{"id":193,"date":"2020-09-02T06:48:27","date_gmt":"2020-09-02T06:48:27","guid":{"rendered":"https:\/\/www.meridianoitalia.tv\/meridiano\/2020\/09\/02\/l-italia-che-avrebbe-potuto-essere\/"},"modified":"2020-09-02T06:48:27","modified_gmt":"2020-09-02T06:48:27","slug":"l-italia-che-avrebbe-potuto-essere","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.meridianoitalia.tv\/meridiano\/2020\/09\/02\/l-italia-che-avrebbe-potuto-essere\/","title":{"rendered":"L\u2019Italia che avrebbe potuto essere"},"content":{"rendered":"<p><strong>di Sergio Bellucci<\/strong><\/p>\n<p><em><span style=\"color: #ff0000;\"><strong>Spesso in questi anni si \u00e8 parlato dell\u2019origine del ritardo italiano<\/strong><\/span>. Perch\u00e9 la nostra economia non cresce al ritmo degli altri paesi? Perch\u00e9, pur avendo una saturazione altissima dell\u2019intensit\u00e0 del lavoro umano (con linguaggio antico avremmo detto il livello del suo \u201csfruttamento\u201d), la nostra produttivit\u00e0 non \u00e8 al passo con quella degli altri paesi europei e mondiali? Dove abbiamo accumulato il nostro grande ritardo? Quali sono stati i deficit accumulati e quando c\u2019\u00e8 stata la definitiva inversione di tendenza?<\/em><\/p>\n<p>Certamente sulla storia del nostro paese hanno pesato e pesano fattori macroeconomici e finanziari, come l\u2019aumento progressivo del debito pubblico degli anni \u201980 e il ritardo nel processo di ammodernamento della Pubblica Amministrazione. Due fattori importanti nel differenziarci rispetto ad altri paesi europei. Due fattori che pesano, ancora oggi, come macigni sulla nostra societ\u00e0 e che hanno colpe e radici diverse e risiedono in opzioni di politica economica che, se diedero&nbsp; sostanza al \u201cdecennio d\u2019oro\u201d dei governi pentapartito nell\u2019immediato, condannarono il paese al declino successivo.<\/p>\n<p>Il nostro declino collettivo, per\u00f2, rappresenta una sorta di ossimoro. Questa fase, infatti, poggia su un processo di \u201carricchimento individuale\u201d imparagonabile a quello degli altri paesi e caratterizzato da due fattori: il primo, frutto dei meccanismi della scelta della logica della rendita (la casa, i <em>bot<\/em> \u2013 ve li ricordate i <em>bot-people<\/em>? -, ecc..) che spinsero la societ\u00e0 a svilupparsi intorno all\u2019idea del <em>self-made-man,<\/em> costruito, per\u00f2, sull\u2019esplosione del debito pubblico. Se lo Stato si indebitava, quelle stesse risorse divenivano una \u201cricchezza privata\u201d che poggiava (e poggia ancora) per una parte consistente proprio sulle stesse persone. Con la differenza che mentre la \u201cricchezza\u201d &#8211; che andava a favorire o la rendita o l\u2019esplosione delle micro-attivit\u00e0 imprenditoriali \u2013 \u00e8 fortemente concentrata socialmente, il debito poggia, in maniera privilegiata sul lavoro salariato che paga le tasse alla fonte e, cio\u00e8, sulla parte meno protetta della societ\u00e0. Una grande \u201cmagia illusionistica\u201d di quel meccanismo di accumulazione che, ancora oggi, ci fa vedere lucciole per lanterne e contribuisce al mantenimento di una \u201cillusione\u201d sistemica che fa credere alle persone di vivere una realt\u00e0 diversa dalla sua concretezza materiale. E questa gigantesca illusione fu sostenuta attraverso un meccanismo ad esso intrecciato che rappresenta il secondo punto: il sostegno (diretto, indiretto, legale, a-legale, talvolta illegale o fraudolento) ad attivit\u00e0 imprenditoriali micro, difficilmente controllabili, con una infinit\u00e0 di trattamenti sociali, fiscali ed economici differenziati che costruirono una <em>economia ad-personam<\/em>, in cui ogni singolo individuo fu invogliato a percepirsi come un agente economico autonomo il cui limite (da superare in maniera \u201cobbligata\u201d) risiedeva solo nel controllo statuale delle \u201cregole\u201d e del fisco.<\/p>\n<p>L\u2019illusione era, ed \u00e8, quella del \u201cfarsi da solo\u201d, della micro attivit\u00e0 economica che spesso non aveva n\u00e9 la capitalizzazione, n\u00e9 le competenze, n\u00e9 la strategia per farsi vera \u201cimpresa\u201d; che viveva, spessissimo, di una singola macro commessa \u2013 che lo caratterizzava solo come una esternalit\u00e0 lavorativa di un ciclo produttivo pensato e gestito al di fuori delle proprie possibilit\u00e0 imprenditoriali \u2013 che lo caratterizzava pi\u00f9 come un fattore di \u201cesternalizzazione\u201d che di \u201cimprenditorialit\u00e0\u201d nascente; che si basava sulla solleticazione dell\u2019individualismo anarchico tipico della cultura nazionale e sull\u2019autoconvincimento di essersi fatti da se. &nbsp;<\/p>\n<p>Fu il modello socio-culturale che Berlusconi conosceva benissimo come imprenditore e che incarn\u00f2 e rilanci\u00f2 politicamente; condannando il paese al definitivo declino. La metafora della formica e della cicala anticipava ampiamente il nostro destino di cui, ancora oggi, ci facciamo vanto: un grande debito pubblico a favore di un\u2019accumulazione privatistica; la rottura dell\u2019intervento pubblico nella costruzione di politiche industriali capaci di reggere il confronto con i processi di globalizzazione che si facevano sempre pi\u00f9 forti, la rincorsa ai processi di liberalizzazione e privatizzazione che, in presenza di uno smantellamento delle partecipazioni statali, dell\u2019indebolimento delle imprese nazionali strategiche e del sostegno al modello socio-economico del \u201cpiccolo \u00e8 bello\u201d. Tutte cose che, in questi anni, hanno impedito di progettare e costruire il nostro futuro.<\/p>\n<p>Furono gli anni, quelli del decennio \u201990, in cui le scelte politiche strategiche vennero meno o meglio, quelli in cui la politica scelse di lasciar fare al \u201cmercato\u201d. Furono gli anni in cui la vecchia sinistra scopriva il mercato (e indicava gli orizzonti di privatizzazione e di liberalizzazione come gli obiettivi strategici delle politiche economiche, demonizzando le \u201cpolitiche industriali\u201d) e le destre (vecchie e nuove) attaccavano le sinistre perch\u00e9 non facevano presto a smantellare le vecchie aziende pubbliche o non lo facevano \u201cfino in fondo\u201d.<\/p>\n<p>La lotta, si pu\u00f2 dire, era sulla coerenza al \u201cprogetto\u201d, ma il progetto era lo stesso.<\/p>\n<p>E questo \u00e8 rintracciabile ancora oggi, almeno sulle scelte non di superficie della politica economica.<\/p>\n<p>Pochissimi provarono a tentare di far ragionare il sistema politico delle implicazioni di fondo di tali opzioni. E quei pochi vennero accusati di \u201cideologismo\u201d, di essere \u201cresidui\u201d di un passato che andava cancellato e seppellito: la \u201cmano invisibile del mercato\u201d avrebbe risolto ogni cosa. Molti sono oggi impegnati a sostenere tesi contrarie (sia a destra come a sinistra), ma facendo finta che non ci sia il ricordo delle loro posizioni.<\/p>\n<p>A nulla valse, a quel tempo, far notare come in Francia e in Germania, ad esempio, le scelte dei governi andassero da un\u2019altra parte, che i governi difendevano le loro industrie strategiche, i settori pubblici (forse non arcaici come i nostri, certo, ma non molto differenti in fondo) e quelli ad alta occupazione. Nessuno ricorda, ora, che la Francia, seguendo le scelte di politica economica che la sinistra italiana indicava come strategica per affrontare la crisi, decise la riduzione di orario a parit\u00e0 di salario e fu lasciata sola, proprio dall\u2019Italia, dopo la caduta del primo governo Prodi. Anzi, che ne fu la vera causa. E che il successivo governo socialdemocratico tedesco rinunci\u00f2, proprio per quella inaspettata \u201csolitudine\u201d, ad attuare la stessa scelta che pur aveva annunciato durante la campagna elettorale. Forse, se si fosse chiuso l\u2019asse italo-franco-tedesco, foriero di un\u2019innovativa idea di politica industriale in Europa, non ci saremmo trovati con la vittoria dell\u2019impostazione blairiana della terza via, risparmiando alla Gran Bretagna il proseguimento delle politiche thatcheriane sotto il vessillo del partito labourista e la sponda del governo di Londra agli USA per il via libera al disastro, umanitario e politico, della seconda Guerra del Golfo. Sponda di cui lo stesso Blair dovette scusarsi per l\u2019inganno perpetrato al suo popolo e al mondo intero. Forse ci saremmo risparmiati molte cose di questi primi venti anni del secondo millennio\u2026<\/p>\n<p>Erano gli anni delle grandi scelte. Il momento di decidere da quale parte stare. La Storia, infatti, costruisce delle vere e proprie biforcazioni, degli appuntamenti in cui si deve decidere, come nel racconto borgesiano <em>Il Giardino dei sentieri che si biforcano<\/em>, come schierarsi. Non sempre ci\u00f2 appare evidente ai pi\u00f9, o si riesce a valutare la complessit\u00e0 del quadro, delle implicazioni delle scelte che si compiono, delle dinamiche a cui ci si oppone o che si rafforzano.<\/p>\n<p>La mia riflessione di oggi parte da una esperienza personale, la mia lotta contro il processo di privatizzazione e liberalizzazione del settore delle TLC. Privatizzazione e liberalizzazione che tutte le forze politiche e gli schieramenti volevano, con differenze che si misuravano su chi potesse ricavarne vantaggi strategici sul piano politico e su quello finanziario. Sul piano industriale neanche si discuteva: si pensava che il \u201cmercato\u201d avrebbe risolto tutto. Tutte le forze politiche erano d\u2019accordo, tranne Rifondazione Comunista in cui il sottoscritto dirigeva il Dipartimento responsabile della comunicazione. Molte erano le obiezioni di merito e di metodo che avanzavamo. L\u2019idea della privatizzazione della quarta azienda di telefonia mondiale, quale era la Telecom Italia all\u2019epoca, una azienda che vantava un MOL (Margine Operativo Lordo) che superava i 19.000 miliardi di lire, e che avrebbe declassato quell\u2019impresa e il paese (cosa ampiamente avvenuta); l\u2019affidamento della rete di TLC a mani private (e oggi sappiamo bene cosa significhi in termini di privacy, di controllo politico-sociale e di concorrenza imprenditoriale) \u201cavrebbe consegnato il sistema nervoso di un paese nelle mani di interessi privatistici\u201d; lasciar sviluppare la rete al mercato avrebbe avuto due gravi conseguenze: ritardare l\u2019innovazione dell\u2019infrastrutture e creare quelli che chiamavo allora i \u201csud digitali\u201d, le aree a bassa copertura di rete che avrebbero condannato ad un arretramento nel tasso di sviluppo le imprese e il territorio; la modalit\u00e0 di privatizzazione che di fatto regalava l\u2019azienda consentendo di farla pagare ai subentranti attraverso gli utili della stessa azienda (cosa che ne decret\u00f2 la morte strategica e che era ben chiara fin dall\u2019inizio del processo).<\/p>\n<p>Per anni le autorithy ci hanno dispensato i numeri di quanto avessimo risparmiato con la telefonia privatizzata, che le tariffe erano scese a vantaggio del \u201ccliente\u201d. Oggi vorrei che nel calcolo del costo di quella riduzione delle tariffe ci fosse l\u2019aggiunta di quanto abbiamo pagato in ritardo dal punto di vista dell\u2019aggiornamento industriale, culturale, di quanti punti di PIL \u00e8 costata questa scelta scellerata, di quanti miliardi di euro stiamo mettendo oggi per fare quello che una azienda pubblica avrebbe \u201cprogrammato\u201d e sviluppato in sintonia con decisioni strategiche della politica industriale del paese. Vorrei che si evidenziasse quanto ci coster\u00e0 in termini di interessi sul debito questo passaggio e che qualche \u201ceconomista\u201d sincero rifacesse i calcoli e ci dicesse quanto ha pagato l\u2019Italia per quella scelta. Che qualcuno che lo sa fare ci dicesse quanto \u00e8 costato e ci coster\u00e0, non solo economicamente, l\u2019arretramento strutturale del paese in termini geopolitici e strategici.<\/p>\n<p>Quando si interviene in ambiti strategici, infatti, i calcoli sono complessi e, spesso, la semplificazione e la mancanza di strategia o una strategia miope, producono guasti nel lungo periodo. Era quello che sostenevo con forza quando c\u2019era il primo governo Prodi, con i governi D\u2019Alema e Amato, con i Governi Berlusconi. Ma c\u2019era come un muro invalicabile e omogeneo nella cultura di fondo: la fede che il mercato avrebbe fatto tutto ci\u00f2 che era possibile (e giusto).<\/p>\n<p>Mi opposi duramente a tale processo, non solo in virt\u00f9 dell\u2019idea che solo una collocazione pubblica della infrastruttura di rete di comunicazione potesse corrispondere all\u2019interesse di un governo trasparente e democratico di un paese avanzato, ma che in mancanza di tale scelta il paese sarebbe rimasto bloccato, senza un aggiornamento della sua infrastruttura centrale per la nuova economia che stava per essere investita dalle tecnologie digitali. Guardate come gli USA difendono la loro centralit\u00e0 nel controllo della rete o come la Cina ha costruito su questo la sua strategia globale.<\/p>\n<p>A questo si somm\u00f2, potremmo dire ancora una volta, l\u2019interesse privatistico del centro-destra berlusconiano. L\u2019azienda Mediaset, infatti, proprio in quegli anni stava facendo incetta di frequenze radiotelevisive per estendere il proprio dominio nel settore della diffusione radiotelevisiva. Direttamente o indirettamente ampie (e talvolta maggioritarie) fette dello spettro di diffusione passavano sotto il controllo della azienda del cavaliere anche in virt\u00f9 di regole messe a punto dagli ultimi governi del centro-sinistra, a trazione dell\u2019Udeur cossighiana. La scommessa di Berlusconi fu quella di far emergere una televisione digitale terrestre in ritardo, rispetto agli altri paesi europei, e sotto una situazione di simil-monopolio. Un quadro di investimenti che non poteva consentire l\u2019avvento di una rete di TLC di nuova generazione capace di veicolare il nuovo modello della diffusione dei contenuti audio-video: quello della rete Internet. Una rete veloce, capace di diffondere rapidamente il nuovo modello di intrattenimento che gi\u00e0 si affacciava nel mondo, avrebbe cozzato contro gli investimenti (errati e mal consigliati) del gruppo Mediaset (una azienda \u201canalogica\u201d che non ha ancora compreso cosa significhi la rivoluzione digitale).<\/p>\n<p>Da un lato dello schieramento politico c\u2019era un interesse ad un processo di privatizzazione che avrebbe sperimentato il \u201cmeglio\u201d dell\u2019imprenditoria italica per consegnare, alla fine, al controllo spagnolo di Telefonica, l\u2019azienda gioiello della telecomunicazione italiana, e alla decisone di Renzi di far fare la rete di telecomunicazioni all\u2019azienda pubblica che fa energia.<\/p>\n<p>Dall\u2019altro lato il ritardo nei processi di realizzazione dell\u2019infrastruttura di rete si sono misurati nel ritardo degli impianti produttivi installati e, quindi, sulla produttivit\u00e0 del sistema, scaricata tutta sul lavoro umano, con l\u2019orario sempre crescente e il salario sempre decrescente. Una ricerca della Bocconi del 2013 affermava, infatti, che mentre nei paesi strategici dell\u2019OCSE dal 1995 al 2011 gli apparati produttivi avessero, mediamente, effettuato due salti tecnologici, l\u2019Italia produceva ancora con gli impianti dislocati nelle aziende prima del 1995. Impianti che non conoscevano n\u00e9 il digitale, n\u00e9 la sua connessione alla rete, n\u00e9 tantomeno la potenza che da ci\u00f2 sarebbe derivata e la \u201clogica\u201d e la \u201ccultura\u201d che avrebbero generato.<\/p>\n<p>Il ritardo italico \u00e8 ampiamente tutto l\u00ec. Da quel ritardo si \u00e8 generata anche l\u2019incapacit\u00e0 di generare una riforma della Pubblica Amministrazione che oggi, nell\u2019era post-Covid-19 abbiamo davanti in tutta la sua urgenza e drammaticit\u00e0.<\/p>\n<p>Per interessi miopi o personalistici, spesso ampiamente diffusi e condivisi, ci si \u00e8 illusi che avremmo potuto \u201ccontinuare a campare\u201d, che sarebbe stata sufficiente un po\u2019 di ammuina per lasciare tutto com\u2019era e continuare a distribuire un po\u2019 di dividendi pubblici sotto forma di interessi sul debito o di sgravi fiscali e rinviare tutte le decisioni strategiche \u201cal mercato\u201d o allo stellone italico.<\/p>\n<p>In quel lontano fine millennio, in un giorno di confronto con i responsabili degli altri partiti e del governo in carica, lanciai una scommessa: al momento di fare la rete di nuova generazione sarebbe dovuto intervenire, di nuovo, il governo per nazionalizzare la rete e progettare una rete unica nazionale. Fui facile profeta e sapevo che avrei intascato le cene.<\/p>\n<p>Sono passati pi\u00f9 di vent\u2019anni ma, come accadde per i tre moschettieri, i romanzi finiscono sempre dove il lettore si aspetta o, forse, teme. La rete deve tornare sotto l\u2019ombrello pubblico per fare il salto che il mercato non poteva realizzare. Hanno pagato questo decine di migliaia di lavoratori fuoriusciti anticipatamente o che hanno visto declassata la loro condizione contrattuale. Il paese \u00e8 il pi\u00f9 arretrato dell\u2019Europa e paga un prezzo salato in termini di declassamento. Inoltre, nessuno spiega le reali motivazioni di far entrare una struttura finanziaria, straniera, all\u2019interno del capitale sociale dell\u2019azienda pubblica che far\u00e0 la rete. Tutti danno per scontato che cos\u00ec debba essere ma nessuno spiega il perch\u00e9. E non diteci per il miliardo di euro di versamento nelle sue casse\u2026.<\/p>\n<p>Il settore delle TLC \u00e8 sempre un labirinto e sempre pi\u00f9 vicino al labirinto del romanzo dannunziano \u201c<em>Forse che s\u00ec forse che no<\/em>\u201d. I meandri con cui gli scrittori conducono il lettore, per\u00f2, sono infiniti ma, qui da noi, trovano sempre gli stessi personaggi ad interpretare, gattopardescamente, lo stesso ruolo di strateghi. Ieri erano i paladini della svendita, oggi i paladini dell\u2019intervento pubblico. Sempre ostentando la sicumera di una conoscenza strategica che non hanno.<\/p>\n<p>Ovviamente facendo pagare al paese un conto salatissimo, di cui i pi\u00f9 non si domandano o si accorgono. &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><strong>di Sergio Bellucci<\/strong><\/p>\n<p><em><span style=\"color: #ff0000;\"><strong>Spesso in questi anni si \u00e8 parlato dell\u2019origine del ritardo italiano<\/strong><\/span>. 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