la pace non è semplicemente l’assenza della guerra, ma una conquista psicologica, culturale e pedagogica dell’essere umano.
di Antonello Pezzini
L’aggressività ha anche radici evolutive, ma nell’uomo sono altrettanto strutturali: le capacità di cooperazione, la solidarietà e l’empatia. Non siamo geneticamente destinati alla violenza. È proprio su questa duplice natura che possiamo fondare la riflessione.
Il crescente disagio giovanile e le manifestazioni di violenza che attraversano le nostre società, soprattutto nelle fasce adolescenziali, richiedono una riflessione che non si limiti alle pur importanti cause economiche e sociali.
Il costo della vita, le difficoltà delle famiglie, il costo degli studi universitari, la precarietà delle prospettive occupazionali, le disuguaglianze e l’incertezza sul futuro rappresentano fattori reali, che possono alimentare frustrazione, emarginazione e conflittualità.
Tuttavia, ritengo che queste spiegazioni, da sole, non siano sufficienti.
Occorre interrogarsi anche sulla natura psicologica dell’essere umano e sulla presenza, nella sua struttura evolutiva, di una componente aggressiva che la psicoanalisi freudiana ha ricondotto alla pulsione di morte, il Thanatos, contrapposta alla pulsione di vita, l’Eros. Una dimensione che, nella riflessione psicoanalitica, è stata associata anche al concetto di destrudo.
L’uomo è il risultato di una lunga evoluzione biologica, che conserva tracce di comportamenti propri dei suoi antenati primati: competizione, territorialità, aggressività, ricerca di potere e affermazione individuale. Ma la stessa evoluzione ha sviluppato capacità altrettanto fondamentali di cooperazione, solidarietà e convivenza.
La questione, dunque, non è negare la presenza dell’aggressività nella natura umana, ma comprendere come le società riescano a governarla, contenerla e trasformarla in comportamenti compatibili con la convivenza civile.
Per lunghi periodi della storia, le guerre hanno rappresentato una tragica manifestazione collettiva di questa aggressività. In alcuni contesti, il conflitto ha funzionato anche come forma di mobilitazione e canalizzazione delle tensioni interne alle società. Ma sarebbe illusorio considerare la guerra uno strumento di equilibrio psicologico: essa ha prodotto distruzione, traumi e nuove generazioni di risentimenti.
L’Europa, dopo la Seconda guerra mondiale, ha conosciuto oltre ottant’anni di pace, fatta eccezione per i conflitti che hanno interessato il continente europeo e le sue immediate vicinanze, in particolare le guerre nei Balcani e, oggi, quella in Ucraina. È una conquista straordinaria, alla quale hanno contribuito soprattutto:
- la costruzione europea,
- le istituzioni democratiche,
- la cooperazione economica e
- la progressiva affermazione dei diritti.
Eppure, dobbiamo porci una domanda: abbiamo imparato davvero a vivere nella pace?
Abbiamo costruito istituzioni per impedire la guerra, ma non abbiamo ancora sviluppato, nella stessa misura, una cultura diffusa della pace, intesa non soltanto come principio politico e diplomatico, ma come modalità quotidiana di comportamento.
La violenza che emerge in una parte del mondo adolescenziale potrebbe essere letta anche alla luce di questa contraddizione. Non si tratta di stabilire un rapporto causale diretto tra assenza di guerre e violenza giovanile, ma di riconoscere che la convivenza pacifica non nasce automaticamente dalla fine dei conflitti. Richiede un processo educativo permanente.
È qui che si apre una responsabilità fondamentale della famiglia, della scuola, delle istituzioni e della società civile.
Dobbiamo investire in una vera pedagogia della pace:
- educare al rispetto dell’altro,
- alla gestione dei conflitti,
- al controllo delle emozioni,
- all’empatia,
- alla responsabilità individuale e
- alla capacità di riconoscere nell’altro una persona, non un avversario.
Non possiamo modificare completamente il patrimonio genetico dell’umanità attraverso l’educazione, ma possiamo intervenire profondamente sui comportamenti, sulle abitudini e sui modelli culturali che vengono trasmessi alle nuove generazioni. La pace deve diventare un’attitudine, un comportamento appreso e consolidato, una componente essenziale della formazione della persona.
Conclusioni
Abbiamo imparato, nel corso della storia, a costruire strumenti politici e istituzionali per evitare la guerra. È arrivato il momento di costruire anche gli strumenti culturali e pedagogici per educare alla pace.
Perché la pace non può essere soltanto una condizione che gli Stati si impegnano a garantire. Deve diventare una conquista quotidiana delle persone, soprattutto delle nuove generazioni.

