{"id":1083,"date":"2026-06-16T15:24:32","date_gmt":"2026-06-16T15:24:32","guid":{"rendered":"https:\/\/www.meridianoitalia.tv\/meridiano\/2026\/06\/16\/siamo-tutti-migranti-il-papa-l-europa-e-il-mare-che-giudica-la-nostra-civilta\/"},"modified":"2026-06-16T15:24:32","modified_gmt":"2026-06-16T15:24:32","slug":"siamo-tutti-migranti-il-papa-l-europa-e-il-mare-che-giudica-la-nostra-civilta","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.meridianoitalia.tv\/meridiano\/2026\/06\/16\/siamo-tutti-migranti-il-papa-l-europa-e-il-mare-che-giudica-la-nostra-civilta\/","title":{"rendered":"\u00abSiamo tutti migranti\u00bb. Il Papa, l\u2019Europa e il mare che giudica la nostra civilt\u00e0"},"content":{"rendered":"<p><strong>di Gianni Lattanzio<\/strong><br \/><span style=\"color: #ff6600;\"><strong>Nel concludere il suo viaggio in Spagna approdando alle Canarie, il Papa ha scelto non una periferia qualsiasi, ma il punto in cui oggi l\u2019Europa \u00e8 messa pi\u00f9 radicalmente sotto processo: quella frontiera oceanica dove il Mediterraneo e l\u2019Atlantico sembrano prolungarsi l\u2019uno nell\u2019altro per diventare un unico, immenso cimitero senza lapidi. Non \u00e8 una semplice scelta di calendario o di protocollo. \u00c8 un gesto che colloca il baricentro del suo magistero non nei palazzi delle istituzioni, ma su una soglia estrema, dove la promessa europea di dignit\u00e0, diritti e multilateralismo viene misurata contro la realt\u00e0 di barconi rovesciati, corpi senza nome, dossier amministrativi che trasformano volti in fascicoli.<\/strong><\/span><\/p>\n<p>Che questa tappa cada proprio nei giorni in cui entra in vigore il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo conferisce al gesto una densit\u00e0 ulteriore. \u00c8 come se il Pontefice avesse voluto sovrapporre alla cartografia giuridica dell\u2019Unione la geografia concreta delle rotte: Mauritania\u2011Canarie, mille chilometri di Atlantico; Senegal\u2011Canarie, oltre millecinquecento, in mezzo a correnti violente e su scafi improvvisati. Negli ultimi anni decine di migliaia di persone hanno affidato a questa rotta la propria speranza: 64.000 arrivi in Spagna nel 2024, di cui 47.000 alle sole Canarie; circa 3.000 nei primi cinque mesi del 2026, a fronte di una stima di oltre 1.300 morti tra il 2024 e il 2025. La diminuzione numerica non coincide con una diminuzione del rischio: semplicemente, una parte pi\u00f9 grande della sofferenza rimane invisibile, inghiottita dal mare, dalle sabbie dei deserti di transito, da frontiere spostate sempre pi\u00f9 lontano dallo sguardo europeo.<br \/>Nel campo di accoglienza di Las Ra\u00edces, ex base militare trasformata in centro per le \u201cprime arrivate\u201d, il Papa entra in un luogo che concentra simbolicamente il rovesciamento della nostra grammatica politica. Le baracche, le tende, le file per il cibo e per i documenti raccontano una storia diversa da quella delle aule parlamentari: qui le categorie astratte \u2013 \u201cmigrante irregolare\u201d, \u201crichiedente asilo\u201d, \u201crimpatriabile\u201d \u2013 si incarnano nel giovane gambiano che ha passato sette giorni in mare per inseguire il sogno di giocare a calcio; nel ragazzo marocchino che al secondo tentativo di traversata vede morire venti compagni; nella donna latinoamericana che, dopo aver perso la casa, sperimenta la nudit\u00e0 assoluta di non avere n\u00e9 un letto n\u00e9 un piatto. \u00c8 a loro che il Papa rivolge quella frase destinata a restare: \u00abTutti, in qualche modo, siamo migranti\u00bb. Non \u00e8 un espediente sentimentale. \u00c8 un atto di decostruzione: la nostra pretesa di stabilit\u00e0, di identit\u00e0 compiuta e \u201cdifendibile\u201d viene messa in crisi dalla consapevolezza che l\u2019uomo \u00e8, per sua natura, un essere in esodo, un pellegrino che non possiede definitivamente n\u00e9 la terra n\u00e9 la storia.<br \/>Da questa antropologia pellegrina scaturisce un\u2019etica che rifiuta tanto la retorica buonista quanto il cinismo difensivo. Da un lato, il Papa mette in guardia da una \u201caccoglienza\u201d che si esaurisce in gesti emergenziali, senza strutture di integrazione, destinata a produrre nuovi ghetti, nuove marginalit\u00e0, nuovi risentimenti. Dall\u2019altro, smonta l\u2019idea che la sicurezza possa essere costruita trasformando le frontiere in zone di sospensione del diritto, dove tutto \u00e8 lecito purch\u00e9 il problema resti lontano. La sua proposta \u00e8 infinitamente pi\u00f9 esigente: l\u2019integrazione come cammino reciproco, in cui chi arriva e chi accoglie si trasformano insieme. Le comunit\u00e0 devono offrire lingua, lavoro, protezione giuridica, reti di relazione; i migranti sono chiamati a imparare la lingua del Paese che li ospita, a rispettarne le leggi, a conoscerne le usanze, a partecipare alla vita comune, portando in dono la propria storia, le proprie competenze, la propria fede. Non c\u2019\u00e8 spazio n\u00e9 per l\u2019assimilazione che cancella le differenze, n\u00e9 per la proliferazione di mondi paralleli che si ignorano o si temono: l\u2019obiettivo \u00e8 un \u201cnoi pi\u00f9 grande\u201d, capace di allargarsi senza dissolversi.<br \/>Il punto di massima torsione morale del discorso papale \u00e8 il riferimento ai \u201ccimiteri del Mediterraneo e dell\u2019Atlantico\u201d. In quelle parole riecheggia Lampedusa, con il suo molo Favaloro, le barche bruciate dal carburante, i corpi avvolti nei sacchi bianchi, ma anche la rotta atlantica delle Canarie, con i suoi scafi carbonizzati spiaggiati sulle coste, le bare allineate nei capannoni, i nomi mai registrati. Il mare, nella tradizione cristiana, \u00e8 insieme luogo di vita e abisso di caos. Oggi esso \u00e8 diventato lo specchio della nostra civilt\u00e0: da un lato, sofisticati sistemi di sorveglianza, accordi bilaterali, missioni di pattugliamento, partenariati con Paesi terzi incaricati di bloccare le partenze; dall\u2019altro, la scelta implicita di considerare una certa quota di morte come \u201ccosto collaterale\u201d della gestione dei confini. Ogni corpo restituito dalle onde, ogni naufragio rimasto senza soccorso, \u00e8 un atto d\u2019accusa contro un continente che ha inscritto la dignit\u00e0 umana nelle sue carte fondamentali, ma accetta che qualcosa di essenziale si sospenda appena oltre la linea delle acque territoriali.<br \/>\u00c8 proprio qui che entra in gioco il tema, decisivo, della giustizia climatica. Le persone che affrontano il Mediterraneo o l\u2019Atlantico non fuggono solo da guerre e dittature, ma sempre pi\u00f9 spesso da dinamiche che hanno al centro la crisi ecologica. Il bacino mediterraneo si riscalda pi\u00f9 della media globale: siccit\u00e0 persistenti, stress idrico, salinizzazione dei suoli, crisi della pesca stanno erodendo i presupposti stessi della vita in vaste regioni del Nord Africa e del Medio Oriente. Nel Sahel, la combinazione di piogge irregolari, desertificazione, degrado dei pascoli e crescita demografica ha trasformato la mobilit\u00e0, da fenomeno stagionale incardinato in cicli di pastorale e agricoltura, in necessit\u00e0 permanente. Intorno a laghi che si restringono, a campagne che non producono pi\u00f9, a citt\u00e0 che non riescono ad assorbire l\u2019esodo rurale, si moltiplicano conflitti per le risorse, forme di violenza e insicurezza che a loro volta generano sfollamenti interni e regionali. Solo una minoranza di queste persone tenter\u00e0 il salto verso l\u2019Europa; ma quella minoranza \u00e8 il segmento pi\u00f9 esposto, pi\u00f9 vulnerabile, e pi\u00f9 visibile mediaticamente delle mobilit\u00e0 climatiche.<br \/>Se si amplia l\u2019inquadratura, il Mediterraneo e l\u2019Atlantico canario appaiono come l\u2019ultimo tratto di una lunga catena. All\u2019origine ci sono comunit\u00e0 agricole e costiere che perdono l\u2019acqua, il suolo fertile, le risorse ittiche; c\u2019\u00e8 la distruzione lenta dei presupposti materiali della stanzialit\u00e0. In mezzo, ci sono migrazioni interne, transiti nel Sahel, insediamenti informali nelle periferie urbane di Dakar, Nouakchott, Tripoli, Tunisi. Alla fine, ci sono le partenze notturne, le rotte affidate a GPS di fortuna e a trafficanti che hanno trasformato la disperazione in un business transnazionale. \u00c8 qui che la nozione di giustizia climatica diventa inevitabile: chi ha contribuito meno all\u2019accumulo di gas serra paga il prezzo pi\u00f9 alto in termini di perdita di mezzi di sostentamento, insicurezza alimentare, migrazione forzata; chi ha beneficiato per decenni di un modello di sviluppo ad alta intensit\u00e0 energetica dispone oggi di infrastrutture, capitale e potere per proteggere i propri territori, ma spesso preferisce investire in barriere e esternalizzazione dei controlli piuttosto che in adattamento condiviso.<br \/>In questo scenario, la frase papale sul \u201cdiritto a non emigrare\u201d assume una valenza politica precisa. Non si tratta di un invito implicito a \u201crestare a casa propria\u201d a qualunque costo, come certa retorica sovranista vorrebbe piegarla. Al contrario, \u00e8 il richiamo a un ordine internazionale in cui nessuno sia costretto a lasciare la propria terra per sopravvivere. Perch\u00e9 questo diritto sia qualcosa di pi\u00f9 di un\u2019affermazione di principio, servono politiche che affrontino le cause strutturali della migrazione forzata: sostegno a sistemi idrici resilienti, cooperazione agro\u2011ecologica, rafforzamento delle economie locali, protezione sociale, riforma di relazioni commerciali che oggi spesso schiacciano i produttori del Sud su posizioni subordinate. La giustizia climatica, in altri termini, chiede all\u2019Europa di spostare il baricentro: dalla gestione emergenziale di chi \u00e8 gi\u00e0 in mare alla corresponsabilit\u00e0 per ci\u00f2 che accade ben prima che qualcuno veda l\u2019orizzonte delle nostre coste.<br \/>Le parole del Papa alle Canarie, cos\u00ec lette, non riguardano soltanto il \u201ccome\u201d accogliere, ma il \u201ccome\u201d governare la transizione ecologica. Il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo \u00e8 una prova cruciale in questo senso. Se diventer\u00e0 principalmente una macchina pi\u00f9 efficiente di selezione e respingimento \u2013 procedure accelerate alle frontiere, estensione degli screening, accordi con Paesi terzi perch\u00e9 fungano da \u201czone cuscinetto\u201d \u2013 l\u2019Unione potr\u00e0 forse vantare numeri pi\u00f9 bassi agli sbarchi, ma al prezzo di spostare la sofferenza altrove, fuori campo, e di alimentare le stesse rotte della morte che dice di voler spezzare. Se invece riuscir\u00e0 a integrare nel suo impianto strumenti reali di solidariet\u00e0 interna, corridoi umanitari, canali legali di ingresso per lavoro e studio, e soprattutto una politica esterna coerente con gli obiettivi climatici e di sviluppo, allora Mediterraneo e Atlantico potranno lentamente smettere di essere luoghi di espulsione e selezione di vite e tornare a essere spazi di scambio ordinato.<br \/>La denuncia delle mafie dei \u201cviaggi della morte\u201d si colloca precisamente su questo crinale. Quando il Papa, in piazza del Cristo de La Laguna, si rivolge direttamente ai trafficanti \u2013 \u201cFermatevi. Convertitevi. Per ogni vita perduta, ogni famiglia ingannata, ogni corpo sottomesso, ogni donna minacciata, ogni lavoratore sfruttato, dovrete comparire davanti alla giustizia divina\u201d \u2013 non parla solo a individui criminali. Parla a un sistema che prospera sui vuoti di governance, sulle contraddizioni delle politiche pubbliche, sullo scarto tra il discorso dei diritti e la pratica della chiusura. L\u2019anatema non \u00e8 disgiunto dall\u2019appello agli Stati: combattere le mafie del mare significa aprire vie legali, garantire soccorso, costruire alternative credibili alla clandestinit\u00e0 strutturale. Altrimenti, ogni irrigidimento dei confini sar\u00e0 per i trafficanti una nuova opportunit\u00e0 di profitto.<br \/>Un altro tratto significativo del discorso papale \u00e8 la lettura delle paure locali. Le Canarie, come Lampedusa, vivono un paradosso: terre storicamente di emigrazione, oggi diventate \u201csentinelle\u201d di un\u2019Europa che chiede loro di filtrare e assorbire pressioni globali che non ha saputo o voluto governare a monte. Molti canari lo dicono senza giri di parole: \u201cQui non ci sta pi\u00f9 nessuno, siamo saturi\u201d. Il Papa non liquida queste parole come puro egoismo. \u00c8 consapevole che il risentimento \u00e8 il prodotto di una sensazione di abbandono: comunit\u00e0 periferiche chiamate a farsi carico di dinamiche globali senza adeguato sostegno. Proprio per questo insiste sulla necessit\u00e0 che l\u2019accoglienza non resti confinata alle isole di frontiera, ma diventi responsabilit\u00e0 diffusa, distribuita tra regioni e Stati, con meccanismi europei vincolanti di ricollocazione, sostegno finanziario e accompagnamento.<br \/>Infine, c\u2019\u00e8 un messaggio alla Chiesa, che tocca una dimensione interna ma con ricadute pubbliche. Il Papa mette in guardia da un cattolicesimo \u201cassistenzialista\u201d, che si accontenta di distribuire qualche pasto caldo e qualche coperta senza mettere in discussione le strutture che producono esclusione, e senza offrire alle persone una vera appartenenza comunitaria. \u201cL\u2019accoglienza apre la porta, l\u2019integrazione aiuta a varcare la soglia\u201d, ripete. Chi arriva nelle nostre parrocchie ha bisogno di pane, di un tetto, di lingua, di lavoro e di protezione, ma anche di una comunit\u00e0 capace di proporre, con rispetto, un senso, un annuncio, una speranza. Una Chiesa che accoglie deve anche lasciarsi evangelizzare dai poveri, riconoscendo la sapienza che abita nelle loro ferite: \u00e8 un rovesciamento che ha implicazioni culturali profonde, perch\u00e9 spezza la divisione tra chi \u201cdona\u201d e chi \u201criceve\u201d e disegna una fraternit\u00e0 pi\u00f9 simmetrica.<br \/>Alla fine, sull\u2019isola atlantica come sul molo mediterraneo, la questione \u00e8 sempre la stessa: che civilt\u00e0 vogliamo essere? Una civilt\u00e0 che considera i morti in mare una fatalit\u00e0 del nostro tempo, magari deplorandoli a parole ma incorporandoli nella normalit\u00e0, o una civilt\u00e0 che si lascia ancora inquietare al punto da riorientare le proprie politiche, le proprie economie, le proprie relazioni internazionali? La giustizia climatica, la dignit\u00e0 dei migranti, il rispetto delle leggi, l\u2019integrazione come responsabilit\u00e0 reciproca, il rifiuto dei \u201ccimiteri del mare\u201d non sono capitoli separati: compongono un\u2019unica domanda rivolta all\u2019Europa. Il Papa, scegliendo le Canarie come punto di approdo, ha semplicemente portato questa domanda l\u00ec dove non \u00e8 pi\u00f9 possibile distogliere lo sguardo: sulla linea sottile in cui la terra finisce e comincia il mare, e dove ogni barca che arriva \u2013 o che non arriva \u2013 ci interroga su che cosa intendiamo oggi per umanit\u00e0.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><strong>di Gianni Lattanzio<\/strong><br \/><span style=\"color: #ff6600;\"><strong>Nel concludere il suo viaggio in Spagna approdando alle Canarie, il Papa ha scelto non una periferia qualsiasi, ma il punto in cui oggi l\u2019Europa \u00e8 messa pi\u00f9 radicalmente sotto processo: quella frontiera oceanica dove il Mediterraneo e l\u2019Atlantico sembrano prolungarsi l\u2019uno nell\u2019altro per diventare un unico, immenso cimitero senza lapidi. 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