{"id":208,"date":"2020-10-06T14:48:42","date_gmt":"2020-10-06T14:48:42","guid":{"rendered":"https:\/\/www.meridianoitalia.tv\/meridiano\/2020\/10\/06\/a-150-anni-da-porta-pia\/"},"modified":"2020-10-06T14:48:42","modified_gmt":"2020-10-06T14:48:42","slug":"a-150-anni-da-porta-pia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.meridianoitalia.tv\/meridiano\/2020\/10\/06\/a-150-anni-da-porta-pia\/","title":{"rendered":"A 150 anni da Porta Pia"},"content":{"rendered":"<p><strong>di Maurizio Gentilini<\/strong><\/p>\n<p><span style=\"color: #ff0000;\"><strong><em>Centocinquanta anni &#8211; il 20 settembre 1870 \u2013 le truppe piemontesi occupavano la citt\u00e0 di Roma, destinata a diventare capitale del neonato Regno d\u2019Italia. Un evento cardine per la storia risorgimentale e per il complesso processo unitario nazionale che, a livello politico e diplomatico, decret\u00f2 anche il tramonto della sovranit\u00e0 su Roma e dell\u2019esercizio del potere temporale da parte della Chiesa cattolica e dei papi, nonch\u00e9 l\u2019apertura di un lungo conflitto tra la Santa Sede e lo Stato italiano. <\/em><\/strong><\/span><\/p>\n<p><em>Un dissidio che sarebbe durato molti decenni (almeno 6) e che \u00e8 passato sotto il nome di \u201cquestione romana\u201d. La \u201cquestione\u201d era gi\u00e0 stata posta nel 1848, in occasione del fallito tentativo mazziniano della Repubblica romana, e riproposta nel 1859-60, con le annessioni territoriali che avevano creato il Regno d\u2019Italia sotto la guida della monarchia sabauda. La strenua opposizione di Pio IX (sostenuto dalla Francia) aveva vanificato gli sforzi di Cavour di risolvere pacificamente la controversia a proposito del ruolo di Roma come capitale (ruolo assunto provvisoriamente prima da Torino e poi da Firenze). L\u2019occupazione dell\u2019Urbe da parte delle truppe italiane (favorita dalla sconfitta francese a Sedan contro la Prussia, che segn\u00f2 le sorti delle nazioni coinvolte e le dinamiche della storia europea) permise, nel giro di pochi mesi, il trasferimento in riva al Tevere della corte di Vittorio Emanuele II e del governo.<\/em><\/p>\n<p>Il Papa \u2013 la cui autorevolezza spirituale era stata rinvigorita con il dogma dell\u2019infallibilit\u00e0, stabilito dal Concilio Vaticano I celebrato in quell\u2019anno &#8211; si ritir\u00f2 in Vaticano, opponendosi al riconoscimento della nuova situazione istituzionale e dichiarandosi prigioniero politico. Identico atteggiamento venne tenuto nei confronti della \u201clegge delle guarentigie\u201d, promulgata dall\u2019Italia nel 1871 per definire e regolare i rapporti tra Stato e Chiesa. La partecipazione alla vita pubblica e all\u2019impegno politico dei cattolici nel contesto nazionale italiano venne limitata e impedita dalla disposizione pontificia nota come non expedit (non \u00e8 conveniente). Un divieto che accompagn\u00f2 la storia nazionale fino all\u2019epoca della I guerra mondiale, condizionando il coinvolgimento nelle scelte politiche e nell\u2019amministrazione di ampi strati della popolazione, inibendo il possibile contributo di idee e il protagonismo del pensiero sociale originato o informato dai principi del cristianesimo, e impoverendo cos\u00ec le basi di consenso del nuovo Stato nazionale.<br \/>L\u2019espressione di Charles de Montalembert \u201cLibera Chiesa in libero Stato\u201d, fatta propria e ripresa pi\u00f9 volte e pubblicamente da Cavour, divenne un principio dell\u2019impostazione politica e di governo dell\u2019Italia liberale e un motto \u2013 consacrato dalla pubblicistica e dal linguaggio storiografico \u2013 capace di rendere l\u2019essenza della questione romana rispetto alla situazione determinata dalla costituzione e dallo sviluppo del Regno d\u2019Italia.<br \/>Solo l\u2019evoluzione della situazione politica interna (soprattutto in relazione all\u2019avanzata delle forze socialiste) e una serie di contingenze legate alla gestione dei governi presieduti da Giovanni Giolitti indusse la Chiesa ad assumere un atteggiamento meno intransigente, che culmin\u00f2 nel 1913 con il cosiddetto \u201cpatto Gentiloni\u201d, in virt\u00f9 del quale il partito liberale maggioritario mise a disposizione una nutrita quantit\u00e0 di seggi alle elezioni politiche per i candidati cattolici. Una tappa del tortuoso cammino che aveva portato la Chiesa e i suoi capi (in particolare Pio X) ad assumere un atteggiamento di opposizione intransigente nei confronti del mondo moderno, di principi come quello della laicit\u00e0 dello stato e di strenua difesa delle prerogative (e dei privilegi) delle istituzioni ecclesiastiche nei confronti dei movimenti di matrice liberale e del processo risorgimentale.<br \/>La particolare situazione della Chiesa rispetto allo Stato in Italia (e la relativa indipendenza e autonomia della prima), favor\u00ec tuttavia una forte evoluzione della riflessione ecclesiale in merito alla questione sociale e alla elaborazione di una articolata dottrina sul tema (in parte riassunta dall\u2019enciclica Rerum novarum di Leone XIII, promulgata nel 1891); altrettanto autorevole la proposizione di un pensiero e di pronunciamenti magisteriali a proposito della pace e delle relazioni tra popoli e nazioni (esposto in varie forme prima, durante e dopo la I guerra mondiale da Benedetto XV).<br \/>Una sistemazione formale e (all\u2019apparenza) definitiva dei rapporti tra Stato italiano e Santa Sede si realizz\u00f2 solo in epoca fascista, con i patti firmati in Laterano l\u201911 febbraio 1929. Questi erano costituiti da un Trattato che sanciva la nascita dello Stato della Citt\u00e0 del Vaticano, da un Concordato e da una Convenzione finanziaria. Il Trattato riconosceva allo SCV &#8220;l\u2019assoluta e visibile indipendenza\u201d e gli garantiva \u201cuna sovranit\u00e0 indiscutibile pur nel campo internazionale&#8221;. Con questo atto diplomatico con cui l\u2019Italia cedeva (non senza una buona dose di opportunismo politico e di ricerca di consenso) alla Santa Sede la sovranit\u00e0 sul suo piccolo territorio, garantiva al nuovo Stato la pi\u00f9 completa libert\u00e0 da ogni ingerenza e al papa l&#8217;indipendenza assoluta come capo spirituale del cattolicesimo, si chiudeva la cosiddetta \u201cquestione romana\u201d.<br \/>Al tempo della firma dei Patti lateranensi, Alcide De Gasperi viveva emarginato dalla vita politica a causa della sua opposizione al regime e costretto a un umile e precario lavoro presso la Biblioteca Apostolica Vaticana. L\u2019ex deputato e segretario del Partito popolare italiano (e futuro protagonista della ricostruzione dell\u2019Italia del secondo dopoguerra) non rinunci\u00f2 tuttavia a esprimere il proprio pensiero su quell\u2019evento, affidandolo ad alcune lettere indirizzate a pochi amici fidati. Dal suo particolare osservatorio, De Gasperi segu\u00ec e valut\u00f2 in tutta la loro complessit\u00e0 gli accordi, cercando di esaminarne gli elementi negativi e quelli positivi, i riflessi politici ed ecclesiali, i commenti suscitati in Italia e all\u2019estero. Nelle lettere forn\u00ec un articolato giudizio sull\u2019accordo: non valut\u00f2 negativamente il Trattato, tanto da definirlo come un fondamentale traguardo raggiunto dal cattolicesimo italiano; manifest\u00f2 invece una profonda preoccupazione circa il Concordato, sulla cosiddetta \u201cpolitica concordataria\u201d e le posizioni di molti ambienti cattolici. Da un punto di vista puramente politico, la soluzione della questione romana ed i vantaggi concessi alla Chiesa dallo Stato italiano rappresentavano un\u2019occasione che la Santa Sede non poteva lasciarsi sfuggire. A Mussolini che \u2013 secondo un\u2019immagine usata in una lettera all\u2019amico trentino Simone Weber \u2013 bussava alla porta di bronzo, il Papa non avrebbe potuto non aprire; la conclusione vista in Italia come un successo del regime, nella storia e nel mondo sarebbe stata una liberazione per la Chiesa e una fortuna per la nazione italiana. A queste valutazioni De Gasperi aggiunse alcuni riferimenti circa il clima in cui vennero celebrati i patti, avvertendo il pericolo di una compromissione del principio di laicit\u00e0 della politica e dello stato, temendo che \u201cnon si distinguesse pi\u00f9 fra cattolicesimo e fascismo\u201d, specialmente dopo lo scioglimento dei partiti e dei sindacati e dopo l\u2019approvazione delle \u201cleggi fascistissime\u201d. Un\u2019analisi che si sarebbe presto dimostrata estremamente lucida, equilibrata e preveggente.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><strong>di Maurizio Gentilini<\/strong><\/p>\n<p><span style=\"color: #ff0000;\"><strong><em>Centocinquanta anni &#8211; il 20 settembre 1870 \u2013 le truppe piemontesi occupavano la citt\u00e0 di Roma, destinata a diventare capitale del neonato Regno d\u2019Italia. Un evento cardine per la storia risorgimentale e per il complesso processo unitario nazionale che, a livello politico e diplomatico, decret\u00f2 anche il tramonto della sovranit\u00e0 su Roma e dell\u2019esercizio del potere temporale da parte della Chiesa cattolica e dei papi, nonch\u00e9 l\u2019apertura di un lungo conflitto tra la Santa Sede e lo Stato italiano. <\/em><\/strong><\/span><\/p>\n<p><em>Un dissidio che sarebbe durato molti decenni (almeno 6) e che \u00e8 passato sotto il nome di \u201cquestione romana\u201d. 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