Uno studio di Astrid propone una Fondazione per separare la Rai dal Governo
di Emanuele Mariani
La Rai deve essere liberata dalla contrapposizione tra maggioranza e opposizione, rafforzandone l’indipendenza e la capacità di rappresentare tutti i cittadini, anche attraverso il ricorso a maggioranze qualificate dei due terzi per le nomine dei suoi vertici.
È il messaggio lanciato dal consigliere d’amministrazione della Rai Roberto Natale, nel suo intervento, nella Sala della Biblioteca dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, a Roma, al seminario pubblico di discussione del paper della Fondazione Astrid “Per una riforma del servizio pubblico radiotelevisivo” realizzato da Fernando Bruno, Vincenzo Lobianco, Antonio Perrucci e Augusto Preta.
Al confronto hanno partecipato parlamentari (tutti in collegamento da remoto in ragione dei lavori nelle assemblee), quali Maurizio Gasparri, senatore Forza Italia, Antonio Nicita, senatore PD, Dario Carotenuto, deputato M5S e rappresentanti delle istituzioni e del settore: Roberto Natale, componente CdARai, Laura Aria, commissario dell’AGCOM, Antonio Marano, presidente facente funzioni della Rai e presidente di Confindustria Radio Televisioni (CRTV), collegato da remoto, Michele Polo,professore ordinario, Università “Bocconi” (collegato da remoto)e Vincenzo Vita, presidente AAMOD, con interventi di alcuni esperti di settore.
Hanno introdotto, presieduto e concluso i lavori, Franco Bassanini, presidente di Astrid, Giuliano Amato, presidente emerito della Corte costituzionale, già Presidente del Consiglio dei Ministri, ed Enzo Cheli, vicepresidente emerito della Corte Costituzionale.
Tutti i relatori hanno voluto evidenziare che il servizio pubblico deve riformarsi ed adeguarsi alle nuove sfide poste dall’intelligenza artificiale e dalle big tech on line, le quali sottraggono risorse pubblicitarie: la nuova frontiera del servizio pubblico Rai giustifica il pagamento di un canone che Vincenzo Vita ha prospettato possa essere proposto progressivo in funzione della capacità retributiva dei cittadini, guardando anche alle difficoltà economiche e fragilità di molte persone – specie pensionati – visto l’aumento attuale del costo della vita.
Inoltre, lo stesso Vita ha chiesto cosa si può fare per attuare in via automatica, ovvero in via giurisdizionale, il nuovo regolamento europeo (che prevale sulle norme interne ed è self executive) denomimato Emfa (European Media Freedom Act), che fa apparire incostituzionali anche le nostre norme sulla radiotelevisione, già in vigore, tenuto conto che pende alla Cortedi giustizia dell’Unione europea, con sede in Lussemburgo, un ricorso della Slovacchia che ha impugnato la non rispondenza ai dettami europei della legge radiotelevisiva di quel Paese e si attende la pronuncia nei prossimi sei mesi che potrebbe estendersi, come previsto dai trattati dell’Unione europea, a tutti i Paesi membri, Italia inclusa.
Tornando ai relatori, Roberto Natale ha messo in guardia dai rischi di una crescente “polarizzazione” politica del servizio pubblico. Pur definendosi un “consigliere di opposizione” e formulando diverse critiche all’attuale gestione dell’azienda, Natale ha respinto l’idea che siano venute meno le ragioni del servizio pubblico. Anzi, ha sostenuto che oggi la Rai svolga un ruolo ancora più importante non solo sul piano dell’informazione, ma anche su quello della produzione culturale, della formazione e della sovranità digitale.
Tra gli esempi citati, Natale ha indicato il sostegno della Rai all’industria audiovisiva italiana, il ruolo di RaiPlay, definita una piattaforma che raggiunge “quasi 24 milioni di utenti”, e la recente scelta di RaiWay di respingere l’ipotesi di fusione, una decisione assunta anche per ragioni legate all'”autonomia del servizio pubblico”e alla “sovranità digitale nazionale”.
Nel merito della riforma attualmente in discussione, il consigliere ha auspicato una “parlamentarizzazione vera” della governance, fondata su”maggioranze qualificate” e sulla ricerca di accordi condivisi tra maggioranza e opposizione.
Secondo Natale, il vero nodo non è garantire la governabilità dell’azienda ma sottrarla alla logica della spartizione politica. “Ad
ogni tornata elettorale, metà del Paese pensa della Rai ‘ora sei mia’,
e l’altra metà pensa che sia il regime”, ha osservato. “Questo sistema
sta uccidendo la legittimazione del servizio pubblico”, perché a ogni alternanza politica aumenta il numero di cittadini che non si riconoscono più nella Rai e cercano altrove la propria informazione.
Natale ha inoltre criticato la riforma Renzi, sostenendo che abbia “concentrato un eccesso di poteri nelle mani dell’amministratore delegato”. Da consigliere d’amministrazione, ha raccontato, non può “nemmeno conoscere i compensi dei singoli collaboratori dell’azienda”, una limitazione che a suo giudizio riduce le possibilità di controllo da parte del Cda sui bilanci e sulla gestione.
Infine il consigliere Rai ha espresso preoccupazione per l’ipotesi di una riduzione del canone e del suo finanziamento attraverso la fiscalità generale, richiamando i vincoli europei sul finanziamento del servizio pubblico, e si è detto favorevole al mantenimento della
pubblicità, purché accompagnato da criteri qualitativi più rigorosi.
In vista del rinnovo della concessione Rai previsto il prossimo anno, Natale ha quindi auspicato che il confronto sulla riforma possa proseguire, definendo le prossime settimane “ancora decisive” per il futuro del servizio pubblico.
Anche altri autorevoli esperti hanno messo l’accento sul ruolo dell’informazione e del diritto ad essere informati come pietra angolare delle libertà sancite nella Costituzione a cui guardare e che spesso vedono le cittadine e cittadini subire il flusso informativo senza una particolare mediazione.
Lo stesso vicepresidente emerito della Corte Costituzionale, Enzo Cheli ha messo in evidenza il rapporto che deve intercorrere necessariamente tra servizio pubblico e corretta informazioneunita alla proposta di una programmazione generalista di alta qualità culturale, alla luce delle nuove tecnologie, inimmaginabili al tempo della prima riforma del 1975 e delle successive fino ad oggi, che giustifica l’essenzialità di un tv di Stato che ha il canone come fonte di finanziamento principale, tenuto conto anche del contratto di servizio e della scadenza della concessione del prossimo anno.
Per Cheli, la proposta Astrid con la fondazione, come filtro intermedio con la politica, secondo una linea di terzietà, appare la più adeguata per ridare una struttura di governance indipendente alla Rai.
Per Laura Aria, commissario dell’AGCOM, la funzione educativa del servizio pubblico è diversa da quella degli inizi quando la funzione sociale della Rai fu caratterizzata dall’unificazione linguistica; ora la sfida è mantenere un servizio pubblico di qualità che ne giustifica il canone e una programmazione adeguata ad un pubblico eterogeneo, pronta a stare al passo con le nuove tecnologie.
Aspetti su cui è tornato Michele Polo, professore ordinario, Università “Bocconi”, per il quale la Rai deve mantenere la sua mission di servizio pubblico integrato per rispettare il bisogno di informazione e dialogo con i telespettatori, avendo alle spalle oltre 100 e 70 anni di esercizio radio e tv ed un patrimonio di teche e personale che va tutelato anche per le future generazioni.
Per Antonio Marano, presidente facente funzione della Rai quale consigliere più anziano e presidente di Confindustria Radio Televisioni (CRTV), la Rai deve puntare alla qualità della programmazione tenuto conto della molteplice offerta delle big tech che sottraggono risorse pubblicitarie ed anche il ruolo nella governance Rai ed, in particolare dell’amministratore delegato, va di nuovo ridefinito, per tornare ad una figura di rilievo come ilDirettore generale, cosa rimarcata anche dal senatore di Forza Italia, Maurizio Gasparri, che ha difeso la sua legge del 2004 ed il Sic (Sistema integrato delle Comunicazioni) istituito per tutelare il pluralismo informativo ed evitare la formazione di posizioni dominanti nel mercato dei media, ed ha sostenuto come la riforma di Renzi della Rai, oggi in vigore, abbia rimesso al centro il Governo e non il Parlamento e di ciò nessuno ha mai mosso obiezioni al tempo della sua entrata in vigore, ed ha difeso l’impianto della nuova proposta di riforma che andrà in aula al Senato, il prossimo 26 novembre 2026.
Il testo in discussione prevede 2 membri del Consiglio di Amministrazione Rai espressione del Mef, azionista di maggioranza, e gli altri 4 nominati dal Parlamento (2 dalla Camera e 2 dal Senato), ma formalmente 6 tutti di nomina parlamentare, non richiedendo maggioranze qualificate ampie e condivise con la minoranza, ed uno interno a rappresentare i dipendenti.
Il CDA (con un mandato del vertice che salirebbe da tre a quattro anni, anche se vi è chi aveva indicato e proposto cinque anni, come la durata di una legislatura) nominerebbe poi l’AD,così come il presidente, il quale poi deve avere la ratifica della commissione di Vigilanza che resterebbe pienamente operativanelle sue funzioni anche di indirizzo. In questa sede, le prime due votazioni necessitano del quorum dei 2/3 dei componenti, dalla terza scatta la maggioranza assoluta.
La maggioranza dunque afferma che i due consiglieri di nomina governativa non coincideranno necessariamente con le figure di amministratore delegato e presidente, a differenza di quanto avviene con la normativa vigente. Le opposizioni contestano invece che la formula contrasti con l’European Media Freedom Act, il quale esclude legami diretti tra i governi e le televisioni pubbliche europee.
Mentre da tutti gli parlamentari di opposizione, da Antonio Nicita, senatore PD a Dario Carotenuto, deputato M5S si è insistito sul ruolo del servizio pubblico Rai che va adeguato alla nuova imponente offerta informativa generalista e di intrattenimento che deve essere improntata a veridicità (contro le fake news della rete) ed alta professionalità in chi comunica e lavora nel servizio pubblico, accompagnata da trasparenza ed indipendenza nella governance dalla politica.
Per tutti gli esperti, il servizio pubblico radiotelevisivo continua ad avere una funzione essenziale anche nell’era delle piattaforme digitali e dei social network.
E’ il pensiero di Giuliano Amato che è intervenuto in apertura al convegno di Astrid.
“Non è finito il tempo del pubblico”, ha affermato Amato, sottolineando che oggi esistono “tante, tante, tante fonti di informazione” ma anche “tante, tante, tante porcherie”, e che proprio per questo resta necessaria un’istituzione capace di aiutare i cittadini a orientarsi.
Secondo l’ex Presidente della Consulta e del Consiglio dei Ministri, il contesto nel quale opera oggi la Rai è profondamente diverso da quello in cui nacquero le norme sul pluralismo.
La televisione generalista non è più il punto di riferimento esclusivo dell’informazione e si è aperta una forte distanza tra generazioni, con i più giovani che si informano prevalentemente attraverso smartphone e piattaforme digitali.
In questo scenario, ha osservato, il problema è che la Rai rischia di essere percepita come “alla mercé delle forze politiche che di volta in volta rappresentano la maggioranza” parlamentare, con il risultato di risultare meno credibile agli occhi dei cittadini.
Amato ha espresso apprezzamento per il modello delineato nel paper Astrid, che punta a sottrarre il servizio pubblico all’influenza diretta del governo attraverso una fondazione di garanzia. Tuttavia ha avvertito che una simile struttura potrebbe rivelarsi “fragile” e ha messo in guardia dal rischio che i partiti trovino comunque il modo di condizionarne le scelte.
Da qui la proposta di guardare all’esperienza della Treccani. “Sono sempre stato convinto che il modello Treccani fosse il modello del futuro”, ha detto Amato, immaginando una Rai configurata come una società privata con finalità di interesse nazionale e pubblico. Un modello che consentirebbe di preservare la missione del servizio pubblico senza mantenerlo in una condizione di “sudditanza” nei confronti della politica.
L’ex presidente del Consiglio ha inoltre osservato che l’attuale sistema di governance mostra evidenti limiti, ricordando come nel corso dell’attuale legislatura non sia stato possibile nominare il presidente della Rai. Un episodio che, a suo giudizio, dimostra come l’attuale assetto sia diventato “non gestibile” e “non compatibile con la complessiva vivacità del mercato televisivo attuale”.
Il documento di Astrid affronta insieme governance, missione editoriale, trasformazione digitale e finanziamento. La tesi degli autori è che l’indipendenza dalla politica sia ormai una condizione essenziale anche per la capacità della Rai di innovare e sostenere il confronto con le piattaforme globali.
La proposta più incisiva riguarda la proprietà. Il pacchetto di controllo oggi detenuto dal ministero dell’Economia dovrebbe essere trasferito a una Fondazione, o a un soggetto terzo equivalente, incaricato di custodire l’autonomia dell’azienda dai poteri politici ed economici. Il consiglio della Fondazione nominerebbe il CdA Rai, sulla base di rigorosi requisiti di eleggibilità e incompatibilità.
Va affidato alla Fondazione anche il contratto di servizio.
La sua redazione verrebbe sottratta al ministero competente. La Fondazione dovrebbe operare sulla base degli indirizzi parlamentari e della cornice concordata con il Governo nella convenzione pluriennale.
Vanno anche riequilibrati i poteri dell’amministratore delegato.
Il documento mette in discussione un AD “plenipotenziario”, ritenuto difficilmente compatibile con una governance più equilibrata. Non presenta, però, una ripartizione dettagliata dei nuovi poteri.
Resta però da risolvere il passaggio decisivo: chi nomina i garanti dell’indipendenza? Il paper presenta due alternative. La prima affida le designazioni a singole figure istituzionali. La seconda le riserva al Parlamento, con maggioranze molto ampie, tendenzialmente dei due terzi, e mandati di durata diversa dalla legislatura. In entrambi i casi si chiedono candidature pubbliche, audizioni e una valutazione comparativa delle competenze. La scelta non è definitivamente chiusa, così come rimane aperta la modalità di nomina del presidente della Fondazione.
Cambierebbe anche la distribuzione delle responsabilità. Al Governo resterebbero le politiche generali del settore, al Parlamento gli indirizzi del servizio pubblico, ad Agcom la regolamentazione e la verifica degli obblighi. La Commissione parlamentare dovrebbe diventare soprattutto la sede in cui si definiscono priorità e obiettivi. Alla Fondazione spetterebbe anche la redazione del contratto di servizio, entro gli indirizzi parlamentari e la cornice della convenzione pluriennale negoziata con il Governo.
La riforma delle nomine si accompagna a una ridefinizione dell’offerta. Per gli autori, tutta la produzione Rai dovrebbe avere una riconoscibile natura di servizio pubblico: informazione, cultura, formazione, sport e intrattenimento, sulle reti tradizionali come su RaiPlay. Gli ascolti continuerebbero a essere misurati, ma affiancati da indicatori di qualità, fiducia, inclusione, pluralismo e impatto sociale.
Nel nuovo ambiente digitale, la Rai dovrebbe inoltre rafforzare la verifica delle fonti, contrastare la disinformazione e aiutare i cittadini a comprendere algoritmi, intelligenza artificiale e contenuti manipolati. L’adozione dell’AI nei processi produttivi e negli archivi dovrebbe mantenere pieno controllo e responsabilità editoriali.
A questa trasformazione gli autori collegano maggiori risorse: ipotizzano un aumento del gettito del canone del 25%, circa 450 milioni di euro aggiuntivi, corrispondenti a 22-23 euro annui in più per famiglia. Un incremento giustificabile, precisano, soltanto dopo una profonda riforma. La pubblicità resterebbe, con regole qualitative più severe, mentre il finanziamento pubblico dovrebbe diventare stabile e pluriennale.
Secondo il lavoro firmato da Fernando Bruno, Vincenzo Lobianco, Antonio Perrucci e Augusto Preta l’indipendenza della Rai dalla politica è la condizione per rilanciare il servizio pubblico nell’epoca delle piattaforme e dell’intelligenza artificiale.Cambiare soltanto le procedure di nomina non basta: occorre intervenire insieme su proprietà, poteri, missione editoriale e finanziamento.

