vero rito di purificazione emotiva. La finzione scenica cessa di esistere e, l’attore che riversa nel personaggio i propri traumi, dolori e i desideri più profondi, usa il copione come un grande specchio della propria anima e, l’interpretazione allora,diventa l’unico modo per dare voce a quelle parti di sé – il più delle volte – inaccessibili, ad unavera eruzione dell’anima, a quel liberarsi completamente, umanamente, attingendo alla stessa, identica, ferita emotiva che lo dilania dentro. Il protagonista offre una prova magistrale. Non grida il proprio tormento, ma lo sussurra nei silenzi tra una battuta e l’altra, incarnando perfettamente il paradosso di chi esiste solo davanti a un pubblico e svanisce nell’ombra del camerino. “La sua “Frida” è un’opera densa e poetica, che straccia il velo della finzione, per mostrare la splendida, terribile condanna dell’arte.Non saprei dire se emulo di Pigmalione o Stanislavskij, ma qui, ogni sera, l’attore accantonail “fingere” del palcoscenico e, inizia a subire e vivere psicologicamente ed emotivamente la sua vita e quella del personaggio.
“Sia il mio respiro il respiro del personaggio,
sia il mio dolore il tormento della tela e del cuore.
Non sono più io che vivo, ma è la mia creatura che vive in me.
In questo sconfinato amore, nell’arte che mi consuma,
concedimi l’eternità di un unico, immenso istante”.rs
La scala delle emozioni è davvero così per Amedeo Fusco che, quando continua a interpretare la vita e il dramma umano di Frida Kahlo, ri-mette in scena – in ogni unica replica – quel dolore non umano, riesce a trasformare il proprio corpo in una tela viva, dove la sofferenza personale, privata si fonde con quella universale; con quel suo singolare è un disperato “torcere il cuore”.
Frida, infatti come accade a Fusco, non dipinge mai i suoi sogni, ma una cruda realtà tormentata, lancinante; dove la carne spezzata diventa il riscatto della sofferenza patita. La narrazione allora s’accende: stille lucenti, lacrime chiare di questo canto d’amore!
“Sangue, Ferro e Colore. Non ero malata! Ero rotta! Ma ero felice di essere viva… finché potei sanguinare su questa tela. Avete sentito questo silenzio? È stato il rumore del ferro che entròdentro. Un corrimano d’acciaio che mi attraversò il bacino, mi spaccò le ossa e, uscì dall’altra parte. Avevo diciotto anni! Ma voi… voi sapete di cosa parlo? Ognuno di noi ha il suo ferro! Non lo vedete? Quel momento esatto in cui la vita ci inchioda al pavimento e ci dice: “Da oggi, tu strisci!”. In quel momento ho perso la verginità e ho sposato la morte. Dissero che ero una surrealista. Che sciocchezza. Mai dipinsi i miei sogni, dipinsi solo la mia realtà! Una realtà fatta di trentadue operazioni, corsetti di gesso che mi stringevano fino a togliere il respiro e lenzuola d’ospedale che sapevano di bruciato, di sudore e di esilio interiore, di solitudine. Quella che era lamia notte, …non fu solo la mia! C’è un artiglioferoce che ci stringe, nelle viscere della terra. Ma la mia notte… la mia notte non fu solo la mia. La sentite la spaccatura che abbiamo dentro? Quando io gridavo in questo letto di specchi, quando stavo urlando, urlavo con la gola di ogni madre che ha visto un figlio morire prima di nascere, per ogni lampo di quegli addii senza nemmeno un filo di voce! Stavo piangendo il sangue del mio Messico lacerato! Stavo prestando i miei occhi a chi non ebbe neanche il tempo per piangere, a chiunque fu umiliato, dimenticato, calpesto. Questo – credetemi – non è mai stato un quadro!
Questo era il mio corpo che si è fatto carico di ogni cicatrice della terra. Incidenti… dissero …ma era la mia vita! Uno fu quell’autobus maledetto, l’altro fu Diego. Diego fu il peggiore!
Amare lui fu come sentire la carne strappata ogni giorno, vedere il proprio cuore servito su un piatto d’argento a un gigante che non sapeva maisaziarsi. E, poi quel dolore di essere stata tradita, tradita nella propria anima che, mi fece più male di un chiodo arrugginito conficcato nel costato.” La testa Cabron, la testa! Lo vedi il dolore? Lo vedi come il fiume ribolle per sempre, per questo canto d’Amore?
Messaggio del dolore, fu davvero la mia pittura. L’arte, come accade oggi per Amedeo Fusco, è il collante che tiene insieme i miei pezzi frantumati. E se dipinsi, sangue e ferite, fu per non impazzire. Aprii il mio petto per mostrare, al mondo, che ognuno di noi ha dentro una colonna spezzata, un rudere che resiste nonostante tutto; nonostante il dolore che disorienta e inchioda. Prendete questo dolore. Prendetelo, perché è il vostro! Prendetelo e spezzatelo, è la fame di chi non ebbe mai pane, l’urlo di chi fu prigioniero, il tormento di chi amò senza speranza. L’addio che non ebbe mai voce!Siamo vittime della stessa ferita, anche se avrei voluto che: l’uscita, almeno quella, fosse un po’ gioiosa! Io “speravo”, amavo, vivevo: Viva la vida! Il mio è stato un disumano “calvario”,sussurra Fusco ad un pubblico, quasi sempre in lacrime; prendete il mio dolore, spezzatelo voi ilari del mondo! Lo dovreste prendere perché è anche il vostro. Ho sperato che a nessuno, poi,toccasse quello ch’e toccato a me, che queste atrocità non tornassero mai più. Invece, eccomiancora quest’oggi, ancora io, l’istrione che mi faccio sacerdote del vero: “[…] Guardate questo mio corpo immobile, questa maschera fiera, questo mio incendio nel buio. Non state guardando un’attrice, no, qui non c’è solo un attore che finge! Guardatemi sono il sacerdote del vostro stesso vero. Io non sto recitando, vi sto donando i miei pezzi…”
Quel dolore non fu mai umano: ciò ch’è stato sempre disumano, quella bestia cieca che ci deforma e ci riduce a un urlo strozzato, senza nome. Non vedete quell’elemento estraneo che azzanna la carne, quella forza brutale che deforma l’umano, lo piega e lo riduce in cenerefredda?
No – amici – nel dolore non c’è nulla di civile, di logico, di “comprensibile”, non si può sopportarelo strazio di un corpo, vedere l’anima che si spezza, per sempre. il dolore… il dolore è l’assenza. lo spazio vuoto nel letto, la carne che manca, la colonna che cede, il silenzio spaventoso dopo che l’ultimo treno passato. L’assenza è quel deserto che ti divora gli occhi e ti toglie il respiro. Quando tutto prova ad abbatterti e a farti credere di essere finito. Ma voi… voi, che siete qui nel buio, ascoltatemi. L’addio non è solo una pena. L’addio è una presenza costante, silente, vicina! E quando l’assenza diventa troppo grande per essere sopportata… c’è un momento in cui tutto cambia.Quella forza… la vera forza… che è l’abbraccio dell’anima. Quando, ti fermi, smetti di fuggire dal vuoto e subito dopo decidi di stringerlo a te. Quando abbracci la tua colonna spezzata, i tuoi figli, l’amore che ti ha lacerato e, persino la morte che ci cammina a fianco. In quel momento, non siamo più vittime di quel destino infame e crudele! Vedi, ora sono io stesso il destino! La mia anima ha abbracciato l’assenza e l’hatrasformata in un respiro vivo che, adesso ripara e puntella il mio cuore malato. Quello che era un cratere è diventato un incendio. Quello che era sangue è diventato colore. Io, come Frida, non dipingo la mia fine, non declamo la morte, io dipingo io grido la mia eterna resistenza!Prendete questo abbraccio, allora, prendetelo voi del mondo. Perché apparteniamo alla stessa ferita, ma abbiamo anche, tutti: la stessa, incommensurabile forza. Non guardatemi con pietà. Io non sono solo una vittima. Io ho preso la disumanità del questo mondo, ho preso la presenza di ogni addio sena voce e, ne ho fatto un incendio che riscalda l’anima e il cuore.
