di Gianni Lattanzio
C’è un’ironia sottile nella data che il Palazzo reale ha scelto. Il 29 settembre 2026, quasi un anno dopo che migliaia di ragazzi, radunati su Discord sotto il nome di GenZ212, avevano riempito le piazze di Rabat, Casablanca e Agadir per chiedere ospedali invece di stadi, Mohammed VI ha affidato il governo a una donna. Per la prima volta nella storia del Regno a guidare l’esecutivo è Fatima Ezzahra El Mansouri, cinquant’anni, avvocata formata tra Montpellier e New York, sindaca di Marrakech e ministra dell’Habitat. Lei ha definito la nomina «davvero storica». Ma la storia, in Marocco, raramente procede per rotture: si muove piuttosto per aggiustamenti calibrati, in cui il nuovo viene usato per rafforzare la continuità.
Per capire che cosa sia accaduto bisogna partire dal diritto costituzionale, più che dalla cronaca. L’articolo 47 della Costituzione del 2011, nata dalla stagione delle primavere arabe e dal Movimento del 20 febbraio, stabilisce che il re nomini il capo del governo «all’interno del partito politico arrivato in testa alle elezioni della Camera dei rappresentanti». Fu la concessione più visibile di quella riforma: un’investitura legata al voto, in apparenza vicina alla logica parlamentare. Ma la norma vincola il sovrano soltanto sul partito, non sulla persona, e non dice nulla sul caso in cui l’incaricato non riesca a formare una maggioranza. È in questo silenzio che si conserva il potere reale.
Il precedente è noto. Nel 2016 Abdelilah Benkirane, leader degli islamisti del PJD vincitori delle elezioni, rimase bloccato per cinque mesi senza riuscire a formare il governo, finché il re lo sostituì con un altro esponente dello stesso partito, Saadeddine El Othmani. La lettera dell’articolo 47 fu rispettata, ma il messaggio politico fu chiaro. Anche questa volta il Palazzo ha scelto all’interno di un partito che offriva più di una possibilità. Nel Partito dell’Autenticità e della Modernità circolava anche il nome di Fouzi Lekjaa, presidente della Federcalcio, già responsabile del Bilancio e protagonista del dossier mondiale. La preferenza per El Mansouri non è quindi un semplice esito elettorale: è una scelta del sovrano, legittima e accorta, fatta dentro lo spazio lasciato aperto dalla Costituzione.
Il partito a cui il re ha affidato il governo spiega il resto. Il PAM nacque nel 2008 per iniziativa di Fouad Ali El Himma, amico d’infanzia del monarca e poi suo consigliere, con una funzione dichiarata di modernizzazione e una funzione implicita di contenimento dell’islamismo politico. La sinistra marocchina lo definì a lungo il «partito dell’amministrazione». Diciotto anni dopo, quel partito arriva alla guida dell’esecutivo, ma con una vittoria relativa: 97 seggi su 395, lontano dai 198 necessari per la maggioranza. Dietro vengono l’RNI del premier uscente Aziz Akhannouch, crollato da 102 a 66 seggi, l’Istiqlal con 65 e, soprattutto, un PJD che risale da 13 a 54 seggi e che Benkirane ha già collocato all’opposizione.
Il dato che dovrebbe preoccupare di più Rabat, però, non è la distribuzione dei seggi. È l’affluenza: 38 per cento, la seconda più bassa del regno di Mohammed VI, contro quasi il 51 per cento del 2021. Il nuovo esecutivo si fonda quindi sul consenso di una minoranza della minoranza. È il nodo della teoria delle monarchie ibride: quando i partiti diventano soprattutto intermediari tra il trono e la società, gli elettori tendono a votare meno per scegliere un governo e più per confermare una fedeltà. Chi vuole contestare, invece, esce dal circuito elettorale e porta la protesta altrove.
Quell’altrove ha un nome: GenZ212, dal prefisso telefonico internazionale del Marocco. Il movimento è nato dopo la morte di otto donne dopo parti cesarei in un ospedale pubblico di Agadir, ed è stato orizzontale, senza leader, estraneo ai partiti, simile ai movimenti giovanili che negli stessi mesi hanno attraversato Nepal, Kenya, Madagascar e Perù. Le sue richieste erano semplici e difficili da ignorare: sanità, scuola, lavoro e fine della corruzione. Il suo bersaglio simbolico era lo stadio. La risposta dello Stato ha lasciato tre morti, quasi mille arresti e almeno 270 procedimenti penali, di cui 39 contro minori, secondo Human Rights Watch. Nessun governo marocchino può ignorare questa eredità, e tanto meno uno che si presenta come il governo della svolta.
Il problema, infatti, è strutturale. Secondo la nuova indagine sul lavoro dell’Alto Commissariato al Piano, la disoccupazione tra i giovani dai 15 ai 24 anni è al 29,2 per cento. Se si includono la sottoccupazione e la forza lavoro potenziale, cioè chi vorrebbe lavorare ma non cerca attivamente, la quota sale al 45,3 per cento. La partecipazione femminile al mercato del lavoro è ferma al 17,5 per cento: è un dato che una premier donna non potrà trattare come un tema secondario. E la frustrazione non si ferma ai confini nazionali. A fine luglio oltre cinquantamila persone hanno forzato la frontiera di Ceuta, in una delle crisi migratorie più drammatiche dell’ultimo decennio. La questione giovanile marocchina è quindi anche una questione europea, perché la sicurezza della frontiera meridionale dell’Unione dipende in parte dalla capacità di Rabat di offrire un futuro a chi resta.
Qui si colloca il grande paradosso del nuovo esecutivo: il Mondiale del 2030, condiviso con Spagna e Portogallo. Il governo El Mansouri dovrà gestire l’ultima fase di un piano da circa venti miliardi di dollari. Il suo simbolo è il Grand Stade Hassan II vicino a Casablanca, con circa centoquindicimila posti, pensato per contendere la finale al Bernabeu di Madrid. Per la monarchia il torneo è uno strumento di prestigio internazionale e di influenza in Africa, nel Mediterraneo e presso l’Occidente. Per la generazione della GenZ212 è invece la prova di priorità sbagliate. La presenza di Lekjaa ai vertici del PAM rende il paradosso ancora più evidente: il partito di governo è ormai anche il partito del Mondiale, e ogni ritardo in un reparto ospedaliero rischia di essere confrontato con ogni tribuna completata.
A questo punto si vede il vantaggio che il sistema costituzionale offre alla corona. La politica estera, la difesa, il Sahara occidentale e i grandi progetti strategici restano nell’area riservata al sovrano. Al governo spettano soprattutto le politiche economiche e sociali e la loro attuazione. Ne deriva un’asimmetria di responsabilità: i successi possono essere attribuiti al trono, mentre il costo degli insuccessi ricade sull’esecutivo. Per questo il Palazzo ha bisogno di governi credibili ma non troppo forti, capaci di assorbire il malcontento senza diventare un centro di potere alternativo. Una premier tecnocratica, competente sui temi urbani, espressione del partito più vicino al Palazzo e simbolo di modernità agli occhi dei partner occidentali, risponde bene a questa esigenza.
Sarebbe tuttavia riduttivo considerare El Mansouri una figura soltanto simbolica. Il suo percorso, dalla guida di Marrakech alla ricostruzione dopo il terremoto di Al Haouz del 2023, indica una competenza concreta sul territorio. Proprio su questo terreno si può provare a risolvere il paradosso: collegare gli investimenti del Mondiale alla rigenerazione urbana, ai trasporti, all’edilizia sociale e alla formazione, e trasformare gli stadi in infrastrutture di cittadinanza. La prima prova sarà però la coalizione. I numeri indicano la via più semplice, un nuovo accordo con l’RNI e l’Istiqlal per 228 seggi, ma durante la campagna PAM e RNI si erano accusati a vicenda per il carovita. «Non abbiamo linee rosse», ha detto la premier dopo la nomina. È una formula pragmatica, ma una generazione che chiede responsabilità potrebbe leggerla come l’ennesima prova che in Marocco i programmi contano meno delle alleanze.
In definitiva, la nomina del 29 settembre rende evidente la natura del sistema marocchino. È una monarchia che si riforma per restare al centro e che concede spazio alla rappresentanza senza rinunciare alla guida delle scelte decisive. Il messaggio verso l’esterno è di modernità; verso l’interno, di continuità. Resta da vedere se questo equilibrio saprà convincere chi, un anno fa, ha scelto la piazza invece delle urne. Per un Paese che si prepara ad accogliere il mondo nel 2030, il risultato più importante non si misurerà negli stadi: si misurerà negli ospedali di Agadir, nelle scuole delle periferie e nella scelta di migliaia di ventenni di restare nel proprio Paese invece di tentare la frontiera di Ceuta.

