di Rosario Sprovieri
Franco Filetti. Dopo vent’anni una nuova mostra personale con oltre cinquanta dipinti.
RAGUSA – Vent’anni dopo la sua ultima mostra personale, Franco Filetti torna a incontrare il pubblico con una nuova esposizione che raccoglie oltre cinquanta dipinti. Un ritorno importante, che traccia la sintesi di quasi cinquant’anni di pittura, di ricerca, di affetti e di memoria: un percorso artistico profondamente legato alla vita, alla famiglia e alla propria terra.
La mostra, dal titolo Dipingere ciò che si ama, sarà ospitata dal 7 al 15 novembre 2026 nella Sala Borsa “Pippo Tumino” della Camera di Commercio di Ragusa, con ingresso pubblico da via Natatelli. L’inaugurazione si terrà sabato 7 novembre alle ore 18.00. L’esposizione resterà fruibile durante i seguenti Orari dal Lunedì – al Venerdì: 16.30 – 20.00, Sabato e Domenica: 10.00 – 12.30 / 16.30 – 20.30-
Franco Filetti dipinge ciò che conosce, ciò che ha vissuto, ciò che ama e continua ad amare. La sua pittura germoglia dalla vita stessa e, innanzitutto, dalla famiglia: Giovanna, sua moglie, i figli – ritratti nelle diverse stagioni della loro esistenza – e i nipotini. Volti, gesti e presenze che negli anni si sono tramutati in immagini, facendosi preziose testimonianze di appartenenza e di tempo custodito.

Nei suoi ritratti non vi è soltanto il desiderio di fermare un istante, ma soprattutto quello di preservare una presenza, traducendo in pittura la celebre intuizione di Umberto Saba: «La mia opera è l’opera d’un amore». Ogni tela diventa così un modo per dire silenziosamente: tu per me sei importante. È la celebrazione della memoria familiare come ancora di salvezza, poiché, come scriveva Luigi Pirandello: «La vita non si spiega; si vive, e ognuno la colora a suo modo con i propri affetti».
La medesima sensibilità attraversa i suoi paesaggi. Campi, strade, muretti a secco, cancelli, alberi e case sbiadiscono la loro natura di semplici luoghi per farsi frammenti di una biografia intima. Sono gli scenari della sua terra, quelli dell’infanzia e della rievocazione, specchio di una vita intera scandita da partenze e ritorni.
Da bambino, infatti, Franco ha vissuto in Libia con i genitori, prima del rientro in Italia; in seguito, la famiglia è emigrata in Francia, per poi stabilirsi definitivamente in patria. Un’esistenza segnata da geografie attraversate e lasciate, da terre che hanno stratificato la sua identità.
Forse proprio per questo, quando dipinge tutti i suoi paesaggi, l’artista non si limita a osservarli: li riconosce, li ritrova, li sente profondamente suoi, incarnando quel legame viscerale descritto da Salvatore Quasimodo per la sua isola: «…e già in me piove il tuo calore / da muretti di tufo».
Questo sradicamento e il successivo, definitivo ritorno richiamano i versi viscerali in dialetto di Sebastiano Burgaretta sulla lingua e l’identità perduta e ritrovata:
«C’è ‘na banna ri specchiu / ‘
‘ntra ‘ssa petra scarpillata, /
unni ‘u tempu s’affaccia /
a taliari ‘i jorna ca passunu»
(«C’è una striscia di specchio / in questa pietra scalpellata, / dove il tempo s’affaccia / a guardare i giorni che passano») (1).
Allo stesso modo, Filetti salva la propria terra attraverso la sua personale lingua visiva. La sua pittura è, in fondo, un continuo ritorno alle origini; un racconto privato che, attraverso la modulazione dei colori, riesce a farsi universale.
Nel corso degli anni, Franco Filetti ha strutturato una tavolozza personale e immediatamente riconoscibile, frutto di una lunga esperienza e di una ricerca maturata anche grazie a incontri decisivi.
Tra questi spicca quello con Angelo Campo, al quale l’artista riconosce – con profonda gratitudine – un insegnamento fondamentale nell’uso e nella comprensione del colore.
Osservando le sue opere emerge una certezza: Filetti non dipinge per compiacere o dimostrare qualcosa, ma perché risponde a un bisogno interiore. Dipinge la realtà che gli appartiene e, proprio per questo, la rende condivisibile da chiunque. I paesaggi assolati, i verdi vividi della campagna, gli azzurri tersi del cielo, le terre calde e le strade che si perdono all’orizzonte narrano una Sicilia intima e quotidiana, vissuta e conosciuta palmo dopo palmo.

Una terra che evoca la splendida definizione dello scrittore comisano Gesualdo Bufalino: «Vi è una Sicilia “babba”, cioè mite, pura, senza brividi, che sembra dipinta da un pittore antico con colori d’alba». È esattamente questa la Sicilia che Filetti mette in mostra.
Accanto alla terra si stagliano le figure, i corpi, i volti della famiglia. Due dimensioni che, in realtà, si fondono in un’unica entità: il luogo e le persone che lo abitano, il paesaggio esterno e quello interiore.
Questa indagine non si focalizza sulla ricerca geografica, ma sulla profondità dell’anima. Viene in mente il celebre ammonimento di Socrate, secondo cui è inutile viaggiare se ovunque andiamo non possiamo fare a meno di portare noi stessi; un concetto che si sposa perfettamente con la successiva riflessione teologica e mistica di Sant’Agostino: «Non andare fuori, rientra in te stesso: nell’uomo interiore abita la verità».
Dopo vent’anni, questa mostra rappresenta molto più di un semplice ritorno espositivo. È l’opportunità di ritrovare un artista attraverso la sua anima, nell’affiorare in superfice di quella parte essenziale della sua vita, che è il camminare nella sua memoria e lo scorgere poi nelle sue tele, qualcosa che in fondo appartiene a ognuno di noi, evocando l’idea di Jorge Luis Borges secondo cui ogni uomo dipinge, nel tempo, la mappa del proprio volto attraverso le immagini del mondo.
Franco Filetti continua a dipingere ciò che conosce. E forse risiede proprio qui il segreto della sua arte: conoscere profondamente ciò che si ama e conservare intatto, dopo quasi cinquant’anni, il desiderio di guardarlo ancora una volta, intingere il pennello e raccontarlo. A riscrivere mondo e mondi con il suo alfabeto speciale, a modo suo. Con la sua luce. Con i suoi colori. Con il cuore.
«Sono veramente onorato di aver potuto dare forma a questo emozionante percorso espositivo e, di poter accompagnare Franco, in questo importante ritorno alla sua dimensione personale – afferma il curatore Amedeo Fusco – perché quando un artista torna a esporre dopo vent’anni, non presenta soltanto le proprie opere: condivide e offre al pubblico una parte della propria vita, della propria memoria e del proprio cuore».

