{"id":1088,"date":"2026-06-19T20:13:53","date_gmt":"2026-06-19T20:13:53","guid":{"rendered":"https:\/\/www.meridianoitalia.tv\/meridiano\/2026\/06\/19\/precauzione-mercosur-e-il-destino-del-commercio-globale\/"},"modified":"2026-07-13T20:23:51","modified_gmt":"2026-07-13T20:23:51","slug":"precauzione-mercosur-e-il-destino-del-commercio-globale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.meridianoitalia.tv\/meridiano\/2026\/06\/19\/precauzione-mercosur-e-il-destino-del-commercio-globale\/","title":{"rendered":"Precauzione, Mercosur e il destino del commercio globale"},"content":{"rendered":"<p><strong>di Gianni Lattanzio<\/strong><\/p>\n<p><span style=\"color: #ff6600;\"><strong>C\u2019\u00e8 una parola che negli ultimi decenni \u00e8 uscita dai lessici specialistici del diritto ambientale per insinuarsi nel cuore stesso della politica contemporanea, fino a toccare la tavola dei consumatori, la vita degli agricoltori, le strategie delle imprese e perfino il modo in cui immaginiamo il futuro del pianeta. Questa parola \u00e8 \u201cprecauzione\u201d. A prima vista pu\u00f2 sembrare un termine sobrio, quasi dimesso, figlio di una cultura della prudenza che rifugge gli entusiasmi e frena gli slanci. Eppure, osservata da vicino, la precauzione \u00e8 molto pi\u00f9 di un atteggiamento prudenziale: \u00e8 una delle categorie decisive attraverso cui il nostro tempo sta cercando di ridefinire il rapporto tra libert\u00e0 economica, sapere scientifico, responsabilit\u00e0 pubblica e tutela dei beni comuni. Non \u00e8 un caso che essa sia divenuta uno dei punti pi\u00f9 delicati nel dibattito sull\u2019accordo tra Unione europea e Mercosur, uno dei pi\u00f9 vasti e controversi accordi commerciali della storia recente, che la Commissione presenta come capace di ampliare gli scambi preservando al contempo gli standard europei in materia di salute, sicurezza alimentare e ambiente.<\/strong><\/span><\/p>\n<p>Per comprendere davvero la posta in gioco occorre liberarsi da una rappresentazione troppo angusta del commercio internazionale. Per lungo tempo lo si \u00e8 raccontato come uno spazio quasi meccanico, regolato da una razionalit\u00e0 apparentemente neutra: ridurre dazi, abbattere ostacoli, favorire la circolazione delle merci, aumentare l\u2019efficienza complessiva del sistema. In questa narrazione il mercato appariva come una infrastruttura della modernit\u00e0, e il diritto come il suo custode tecnico. Ma negli ultimi decenni quella visione si \u00e8 incrinata. Le crisi ambientali, gli scandali sanitari, la perdita di biodiversit\u00e0, la pressione crescente sulle risorse naturali e la consapevolezza della fragilit\u00e0 degli ecosistemi hanno reso evidente che il commercio non \u00e8 mai neutro. Ogni filiera mette in relazione territori lontani, modelli produttivi differenti, regimi normativi diseguali e, soprattutto, diversi modi di distribuire costi e benefici dello sviluppo. In questo scenario il principio di precauzione \u00e8 emerso come una risposta alla crisi della vecchia fiducia lineare nel progresso tecnico: non si pu\u00f2 pi\u00f9 attendere la prova definitiva del danno quando il danno, una volta manifestato, rischia di essere irreversibile.<\/p>\n<p>Qui si coglie uno dei passaggi pi\u00f9 affascinanti della sua evoluzione storica e teorica. La modernit\u00e0 giuridica era cresciuta nell\u2019idea che il rischio dovesse essere prima conosciuto, poi misurato e soltanto dopo regolato. Il paradigma era quello della prevenzione: il danno \u00e8 probabile, lo si dimostra, lo si governa. La precauzione, invece, nasce quando questo schema non basta pi\u00f9. Essa entra in scena nel momento in cui la scienza, pur restando indispensabile, non \u00e8 ancora in grado di offrire certezze conclusive, mentre l\u2019inerzia della decisione pubblica pu\u00f2 trasformarsi in corresponsabilit\u00e0 rispetto a un danno futuro. In tal senso la precauzione non \u00e8 il rovescio antiscientifico della razionalit\u00e0, ma la sua metamorfosi in un tempo di incertezza. \u00c8 la presa d\u2019atto che, nelle societ\u00e0 ad alta complessit\u00e0 tecnologica, non tutto ci\u00f2 che conta pu\u00f2 essere dimostrato nel momento in cui si deve decidere. E dunque la politica, il diritto, le istituzioni non possono nascondersi dietro il paravento della prova mancante.<\/p>\n<p>L\u2019Unione europea ha fatto di questa intuizione un tratto distintivo del proprio ordinamento. Nel diritto dell\u2019Unione il principio di precauzione si \u00e8 progressivamente consolidato come criterio di azione pubblica, dapprima nel settore ambientale e poi, sempre pi\u00f9 chiaramente, nella sicurezza alimentare, nella tutela dei consumatori, nella disciplina fitosanitaria e nella gestione dei rischi sanitari. In questa traiettoria l\u2019Europa ha costruito un\u2019immagine di s\u00e9 che va oltre l\u2019essere un semplice spazio di scambio: si \u00e8 presentata come comunit\u00e0 politica che accetta la logica del mercato soltanto entro il perimetro di garanzie elevate per la persona, per la salute collettiva e per l\u2019ambiente. Vi \u00e8, in fondo, un tratto quasi costituzionale in questa scelta: il mercato non \u00e8 concepito come un assoluto, ma come un mezzo che deve restare subordinato alla tutela di beni indisponibili. La precauzione diviene allora il segno di una civilt\u00e0 giuridica che non vuole essere costretta a scegliere tra apertura e protezione, ma ambisce a ordinare la prima alla seconda.<\/p>\n<p>E tuttavia proprio qui si addensano le ambiguit\u00e0 pi\u00f9 interessanti. Perch\u00e9 il principio di precauzione, mentre si afferma come presidio di responsabilit\u00e0, viene anche sottoposto a critiche di segno opposto. Da un lato vi \u00e8 chi lo considera una clausola troppo elastica, capace di frenare innovazioni utili e di offrire una giustificazione permanente a politiche restrittive. Dall\u2019altro vi \u00e8 chi osserva come, una volta entrato stabilmente nei testi normativi e nei documenti programmatici, esso corra il rischio di essere addomesticato: evocato solenemente, ma applicato in modo intermittente, selettivo, spesso subordinato a convenienze economiche o diplomatiche. In questo paradosso si riflette il destino di molte categorie forti del pensiero contemporaneo: quando nascono appaiono dirompenti, quasi eversive rispetto all\u2019ordine esistente; quando si istituzionalizzano, acquistano forza giuridica ma rischiano di perdere intensit\u00e0 critica. La precauzione \u00e8 oggi sospesa fra questi due poli, fra il pericolo del massimalismo e quello della neutralizzazione burocratica.<\/p>\n<p>Il caso del Mercosur rende questa tensione straordinariamente concreta. L\u2019accordo tra l\u2019UE e i quattro Paesi del blocco sudamericano viene presentato come un\u2019intesa strategica, capace di rafforzare il legame economico e politico tra Europa e America latina, di creare nuove opportunit\u00e0 commerciali e di consolidare la presenza europea in un\u2019area decisiva nel nuovo equilibrio globale. Non si tratta solo di esportazioni e importazioni: in gioco vi sono la capacit\u00e0 dell\u2019Europa di competere in un mondo frammentato, la necessit\u00e0 di non lasciare il campo ad altre potenze regolatorie e il tentativo di costruire una sfera di cooperazione pi\u00f9 ampia in una stagione segnata dal ritorno del protezionismo e dalla crisi del multilateralismo. Ma pi\u00f9 l\u2019accordo si presenta come geopoliticamente rilevante, pi\u00f9 cresce il timore che i principi evocati per legittimarlo finiscano per essere piegati alla ragion di convenienza.<\/p>\n<p>Il punto sensibile, naturalmente, \u00e8 quello agricolo e ambientale. Le critiche che hanno accompagnato il dossier Mercosur non provengono soltanto da settori protezionisti o da riflessi corporativi. Esse toccano una questione reale: come conciliare l\u2019apertura verso grandi esportatori agroalimentari con la difesa di standard elevati in materia di qualit\u00e0, sicurezza, uso di pesticidi, benessere animale e tutela degli ecosistemi? La Commissione europea risponde affermando che l\u2019accordo non abbassa gli standard dell\u2019Unione e che i prodotti importati dovranno continuare a rispettare integralmente le norme europee; nei materiali ufficiali viene inoltre ribadito che il principio di precauzione \u00e8 incluso nell\u2019intesa e consente alle parti di agire per proteggere salute e ambiente anche in condizioni di incertezza scientifica. Questa affermazione \u00e8 di grande rilievo, perch\u00e9 segnala che l\u2019UE non intende rinunciare, almeno sul piano formale, alla propria identit\u00e0 regolatoria.<\/p>\n<p>Ma qui il problema diventa pi\u00f9 sottile. Inserire il principio di precauzione in un accordo commerciale non significa automaticamente garantirne la piena efficacia. La storia del diritto internazionale insegna che tra l\u2019enunciazione di un principio e la sua concreta operativit\u00e0 si apre spesso uno spazio di contesa interpretativa, nel quale agiscono gli interessi economici, i meccanismi di soluzione delle controversie, le pressioni diplomatiche e la diversa intensit\u00e0 politica con cui le parti decidono di difendere le proprie clausole valoriali. Per questo il caso Mercosur \u00e8 tanto rilevante: esso non riguarda soltanto ci\u00f2 che l\u2019accordo dichiara, ma ci\u00f2 che consentir\u00e0 davvero di fare quando si presenteranno conflitti tra esigenze di liberalizzazione e tutela di beni pubblici. Se, di fronte a rischi seri di deforestazione, di alterazione delle filiere o di impiego di sostanze non compatibili con gli standard europei, l\u2019Unione sapr\u00e0 intervenire con coerenza, allora il principio di precauzione acquister\u00e0 credibilit\u00e0 anche come norma del commercio globale. Se invece esso rester\u00e0 confinato in formule rassicuranti, mentre la logica prevalente sar\u00e0 quella dell\u2019espansione degli scambi a ogni costo, la fiducia dei cittadini europei nelle grandi intese commerciali subir\u00e0 un ulteriore logoramento.<\/p>\n<p>\u00c8 qui che il discorso si fa inevitabilmente culturale, prima ancora che giuridico. La vicenda del Mercosur mostra che l\u2019economia internazionale non \u00e8 pi\u00f9 interpretabile attraverso la sola categoria dell\u2019efficienza. Ogni accordo porta con s\u00e9 una visione implicita dell\u2019uomo, della natura, del limite. Se si ritiene che l\u2019ambiente sia un semplice fattore esterno da compensare successivamente, allora la precauzione apparir\u00e0 come un impaccio, una resistenza alla piena valorizzazione del mercato. Se invece si riconosce che il danno ecologico, una volta superata una certa soglia, produce effetti irreversibili non solo sulla biodiversit\u00e0 ma sulla stessa giustizia tra generazioni, allora la precauzione smette di essere un freno e diventa una forma superiore di razionalit\u00e0 politica. In questo senso essa pone una domanda etica radicale: fino a che punto \u00e8 legittimo trasformare l\u2019incertezza in profitto, trasferendo sui pi\u00f9 deboli, sui territori periferici o sul futuro i costi nascosti della crescita presente?<\/p>\n<p>Non sorprende, dunque, che attorno a questo principio si giochi anche una partita geopolitica. L\u2019Europa, utilizzando il proprio mercato come leva per diffondere regole, esercita una forma di potere normativo che la distingue da altre grandi potenze pi\u00f9 inclini a concepire il commercio come proiezione diretta della forza economica o strategica. Tuttavia, perch\u00e9 questo potere sia percepito come legittimo e non come puro unilateralismo, \u00e8 necessario che esso si traduca in una proposta credibile di universalizzazione. In altre parole, il principio di precauzione non pu\u00f2 restare una peculiarit\u00e0 autoreferenziale dell\u2019ordinamento europeo. Se vuole davvero incidere sull\u2019ordine internazionale, deve avviarsi verso una codificazione condivisa, capace di precisarne i contenuti minimi, di delimitare i margini di discrezionalit\u00e0 e di distinguere con maggiore chiarezza tra tutela autentica e protezionismo mascherato.<\/p>\n<p>Questa esigenza di codificazione condivisa \u00e8 forse il punto pi\u00f9 importante e, allo stesso tempo, il pi\u00f9 trascurato nel dibattito pubblico. In assenza di criteri comuni, il principio di precauzione resta esposto a una duplice fragilit\u00e0. Da un lato pu\u00f2 essere contestato come arbitrario da chi privilegia un\u2019idea strettamente mercatista degli scambi; dall\u2019altro pu\u00f2 essere usato in modo opportunistico da Stati o blocchi che lo invocano solo quando coincide con interessi interni di breve periodo. Una disciplina internazionale pi\u00f9 chiara dovrebbe almeno stabilire quali condizioni scientifiche minime rendono plausibile l\u2019intervento precauzionale, come si misura la proporzionalit\u00e0 delle restrizioni, quali obblighi di revisione periodica devono accompagnarle e quali meccanismi di controllo evitano derive discriminatorie. Non sarebbe la vittoria di una visione ideologica sull\u2019altra, ma il tentativo di dare una grammatica condivisa all\u2019incertezza, sottraendola tanto alla deregulation quanto al sospetto permanente.<\/p>\n<p>Il Mercosur, sotto questo profilo, pu\u00f2 diventare un precedente decisivo. Non perch\u00e9 da solo risolva il problema, ma perch\u00e9 costringe l\u2019Europa a misurarsi con s\u00e9 stessa. Se davvero l\u2019Unione vuole presentarsi come attore globale capace di tenere insieme commercio, sostenibilit\u00e0 e tutela dei consumatori, dovr\u00e0 dimostrare che tali parole non sono meri ornamenti di legittimazione, ma criteri ordinatori della sua azione esterna. La credibilit\u00e0 dell\u2019Europa non dipender\u00e0 tanto dalla solennit\u00e0 delle sue dichiarazioni, quanto dalla costanza con cui sapr\u00e0 difendere, anche nei momenti di pressione geopolitica, il nesso tra apertura dei mercati e protezione dei beni pubblici. \u00c8 sempre qui, in fondo, che si misura la qualit\u00e0 di una civilt\u00e0 giuridica: non nelle formule che proclama quando tutto \u00e8 facile, ma nei limiti che si impone quando la convenienza suggerirebbe di fare il contrario.<\/p>\n<p>Per questo il principio di precauzione, cos\u00ec spesso liquidato come tecnicismo da addetti ai lavori, parla in realt\u00e0 del modo in cui una societ\u00e0 sceglie di stare nel mondo. Parla della soglia oltre la quale il profitto non pu\u00f2 pi\u00f9 essere l\u2019unico criterio di decisione. Parla della capacit\u00e0 di una comunit\u00e0 politica di assumersi responsabilit\u00e0 non solo verso i cittadini presenti, ma verso coloro che verranno. Parla, infine, del fatto che il commercio internazionale non \u00e8 soltanto una rete di scambi, ma un campo nel quale si decide quale idea di progresso vogliamo ancora difendere. Se l\u2019Europa sapr\u00e0 mantenere fede a questo compito, il principio di precauzione potr\u00e0 smettere di apparire come un privilegio regolatorio del vecchio continente e diventare una delle colonne di un diritto commerciale internazionale pi\u00f9 maturo, pi\u00f9 trasparente e pi\u00f9 giusto. Se invece prevarr\u00e0 la tentazione di trattarlo come una clausola elastica, da evocare o sacrificare secondo opportunit\u00e0, allora non avremo solo impoverito un principio giuridico: avremo reso pi\u00f9 fragile l\u2019idea stessa che la globalizzazione possa ancora essere governata in nome della dignit\u00e0 della persona, della tutela della natura e della responsabilit\u00e0 verso il futuro.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><strong>di Gianni Lattanzio<\/strong><\/p>\n<p><span style=\"color: #ff6600;\"><strong>C\u2019\u00e8 una parola che negli ultimi decenni \u00e8 uscita dai lessici specialistici del diritto ambientale per insinuarsi nel cuore stesso della politica contemporanea, fino a toccare la tavola dei consumatori, la vita degli agricoltori, le strategie delle imprese e perfino il modo in cui immaginiamo il futuro del pianeta. Questa parola \u00e8 \u201cprecauzione\u201d. A prima vista pu\u00f2 sembrare un termine sobrio, quasi dimesso, figlio di una cultura della prudenza che rifugge gli entusiasmi e frena gli slanci. Eppure, osservata da vicino, la precauzione \u00e8 molto pi\u00f9 di un atteggiamento prudenziale: \u00e8 una delle categorie decisive attraverso cui il nostro tempo sta cercando di ridefinire il rapporto tra libert\u00e0 economica, sapere scientifico, responsabilit\u00e0 pubblica e tutela dei beni comuni. Non \u00e8 un caso che essa sia divenuta uno dei punti pi\u00f9 delicati nel dibattito sull\u2019accordo tra Unione europea e Mercosur, uno dei pi\u00f9 vasti e controversi accordi commerciali della storia recente, che la Commissione presenta come capace di ampliare gli scambi preservando al contempo gli standard europei in materia di salute, sicurezza alimentare e ambiente.<\/strong><\/span><\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":1172,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"iawp_total_views":4,"footnotes":""},"categories":[22],"tags":[],"class_list":["post-1088","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-geopolitica"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.7 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Precauzione, Mercosur e il destino del commercio globale -<\/title>\n<meta name=\"robots\" content=\"index, follow, max-snippet:-1, max-image-preview:large, max-video-preview:-1\" \/>\n<link rel=\"canonical\" href=\"https:\/\/www.meridianoitalia.tv\/meridiano\/2026\/06\/19\/precauzione-mercosur-e-il-destino-del-commercio-globale\/\" \/>\n<meta property=\"og:locale\" content=\"it_IT\" \/>\n<meta property=\"og:type\" content=\"article\" \/>\n<meta property=\"og:title\" content=\"Precauzione, Mercosur e il destino del commercio globale -\" \/>\n<meta property=\"og:description\" content=\"di Gianni Lattanzio C\u2019\u00e8 una parola che negli ultimi decenni \u00e8 uscita dai lessici specialistici del diritto ambientale per insinuarsi nel cuore stesso della politica contemporanea, fino a toccare la tavola dei consumatori, la vita degli agricoltori, le strategie delle imprese e perfino il modo in cui immaginiamo il futuro del pianeta. Questa parola \u00e8 \u201cprecauzione\u201d. A prima vista pu\u00f2 sembrare un termine sobrio, quasi dimesso, figlio di una cultura della prudenza che rifugge gli entusiasmi e frena gli slanci. Eppure, osservata da vicino, la precauzione \u00e8 molto pi\u00f9 di un atteggiamento prudenziale: \u00e8 una delle categorie decisive attraverso cui il nostro tempo sta cercando di ridefinire il rapporto tra libert\u00e0 economica, sapere scientifico, responsabilit\u00e0 pubblica e tutela dei beni comuni. 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