{"id":1045,"date":"2026-05-09T06:08:37","date_gmt":"2026-05-09T06:08:37","guid":{"rendered":"https:\/\/www.meridianoitalia.tv\/meridiano\/2026\/05\/09\/chiedimi-di-quelli-che-hanno-visto-giocare-con-classe-infinita\/"},"modified":"2026-05-09T06:08:37","modified_gmt":"2026-05-09T06:08:37","slug":"chiedimi-di-quelli-che-hanno-visto-giocare-con-classe-infinita","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.meridianoitalia.tv\/meridiano\/2026\/05\/09\/chiedimi-di-quelli-che-hanno-visto-giocare-con-classe-infinita\/","title":{"rendered":"Chiedimi di quelli che\u2026hanno visto giocare, con classe infinita,"},"content":{"rendered":"<p class=\"p1\"><b><i>Beccalossi e prima hanno ammirato la grandezza del grande Torino, senza dimenticare Alex Zanardi ed il post terremoto in Friuli \u2013 giorni di anniversari tra storie di sport e di vita, ricordando i campioni e gli eventi come avrebbe fatto Beppe Viola<\/i><\/b><\/p>\n<p class=\"p1\"><b>di Emanuele Mariani<\/b><\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"Apple-tab-span\"> <\/span><span style=\"color: #ff6600;\"><strong>Ci sono giorni nei quali, specie ai primi di maggio, lo sport e la vita si mescolano al ricordo di avvenimenti non sempre lieti: \u00e8 notizia di oggi, 6 maggio, della scomparsa di un grande, grandissimo fantasista del calcio italiano degli anni \u201970, \u201980 e \u201990, e che oggi, ironia della sorte, avrebbe fatto comodo alla nostra Nazionale (a corto di geniali numeri 10) &#8211; lui che in Nazionale maggiore non ci ha mai giocato &#8211; Evaristo Beccalossi, data che coincide con altro tragico anniversario, il terremoto in Friuli giusto 50 anni fa (ricordato con una cerimonia alla presenza del Capo dello Stato, Sergio Mattarella),<\/strong><\/span><\/p>\n<p class=\"p1\">il 6 maggio 1976, dal quale gli abitanti si sono rialzati, pur con i tanti caduti (990), come \u00e8 nelle loro corde e tempra, quel Friuli Venezia-Giulia che ha dato i natali a grandi sportivi come Enzo Bearzot e Dino Zoff, che vinsero, con quella meravigliosa squadra, il Mondiale 1982, in Spagna.<\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"Apple-tab-span\"> <\/span>Due giorni prima, il 4 maggio (giornata che \u2013 per inciso \u2013 \u00e8 stata sempre dedicata al ricordo, da parte chi scrive, perch\u00e9 \u00e8 quella nella quale mi sono laureato in legge, ben 31 anni fa, nel 1995) si \u00e8 celebrato l\u2019anniversario della scomparsa del Grande Torino, leggendaria formazione calcistica, capace di vincere, oltre alla seconda Coppa Italia 1942-1943, ben 5 scudetti consecutivi (dal campionato 1942-1943 al 1948-1949, il primo dei 5 preceduto dal secondo posto della stagione 1941-1942, conclusa a tre punti dalla Roma, giallorossi al loro primo scudetto), perita nella tragedia di Superga, di ritorno da una amichevole in Portogallo, proprio il 4 gennaio 1949.<span class=\"s1\"><\/span><\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"s1\"><span class=\"Apple-tab-span\"> <\/span><\/span>A quella grande squadra, \u00e8 legato un ricordo personale, raccontatomi, negli anni \u201970 (io ragazzino di 6 anni) da mio nonno materno che aveva assistito alla nascita della A.S. Roma nel giugno-luglio 1927, amico personale di una gloria giallorossa (che milit\u00f2, a fine carriera, anche nella Lazio), come Attilio Ferraris IV, campione del Mondo con la Nazionale italiana del 1934 e che abitava, nei pressi del Vaticano, in Borgo nuovo a Roma, proprio a due passi da dove era nato e viveva mio nonno, sarto pontificio.&nbsp;<\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"Apple-tab-span\"> <\/span>Accadde il 28 aprile 1946, in occasione della prima giornata delle fasi finali del campionato di Serie A. Impegnati a Roma contro i giallorossi (che \u2013 come appena ricordato &#8211; avevano vinto il loro primo scudetto, nella stagione 1941-1942), i granata si imposero infatti con un clamoroso 0-7 in una sfida che \u2013 di fatto \u2013 non inizia nemmeno. Castigliano sblocca infatti il punteggio gi\u00e0 al 5&#8242;, con capitan Mazzola che raddoppia un giro di lancette pi\u00f9 tardi e con Ossola e Ferraris a trovare la gioia personale subito dopo, tanto che la rete di Loik al 15&#8242; vale gi\u00e0 l&#8217;incredibile 0-5. Un risultato che verr\u00e0 arrotondato ancora dallo stesso Mazzola nel corso del primo tempo e da Grezar nella ripresa per il definitivo 0-7. Finale storico per proporzioni e, soprattutto, per modalit\u00e0. Insomma era il celebre quarto d\u2019ora del Grande Torino, non per forza al Filadelfia, dove era introdotto da uno squillo di tromba e non per forza nel corso della gara, quando diventava necessario cambiare marcia per mettere al sicuro il risultato. Il celebre quarto d&#8217;ora del Grande Torino ha assunto tante forme, compresa quella di un avvio di partita senza precedenti.&nbsp;<\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"Apple-tab-span\"> <\/span>Ebbene, mio nonno, che ebbe la (per dir cos\u00ec) fortuna di vedere al celebre campo Testaccio (oggi non pi\u00f9 esistente) questa partita, certo non favorevole per i colori giallorossi, mi raccont\u00f2 che ad ogni gol ed azione del Torino, il pubblico romano si alzava ad applaudire i giocatori granata: una squadra che giocava come un\u2019orchestra perfetta.<\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"Apple-tab-span\"> <\/span>Non si tratt\u00f2 solo di un gesto di ammirazione spontaneo (come, anni dopo accade, a Genova, Stadio Luigi Ferraris, quartiere Marassi, esattamente il 26 novembre 2006, per un gol al volo di Totti alla Sampdoria e prima ancora per alcune grandi giocate di Falcao e della Roma scudettata del 1982-1983 su diversi campi in trasferta), ma di una vera e propria <i>standing ovation<\/i> per una squadra immensa ed immortale che aveva dimostrato di essere nettamente superiore. La televisione non riprese quella formazione e le sue gesta: a me non resta che il racconto di mio nonno e del grande cronista radiofonico, Nicol\u00f2 Carosio, unica voce a narrare quelle imprese prima dell\u2019avvento del mezzo televisivo.<\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"Apple-converted-space\">&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; <\/span>Il primo maggio scorso (stesso giorno della dipartita di un altro grandissimo della velocit\u00e0 come Ayrton Senna, ma nel 1994, per le tragiche conseguenze dell\u2019incidente di Imola) ci ha lasciato un altro grande del nostro tempo, non solo per l\u2019automobilismo e per lo sport paralimpico, Alex Zanardi, grande uomo e gentiluomo d\u2019altri tempi.&nbsp;<\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"Apple-tab-span\"> <\/span>Ecco, partendo da Evaristo Beccalossi (di cui conservo gelosamente le varie fotografie degli album delle figurine che lo ritraggono nelle formazioni in cui ha militato dal 1975-1976 a fine carriera calcistica), ho avuto la fortuna di vederlo giocare nella prima partita che mio padre mi port\u00f2 a vedere allo Stadio Olimpico di Roma, il 7 gennaio 1979, Roma \u2013 Inter 1 a 1 (per inciso, la mia prima partita in uno stadio alla quale ho assistito, con i miei genitori, \u00e8 stata Perugia \u2013 Roma 3 a 0 che si disput\u00f2, il 17 aprile 1977 (stagione 1976-1977), allo Stadio comunale perugino di Pian di Massiano; allora non si chiamava ancora Renato Curi, in quanto il calciatore del Perugia, mor\u00ec in campo, in Perugia \u2013 Juventus 0 \u2013 0 (stagione 1977-1978) del 30 ottobre 1977, pochi mesi dopo quella partita vista da chi scrive).&nbsp;<\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"Apple-tab-span\"> <\/span>La Roma, nella stagione calcistica 1978-1979, si salv\u00f2 alla penultima giornata proprio il 6 maggio 1979 con un pareggio 2 a 2 con l\u2019Atalanta e battendo la settimana precedente, il 29 aprile 1979 (giorno della mia prima comunione), quasi a sorpresa, l\u2019Inter, nel ritorno, per 2 a 1, a San Siro.&nbsp;<\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"Apple-tab-span\"> <\/span>I nerazzurri di Milano vinceranno, nella successiva stagione 1979-1980, il loro 12esimo scudetto proprio con un 2 \u2013 2 contro la Roma il 27 aprile 1980, con due giornate di anticipo e sempre contro la Roma, l\u2019Inter vinse 3 a 2 nella stagione 1981-1982, partita che vide Beccalossi sul tabellino dei marcatori, sia pure su rigore, segnata dall\u2019espulsione di Falcao e dove primeggi\u00f2 un austriaco che l\u2019anno dopo, stagione 1982-1983, fece le fortune della Roma scudettata, Herbert Prohaska. L\u2019Inter vinse la Coppa Italia nel 1981-1982, dopo che la citt\u00e0 meneghina aveva festeggiato lo scudetto della stella del Milan (stagione 1978-1979), prima che lo scandalo scommesse, emerso ufficialmente, domenica 23 marzo 1980 (con la guardia di finanza negli stadi), provocasse la condanna, per la giustizia sportiva, della squadra rossonera alla serie B, con la Lazio.<\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"Apple-tab-span\"> <\/span>Ma come ricordare il celebre Beck, se non con quella frase leggendaria che sa tanto di bar sport: &#8220;Mi chiamo Evaristo, scusate se insisto&#8221;; e qui sveliamo un retroscena, a distanza di anni, per tutti gli appassionati del giornalismo e della letteratura.<\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"Apple-tab-span\"> <\/span>Ad inventare questa frase, fu un maestro di giornalismo, di cinema e di letteratura, un vero ironico narratore di storie di sport e di calcio: Beppe Viola.&nbsp;<\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"Apple-tab-span\"> <\/span>E fu proprio Beccalossi a rivelare come nacque in una celebre intervista: \u201cIn realt\u00e0 io quella frase non la pronunciai mai &#8211; rivela l\u2019ex fantasista di Brescia e Inter scomparso alla soglia dei 70 anni, gi\u00e0 accompagnatore dell\u2019Italia under 19 -, ma mi \u00e8 rimasta appiccicata e me la sono tenuta con orgoglio. Beppe Viola mi disse che la sent\u00ec uscendo quel giorno da San Siro da un tifoso interista. Viola era un fuoriclasse non solo del giornalismo. All\u2019inizio, quando parlavo con lui, ero in soggezione. Io che avevo fatto la terza media di fronte a un simile mostro sacro. Invece mi mise a suo agio subito\u201d.<\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"Apple-tab-span\"> <\/span>Ecco allora svelato l\u2019arcano: Viola, che era attentissimo ai motti ed agli inni dei tifosi, si ispir\u00f2 ad uno di loro, felice per aver vinto il derby e la rima era gi\u00e0 fatta. E fu vittoria, come aveva predetto lo stesso Beccalossi, la settimana prima: &#8220;Col Milan vinceremo 2-0 e segner\u00f2 almeno un gol&#8221;; ne fece addirittura due ed uno di prima al volo, reso celebre e per anni trasmesso, a mo\u2019 di spot, in tv.<\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"Apple-tab-span\"> <\/span>Viola aveva un\u2019innata vena ironica e recepiva, da eccelso cronista quale era, tutti gli umori del pubblico; intervist\u00f2 persino Rivera, sul tram, il 24 dicembre 1978, perno di una puntata speciale della Domenica Sportiva, ma soprattutto frequentava il Derby, il celeberrimo locale di Milano, vivaio di talenti comici come Cochi e Renato, Boldi, Teocoli, Abatantuono: \u00abChe serate la domenica dopo le partite &#8211; ricorda Beccalossi -. E con Beppe il divertimento intelligente era assicurato\u00bb.&nbsp;<\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"Apple-tab-span\"> <\/span>Beppe Viola (1939-1982) prese parte anche ad alcuni lavori cinematografici, con Ugo Tognazzi (1922-1990) e lavor\u00f2 come sceneggiatore e dialoghista per i film \u00abRomanzo popolare\u00bb e \u00abCattivi pensieri\u00bb e ci lasci\u00f2, da redattore ordinario, la mattina del 18 ottobre del 1982, alle soglie dei 43 anni che avrebbe compiuto il 26. La sera prima si sent\u00ec male negli studi Rai di Milano mentre stava montando un servizio sulla partita Inter-Napoli di campionato per la Domenica Sportiva. Lo uccise un\u2019emorragia cerebrale.<\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"Apple-tab-span\"> <\/span>\u00abSembrava pigro e ha sgobbato come un mulo per tutta la sua corta vita. Sembrava svagato ma sul lavoro non sgarrava\u00bb, ha scritto di lui, Gianni Mura. Beppe Viola \u00e8 stato pianto anche e soprattutto da Gianni Brera che cos\u00ec lo ricord\u00f2 su La Repubblica del 19 ottobre 1982 &#8211; \u201c\u00c8 morto Giuseppe &#8220;Pepinoeu&#8221; Viola. Aveva 43 anni!\u201d:<span class=\"s1\"> <\/span>\u00abEra nato per sentire gli angeli e invece doveva, oh porca vita, frequentare i bordelli. [\u2026] Povero vecchio Pepinoeu! Batteva con impegno la carta in osteria e delirava per un cavallo modicamente impostato sulla corsa; tirava mezzo litro e improvvisava battute che sovente esprimevano il sale della vita. Aveva un humour naturale e beffardo: una innata onest\u00e0 gli vietava smancerie in qualsiasi campo si trovasse a produrre parole e pensiero. Lavor\u00f2 duro, forsennatamente, per aver chiesto alla vita quello che ad altri sarebbe bastato per venirne schiantato in poco tempo. Lui le ha rubato quanti giorni ha potuto senza mai cedere al presago timore di perderla troppo presto. La sua romantica incontinenza era di una patetica follia. Ed io, che soprattutto per questo lo amavo, ora ne provo un rimorso che rende persino goffo il mio dolore&#8230;\u00bb.<\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"Apple-tab-span\"> <\/span>Beppe Viola era amato da tutti coloro che ne rammentano aforismi, battute spiazzanti, colpi di genio. Fu lui a fare un servizio su un derby Milan-Inter, non quello dell\u2019Evaristo, mandando le immagini dell\u2019anno prima \u00abperch\u00e9 tanto \u00e8 uguale a questo: non \u00e8 successo niente\u00bb.<\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"Apple-tab-span\"> <\/span>Chi deve a Viola, gloria imperitura, \u00e8 proprio Evaristo Beccalossi.<\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"Apple-tab-span\"> <\/span>Ecco che allora quella famosa frase: &#8220;Mi chiamo Evaristo, scusate se insisto&#8221;<span class=\"s1\"> <\/span>(c&#8217;\u00e8 chi addirittura ci fece una canzone: Mauro Minelli) non pare sia nata in campo e non fu pronunciata dallo stesso Beccalossi dopo una doppietta in un derby, a mo&#8217; di sfott\u00f2 verso gli avversari milanisti (e nello specifico al portiere Albertosi). Non fu cos\u00ec, anche se ai tifosi nerazzurri piace crederlo. Uno dei tanti atti di fede che fa sconfinare il pallone nel costume e nelle tradizioni di un popolo, il nostro, da sempre appassionato di campanili. A chiarirlo per\u00f2 fu lo stesso Beccalossi: &#8220;Mi piace scherzarci, ma la verit\u00e0 \u00e8 che io non ho mai detto niente del genere ad Albertosi. Ormai per\u00f2 quella frase me l&#8217;hanno attribuita e me la tengo volentieri&#8221;. Anche perch\u00e9 il Becca ne ha fatto un must. In campo e, persino&#8230; nella pubblicit\u00e0. Qualcuno infatti si ricorder\u00e0 di lui come protagonista dello spot di un&#8217;azienda di salumi, chiudere la scena con un consiglio d&#8217;autore indicando un cacciatorino&#8230;<\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"Apple-tab-span\"> <\/span>Fu dunque un guizzo di Beppe Viola in un servizio per la Domenica sportiva. Il giornalista era infatti uno dei principali sponsor della convocazione in Nazionale di Beccalossi, escluso invece da Bearzot dal Mundial 1982. Troppo individualista, poco uomo squadra, si diceva. Eppure in campo, quando si accendeva, non ce n&#8217;era per nessuno. Come in quel famoso derby del 28 ottobre 1979. Si andava a San Siro per vedere lui, pi\u00f9 che per tifare Inter. Magari senza ammetterlo, per\u00f2 di tanti giocatori che hanno indossato quella maglia numero 10, il Becca \u00e8 stato il pi\u00f9 amato, il pi\u00f9 coccolato. Il pi\u00f9 interista. Un dettaglio che arrivasse da Brescia e che a un certo punto se ne sia andato. Per la gente che l\u2019ha applaudito e adorato, Evaristo Beccalossi era soltanto il numero dieci dell\u2019Inter, da non condividere, da non concedere nemmeno all\u2019azzurro della Nazionale. In verit\u00e0 per lui era un cruccio, che lo port\u00f2 a pronunciare la storica frase \u201cSono Evaristo, scusate se insisto\u201d, ma per Enzo Bearzot non era inseribile nel Club Italia che ci regal\u00f2 il Mondiale 1982. Nemmeno una chiamata.<\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"Apple-tab-span\"> <\/span>Eppure, Beccalossi era un genio. Uno di quelli che scatenano la letteratura. Un visionario dell\u2019assist, che snocciolava i cosiddetti \u201cno look\u201d molto prima di Ronaldinho, soprattutto quando il destinatario era Spillo Altobelli, fratello dai tempi di Brescia e amico di una vita, terminale perfetto per le giocate immaginifiche del Becca. Il nove e il dieci, una simbiosi perfetta. Arrivarono a Milano a un anno di distanza, prima il nove e poi il dieci. Giusto il tempo di collaudare l\u2019intesa, di capire bene la nuova situazione. E poi fu scudetto.<\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"Apple-tab-span\"> <\/span>Quello del 1979-80 venne fatto passare alla storia come lo scudetto dell\u2019unit\u00e0 d\u2019intenti, dello spirito di squadra. Tutto perch\u00e9 sulla panchina c\u2019era Eugenio Bersellini, universalmente noto come \u201cil sergente di ferro\u201d. Ma quello fu lo scudetto di Beccalossi, senza se e senza ma. Un trionfo costruito a partire dal derby d\u2019andata, che il Becca vinse da solo con una doppietta divenuta da subito leggenda. E poi un diluvio di assist. Altobelli segn\u00f2 15 reti in quella stagione, molte delle quali propiziate direttamente o indirettamente dal suo amico Becca.<\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"Apple-tab-span\"> <\/span>A Bersellini andava bene cos\u00ec. La solidit\u00e0 di quella squadra \u2013 che rimase prima in classifica dalla prima all\u2019ultima giornata \u2013 era garantita da una difesa impermeabile: Canuti, Mozzini, Bini, Beppe Baresi e all\u2019occorrenza Oriali come esterno. In mezzo al campo la geometria di Mimmo Caso, la sapienza di Malik Marini, la potenza travolgente di Gondrand Pasinato. In attacco l\u2019istinto goleador di Altobelli, la velocit\u00e0 d Carletto Muraro. Ma poi c\u2019era lui, il Becca, capace di tutto, pronto a trasformare il niente in un gol decisivo, suo o di un compagno di squadra. Davanti a tutti, Bersellini non faceva preferenze. Le regole erano uguali per tutti. A tavola niente acqua, solo mezzo bicchiere di vino a testa. Lavoro atletico senza deroghe. Per\u00f2 ogni tanto per il Becca si poteva chiudere un occhio, qualche casoncello in pi\u00f9 nel piatto, un bicchiere intero di rosso anzich\u00e9 mezzo. Tanto poi ci pensava lui.<span class=\"s1\"><\/span><\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"s1\"><span class=\"Apple-tab-span\"> <\/span><\/span>Giocava in un ruolo ormai sparito, pi\u00f9 o meno come quello del libero. Ma lo ha anche fatto ad altissimo livello, forse uno dei pi\u00f9 alti raggiunti da un giocatore italiano. Trequartista puro, con licenza di inventare e di non rincorrere l\u2019avversario. Se mai farsi rincorrere. Se bisogna pensare alla sua posizione in campo paragonata a un talento di oggi, viene in mente Nico Paz. Solo che il talentino argentino corre per oltre dieci chilometri in novanta minuti, anche senza palla. Il Becca lasciava che senza palla corressero gli altri: \u201cPoi datela a me che ci penso io\u201d. Non erano smargiassate, andava proprio cos\u00ec. Con il suo amico pallone tra i piedi partiva e non si fermava, nemmeno davanti ai difensori di una volta che se non prendevano il pallone ti ribaltavano e se lo prendevano ti ribaltavano lo stesso. E se si andava a San Siro per vedere il Becca pi\u00f9 che per tifare Inter, raramente si tornava a casa delusi.<\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"Apple-tab-span\"> <\/span>Quella squadra aveva un&#8217;intesa naturale, costruita anche sulla capacit\u00e0 di Altobelli di leggere il talento dell\u2019amico: \u201cMi sono sempre speso perch\u00e9 tutti comprendessero la sua bravura\u201d. Perch\u00e9 Beccalossi, sottolinea, \u201c\u00e8 stato sicuramente sottovalutato. Ma quando era in giornata era inarrivabile. A San Siro si veniva a vedere lui, mica l&#8217;Inter. Riportava il calcio di strada sui campi della Serie A\u201d.<\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"Apple-tab-span\"> <\/span>Geniale e imprevedibile, anche difficile da interpretare: \u201cAveva uno stile tutto suo &#8211; sostiene Altobelli -, e se non lo capivi facevi fatica a stargli dietro. Io lo feci dall&#8217;inizio, e cos\u00ec nacque la nostra intesa&#8221;.<\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"Apple-tab-span\"> <\/span>Un talento che, secondo il compagno, avrebbe meritato anche la Nazionale e il Mondiale del 1982: &#8220;Veniva da una grande stagione. Ma era divisivo. Bearzot non lo convoc\u00f2 per evitare polemiche. Alla fine ebbe ragione, perch\u00e9 vincemmo, ma Evaristo avrebbe meritato di esserci&#8221;.<\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"Apple-tab-span\"> <\/span>Tra i ricordi, anche episodi emblematici del carattere di Beccalossi. Come i due rigori sbagliati contro lo Slovan Bratislava: \u201cIl rigorista ero io, ma veniva da un periodo difficile e mi chiese di calciarli. Glieli lasciai. Li sbagli\u00f2 entrambi, ma vincemmo 2-0 e ci scherzammo sopra a lungo\u201d. E poi l\u2019immagine pi\u00f9 umana, quella di un uomo capace di farsi voler bene da tutti: \u201cQuando l\u2019Inter decise di cederlo e lo mise ad allenarsi a parte, mi si strinse il cuore. Andai a parlare con il presidente insieme a Rummenigge. Non cambi\u00f2 nulla, ma Evaristo era questo: uno che toccava i cuori di tutti\u201d.&nbsp;<\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"Apple-tab-span\"> <\/span>Insomma l\u2019episodio cult fu quello: Inter &#8211; Slovan di Bratislava, settembre 1982, Coppa delle Coppe. Beccalossi sbaglia due rigori, uno dietro l\u2019altro. Paolo Rossi, il comico, ci scriver\u00e0 sopra un monologo, ne riportiamo uno stralcio: &#8220;\u00c8 facile capire la difficolt\u00e0 di tirare un rigore. Lui (Beccalossi, ndr) guard\u00f2 tutto lo stadio negli occhi e disse: \u201c Lo tiro io&#8230;\u201d. E io pensai, con tutto lo stadio: \u201cQuesti sono gli uomini veri\u201d. Prese la palla e la mise sul dischetto del rigore. Lo fece con la sicurezza dell\u2019uomo che non avrebbe mai e poi mai sbagliato. E sbagli\u00f2. E io pensai: \u201cPer me resta un uomo\u201d. Ma, quando cinque minuti dopo, ridiedero un rigore all\u2019Inter, per chi s\u2019intende di calcio, ma a questo punto anche per chi non se ne intende, \u00e8 facile capire la difficolt\u00e0, per un giocatore che ha appena sbagliato un rigore, di riassumersi la responsabilit\u00e0 di tirarlo ancora. Lui guard\u00f2 tutto lo stadio negli occhi. E tutto lo stadio fece: \u201cNo! Putt\u2026 Eva!\u201d. Lui mise la palla sul dischetto con la sicurezza dell\u2019uomo che non avrebbe risbagliato. E risbagli\u00f2! E io pensai: \u201cPer me resta sempre un uomo. Un po\u2019 sfigato, ma pur sempre un uomo\u201d&#8221;. Enrico Ruggeri dedicher\u00e0 a Beccalossi una canzone, \u201cIl fantasista\u201d: &#8220;Io sono quello da guardare\/ quando ho voglia di giocare\/ Sono schiavo dell\u2019artista che c\u2019\u00e8 in me\/ Datemi il pallone, non parlate\/ poi correte ad abbracciarmi\/ Io sono l\u2019ultimo egoista\/ perch\u00e9 sono un fantasista\/ Faccio quello che vorreste fare voi&#8221;.<\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"Apple-converted-space\">&nbsp;<span class=\"Apple-tab-span\"> <\/span><\/span>L\u2019ultimo dribbling del Becca. Colpito da emorragia cerebrale nel gennaio del 2025 e ricoverato poi in una struttura specializzata, se ne \u00e8 andato oggi, 6 maggio, alle soglie dei 70 anni, che avrebbe compiuto il 12. Evaristo Beccalossi si distingueva per la classe da numero 10 di una volta, una figura estinta, e per il nome di battesimo, inusuale. &#8220;Sono Evaristo, scusa se insisto\u201d ed abbiamo chiarito da dove nacque questo<span class=\"Apple-converted-space\">&nbsp; <\/span>intercalare, ad indicare quel numero 10 riccioluto ed imprevedibile, come le sue giocate descritte, in tanti servizi, su Domenica Sprint e Tg 2 Sportsera, da un altro grande del giornalismo sportivo e delle telecronache Rai, Ennio Vitanza.&nbsp;<\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"Apple-tab-span\"> <\/span>Non sappiamo quale sia la versione corretta, ma la rima baciata \u00e8 perfetta, e restituisce l\u2019idea di quel che \u00e8 stato Beccalossi, un trequartista insistente nel dribbling e nell\u2019assist.<\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"Apple-tab-span\"> <\/span>Un 10 tutto estro e sregolatezza, antitesi di certi &#8220;dieci&#8221; bionici in circolazione oggi, costruiti tra campo, schemi, algoritmi. Il Becca veniva dall\u2019infanzia nell\u2019Italia del boom economico. Aveva imparato a dribblare nell\u2019oratorio di San Domenico Savio a Brescia, giocava per divertirsi. Faceva i tunnel negli anni in cui tale irridente gesto tecnico poteva costarti un malleolo, perch\u00e9 il difensore, umiliato dal passaggio del pallone tra le sue gambe, inseguiva il dribblatore per rifilargli un calcione. Accadde a Catanzaro, con Beccalossi sedicenne, esordiente nel Brescia: &#8220;Feci un tunnel a Luigi Maldera (difensore dell\u2019omonima stirpe, ndr). La prese male. \u201cNon riprovarci \u2013 mi disse -, senn\u00f2 ti spedisco a calci fino a Soverato\u201d&#8221;. Gianni Brera, che amava dare soprannomi a calciatori di spessore, cosa divenuta materia letteraria, lo defin\u00ec<span class=\"Apple-converted-space\">&nbsp; <\/span>\u201cDribblossi\u201d e scrisse: &#8220;Beccalossi vede autostrade dove gli altri scorgono viottoli di campagna&#8221;.<\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"Apple-tab-span\"> <\/span>L\u2019Inter lo acquista nel 1978 dal Brescia, in cui \u00e8 stato allenato da Mauro Bicicli, un ex della Grande Inter, un segno. L\u2019anno prima, sempre dal Brescia, l\u2019Inter aveva preso Alessandro Altobelli, detto Spillo per il fisico filiforme. Insieme avevano fatto grande quel Brescia, perfetti l\u2019uno per l\u2019altro, il 10 creativo e il 9 forte di testa e opportunista. \u00c8 ancora l\u2019Inter di Ivanhoe Fraizzoli, \u00e8 ancora un calcio umano. Evaristo incuriosisce, per il nome insolito, ereditato da uno dei nonni, e per il sinistro scintillante e non naturale, a sentire l\u2019interessato. Nato destro, ha affinato il sinistro a colpi di muro fino a che \u00e8 diventato il suo piede di riferimento. Forse c\u2019entra l\u2019innamoramento, da bambino, per Omar Sivori, il mancino della grande Juve tra i Cinquanta e i Sessanta, ma guai a dargli dello juventino, Beccalossi si professa interista. \u00c8 il padre a tifare per la Juve e ad averlo iniziato al culto di Sivori. Beccalossi si prende subito il cuore dei tifosi, anche se lo scudetto del \u201978 lo vince la Juve e quello del \u201979 il Milan. Juve, Milan e poi Inter, nel 1980, con il derby della doppietta del Becca, 2-0, due gol facili per uno come lui, due gol che gli varranno la gloria eterna del mondo Inter, e il 4-0 alla Juve poco dopo: &#8220;C\u2019\u00e8 una foto che mi vede circondato da quattro juventini, io con la palla tra i piedi. Sapete che cosa dissi loro in quei momenti: \u201cPrendetela, se ci riuscite\u201d&#8221;. Beccalossi ganassa e bauscia: la perfezione, per gli interisti milanesi.&nbsp;<\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"Apple-tab-span\"> <\/span>Via dall\u2019Inter nel 1984, oscurato da Hansi Muller, il Becca parte per un tour della penisola: Samp, Monza, un ritorno al Brescia, il Barletta in Serie B e il Pordenone in Interregionale, con tanto di retrocessione. Nel 1990-91 l\u2019ultima stagione: al Breno, Brescia, in Interregionale. Una malinconica e dolce chiusura di carriera per un numero 10 che il nuovo calcio considerava un eretico, sull\u2019onda rivoluzione copernicana di Arrigo Sacchi. A seguire, la seconda vita del Becca, tra la tv come opinionista brillante e come venditore commerciale di pubblicit\u00e0. Forse non tutti sanno che Beccalossi lavor\u00f2, come agente per una noto marchio elettronico giapponese e che, in una tv locale milanese, a un certo punto dirigeva una struttura con dodici persone dedicate al procacciamento di spot. Un gaudente affamato di vita e di dribbling, che piaceva a Franco Califano, cantante interista. Quando il Califfo si esibiva in Lombardia, finiti i concerti, incontrava Beccalossi di notte, nell\u2019autogrill vicino a Dalmine, sulla Milano-Bergamo: &#8220;Tutti i bar della zona chiudevano, l\u2019unico aperto era quello\u201d. Tiravano l\u2019alba a parlare di donne e di calcio, a guardare le auto passare. Il Becca e il Califfo: un film.<\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"Apple-tab-span\"> <\/span>Poi ecco l\u2019ultima storia, legata a Beccalossi, mai convocato in Nazionale maggiore.&nbsp;<\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"Apple-tab-span\"> <\/span>Era il 2 Giugno 1982, l\u2019Italia si raduna all\u2019hotel Villa Pamphili di Roma, prima di partire per il Mondiale di Spagna. Sono giorni di contestazione e la Nazionale stava ultimando la preparazione. Quattro ore dopo sarebbe decollata da Fiumicino alla volta di Pontevedra, sede del ritiro in Galizia, in un clima di grande scetticismo che sfociava in aperta ostilit\u00e0 a proposito delle convocazioni di Bearzot.<\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"Apple-tab-span\"> <\/span>Il Commissario tecnico aveva una forma di protezione verso i fedelissimi, a cominciare da&nbsp;Paolo Rossi, il \u201csuo\u201d numero 9, rientrato da un mese da una squalifica di quasi due anni, causa calcio scommesse e ancora comprensibilmente arrugginito: convocare un altro bomber \u201cforte\u201d come Pruzzo \u2013 questo il ragionamento \u2013 avrebbe messo pressione a Pablito, invece un po\u2019 pi\u00f9 leggero sapendo di avere alle spalle il mite Franco Selvaggi, certamente non una carta spendibile come centravanti della Nazionale (famosa la battuta di Bearzot: \u201cGiocherai talmente poco che puoi evitare di portarti le scarpe\u201d).<\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"Apple-converted-space\">&nbsp;<span class=\"Apple-tab-span\"> <\/span><\/span>L\u2019Italia calcistica gioca male e tutti ce l\u2019hanno con Enzo Bearzot, che non ha convocato Roberto Pruzzo, centravanti della Roma, ed Evaristo Beccalossi dell\u2019Inter. Il club nerazzurro ha emesso un comunicato per esprimere il proprio sostegno al giocatore.&nbsp;<\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"Apple-tab-span\"> <\/span>Quel 2 giugno, all\u2019ingresso del Villa Pamphili, una ragazza romana di vent\u2019anni, tifosa interista, prende Bearzot a male parole, mentre stava rientrando in albergo verso le 12,30, davanti all\u2019ingresso dove stazionava il solito gruppetto di cacciatori di autografi, quasi tutti giovanissimi.&nbsp;<\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"Apple-tab-span\"> <\/span>Come riport\u00f2 il quotidiano <i>La Stampa<\/i> del 3 giugno 1982, Bearzot reagisce, nel parapiglia, con uno schiaffo; poi si scusa, invita la giovane nella hall dell\u2019albergo, le spiega di non aver chiamato Beccalossi perch\u00e9 il giocatore non si sarebbe ambientato nel gruppo. A sua volta, la ragazza chiede perdono a Bearzot e si mostra contrita, dopo aver pianto.&nbsp;<\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"Apple-tab-span\"> <\/span>Il comportamento molto accomodante della ragazza fu notato dai giornali del giorno dopo, in cui si raccontava che fece marcia indietro dopo una breve chiacchierata col ct: \u201cAdesso sono perfettamente d\u2019accordo con Bearzot. Beccalossi va benissimo nell\u2019Inter ma, come mi ha spiegato il commissario tecnico, nella Nazionale non riuscirebbe ad ambientarsi\u201d.<\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"Apple-tab-span\"> <\/span>E il <i>Corriere della Sera<\/i> scrisse che \u201cla ragazza aveva anche precisato che gli insulti non erano rivolti a Bearzot ma a un ragazzo che in quel momento l\u2019aveva spinta\u201d.&nbsp;<\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"Apple-tab-span\"> <\/span>L\u2019episodio pass\u00f2 alla storia come il simbolo di quel classico clima che, come si dice tradizionalmente, di solito fa bene alla Nazionale che ha sempre dato il meglio di s\u00e9 nella tempesta.&nbsp;<\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"Apple-tab-span\"> <\/span>Tutto \u00e8 bene quel che finisce bene, anche fuori dal campo di calcio: tanto che, come riporta Piero Trellini nel suo straordinario libro su Italia-Brasile 3-2 (\u201cLa partita\u201d), la ragazza invit\u00f2 Bearzot addirittura al suo matrimonio e l\u2019Italia vinse il Mondiale. Beccalossi rester\u00e0 a zero presenze in Nazionale A, troppo \u201cirregolare\u201d per la maglia azzurra: &#8220;Ho sempre fatto quello che ho voluto e mi sento bene cos\u00ec&#8221;.<span class=\"Apple-tab-span\"> <\/span><\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"Apple-tab-span\"> <\/span><span class=\"Apple-tab-span\"> <\/span><span class=\"Apple-tab-span\"> <\/span><span class=\"Apple-tab-span\"> <\/span><span class=\"Apple-tab-span\"> <\/span><span class=\"Apple-tab-span\"> <\/span><span class=\"Apple-tab-span\"> <\/span><span class=\"Apple-tab-span\"> <\/span> <span class=\"Apple-converted-space\">&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; <\/span><b><i>Emanuele Mariani<\/i><\/b><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p class=\"p1\"><b><i>Beccalossi e prima hanno ammirato la grandezza del grande Torino, senza dimenticare Alex Zanardi ed il post terremoto in Friuli \u2013 giorni di anniversari tra storie di sport e di vita, ricordando i campioni e gli eventi come avrebbe fatto Beppe Viola<\/i><\/b><\/p>\n<p class=\"p1\"><b>di Emanuele Mariani<\/b><\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"Apple-tab-span\"> <\/span><span style=\"color: #ff6600;\"><strong>Ci sono giorni nei quali, specie ai primi di maggio, lo sport e la vita si mescolano al ricordo di avvenimenti non sempre lieti: \u00e8 notizia di oggi, 6 maggio, della scomparsa di un grande, grandissimo fantasista del calcio italiano degli anni \u201970, \u201980 e \u201990, e che oggi, ironia della sorte, avrebbe fatto comodo alla nostra Nazionale (a corto di geniali numeri 10) &#8211; lui che in Nazionale maggiore non ci ha mai giocato &#8211; Evaristo Beccalossi, data che coincide con altro tragico anniversario, il terremoto in Friuli giusto 50 anni fa (ricordato con una cerimonia alla presenza del Capo dello Stato, Sergio 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