{"id":2920,"date":"2026-09-01T20:08:02","date_gmt":"2026-09-01T20:08:02","guid":{"rendered":"https:\/\/www.meridianoitalia.tv\/meridiano\/?p=2920"},"modified":"2026-09-01T20:08:03","modified_gmt":"2026-09-01T20:08:03","slug":"dallostracismo-al-click","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.meridianoitalia.tv\/meridiano\/2026\/09\/01\/dallostracismo-al-click\/","title":{"rendered":"Dall\u2019ostracismo al click"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Genealogia della scomunica digitale globale <br><\/em><strong>di Gianni Lattanzio<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nell\u2019Atene classica, l\u2019ostracismo non era una pena nel senso moderno del termine. Non seguiva necessariamente la prova di un delitto, non richiedeva un giudice istruttore, non culminava in una sentenza di colpevolezza. Era, piuttosto, una misura di prevenzione politica: la citt\u00e0 si attribuiva il diritto di allontanare per dieci anni il cittadino la cui influenza fosse divenuta troppo ingombrante, troppo inquietante, troppo capace di alterare il delicato equilibrio della polis.<br>Bastava incidere un nome su un frammento di terracotta, l\u2019ostrakon. Quel gesto, semplice e quasi elementare, poteva tuttavia produrre un effetto radicale. L\u2019uomo non era necessariamente privato dei suoi beni, n\u00e9 condannato all\u2019infamia; ma veniva sottratto al luogo nel quale la sua vita assumeva consistenza pubblica. Perdeva l\u2019agor\u00e0, l\u2019assemblea, la parola condivisa, la possibilit\u00e0 di concorrere alle decisioni collettive. Non veniva eliminato fisicamente: veniva separato dalla forma politica della sua esistenza.<br>L\u2019ostracismo rivela una verit\u00e0 antica che la contemporaneit\u00e0 sembra avere dimenticato: il potere pi\u00f9 penetrante non \u00e8 sempre quello che imprigiona. Talvolta \u00e8 quello che interrompe l\u2019appartenenza. Una comunit\u00e0 pu\u00f2 neutralizzare una persona non soltanto limitandone i movimenti, ma privandola della rete di relazioni attraverso cui la sua parola circola, il suo lavoro produce effetti, la sua reputazione viene custodita, la sua presenza \u00e8 riconosciuta.<br>Dall\u2019ostrakon ateniese al cherem di Amsterdam, sino al click che attiva una lista sanzionatoria, si estende la lunga storia delle tecniche di esclusione. Cambiano i secoli, mutano le autorit\u00e0 e le giustificazioni; resta la medesima domanda: chi ha il diritto di decidere che qualcuno debba essere collocato oltre la soglia della comunit\u00e0?<br>Il 27 luglio 1656 Baruch Spinoza fu colpito dalla comunit\u00e0 ebraica portoghese di Amsterdam con uno dei pi\u00f9 duri cherem della prima modernit\u00e0. Il decreto non si limitava a censurare idee considerate eretiche. Imponeva di non parlare con lui, di non scrivergli, di non fargli favori, di non ospitarlo, di non abitare sotto il suo stesso tetto, di non leggere ci\u00f2 che avrebbe scritto.<br>Quella scomunica non fu soltanto un episodio della storia delle religioni n\u00e9 una nota biografica nel destino del futuro autore dell\u2019Ethica. Nella Amsterdam del Seicento, la comunit\u00e0 sefardita era una patria diasporica e, insieme, un sistema di protezione reciproca: una rete di fiducia, credito, commercio, matrimonio, ospitalit\u00e0 e reputazione. Le famiglie che la componevano portavano ancora nella memoria l\u2019esperienza dell\u2019espulsione dalla Penisola iberica, della conversione forzata e della clandestinit\u00e0 religiosa. Proteggere l\u2019ortodossia significava, ai loro occhi, proteggere la stabilit\u00e0 stessa della comunit\u00e0.<br>Eppure, comprendere quel contesto non significa attenuare la durezza della misura. Il cherem recideva Spinoza non solo da una tradizione religiosa, ma dall\u2019intelaiatura sociale che rendeva possibile vivere e operare in una citt\u00e0 di traffici, gerarchie e appartenenze. Non lo rinchiudeva in una cella; gli sottraeva qualcosa di pi\u00f9 sottile e, per molti aspetti, pi\u00f9 invasivo: la possibilit\u00e0 di essere pienamente nel mondo degli altri.<br>La sua vicenda avrebbe poi generato una delle pi\u00f9 grandi avventure del pensiero europeo. L\u2019uomo allontanato dalla comunit\u00e0 divenne il filosofo della libert\u00e0 di pensare, della critica alle passioni collettive, dell\u2019immanenza e di una ragione capace di sottrarsi alla paura. Ma sarebbe un errore trasformare quella solitudine in una consolante leggenda edificante. Il fatto che Spinoza abbia saputo fare della marginalit\u00e0 una condizione di autonomia non rende meno grave la violenza dell\u2019espulsione. La sua libert\u00e0 intellettuale fu conquistata, non concessa.<br>Aristotele aveva definito l\u2019essere umano zoon politikon: non perch\u00e9 l\u2019uomo sia semplicemente incline alla compagnia, ma perch\u00e9 la parola, la deliberazione e il riconoscimento reciproco costituiscono la sua forma propriamente umana. Secoli pi\u00f9 tardi Hannah Arendt avrebbe radicalizzato il problema, mostrando come la perdita dell\u2019appartenenza a una comunit\u00e0 politica possa tradursi nella perdita del \u201cdiritto ad avere diritti\u201d. Si pu\u00f2 essere formalmente titolari di diritti e, tuttavia, non avere pi\u00f9 un mondo nel quale essi possano trovare protezione, ascolto e concreta efficacia.<br>Questa intuizione, oggi, \u00e8 tornata inquietantemente attuale. La comunit\u00e0 dalla quale si pu\u00f2 essere esclusi non coincide pi\u00f9 soltanto con una citt\u00e0, una confessione religiosa, una corporazione o uno Stato. \u00c8 diventata una trama di infrastrutture private e transnazionali: conti bancari, circuiti di pagamento, reti di comunicazione, strumenti di identificazione, servizi cloud, piattaforme professionali, sistemi di prenotazione, contratti di fornitura, canali attraverso cui si lavora, si riceve un compenso, si viaggia, si comunica, si esercitano diritti elementari.<br>L\u2019uomo contemporaneo non \u00e8 riducibile a un account, a una carta bancaria o a un dispositivo. Ma una parte crescente della sua libert\u00e0 concreta dipende dall\u2019accesso a dispositivi che non controlla e che raramente pu\u00f2 negoziare. Nella citt\u00e0 antica l\u2019ingresso alla vita pubblica passava per l\u2019agor\u00e0; nella modernit\u00e0 industriale per le istituzioni \u2014 scuola, fabbrica, amministrazione, sindacato, partito \u2014; nel nostro tempo passa sempre pi\u00f9 spesso attraverso soglie invisibili: un codice, una procedura di verifica, un algoritmo di rischio, una credenziale, un contratto standardizzato.<br>Michel Foucault ha insegnato che il potere moderno non agisce soltanto attraverso il divieto, il carcere o la repressione. Agisce classificando, sorvegliando, normalizzando, distribuendo autorizzazioni e interdizioni. Gilles Deleuze, riflettendo sulle \u201csociet\u00e0 di controllo\u201d, intu\u00ec che alle grandi istituzioni chiuse della disciplina si sarebbe affiancato un potere continuo, modulabile, capace di accompagnare e misurare gli individui lungo l\u2019intero corso della loro esistenza. Nell\u2019orizzonte digitale, questa intuizione assume una forma quasi letterale: non si \u00e8 semplicemente dentro o fuori; si \u00e8 continuamente ammessi, valutati, verificati, limitati o respinti.<br>\u00c8 in questo quadro che va letto il caso di Nicolas Guillou, giudice francese della Corte penale internazionale. Nell\u2019agosto 2025 gli Stati Uniti lo hanno inserito, insieme ad altri esponenti della Corte, in un regime di sanzioni collegato ai procedimenti che hanno riguardato anche i mandati d\u2019arresto contro Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant. La misura non equivale a una condanna penale e non priva Guillou della sua funzione presso la Corte; ma comporta il blocco di eventuali beni soggetti alla giurisdizione statunitense e vieta ai soggetti americani di compiere transazioni o fornire servizi al designato.<br>Non \u00e8 necessario forzare le analogie. Guillou non \u00e8 Spinoza, Washington non \u00e8 Amsterdam, la Corte penale internazionale non \u00e8 la comunit\u00e0 sefardita del Seicento. Tuttavia, dietro la radicale differenza dei contesti, emerge una comune questione di civilt\u00e0 giuridica: in quale modo una persona pu\u00f2 essere isolata dalla rete di relazioni che rende effettiva la sua libert\u00e0?<br>Le sanzioni economiche sono uno strumento ordinario della geopolitica contemporanea. Sono spesso presentate come un\u2019alternativa alla guerra: una forma di pressione che evita, almeno direttamente, l\u2019uso delle armi. Eppure, nella loro estensione extraterritoriale, esse mostrano una capacit\u00e0 di incidere sui singoli, sulle istituzioni e sulle economie che non \u00e8 affatto neutra. Il loro potere cresce in ragione della centralit\u00e0 del dollaro, dell\u2019interconnessione dei mercati, del ruolo delle banche, della dipendenza da servizi tecnologici e della tendenza degli operatori privati a evitare ogni rischio reputazionale o regolatorio.<br>\u00c8 qui che opera la logica dell\u2019over-compliance. Una banca, un intermediario, un fornitore digitale o una piattaforma non devono sempre ricevere un ordine individuale per adottare misure restrittive. Pu\u00f2 essere sufficiente il timore di incorrere in sanzioni secondarie, di perdere l\u2019accesso ai mercati, di esporsi a controversie o di violare regole complesse. Cos\u00ec il provvedimento amministrativo si propaga: dalla decisione di un esecutivo a una costellazione di condotte private; dalla norma nazionale alla cautela globale; dalla designazione formale alla possibile erosione concreta della vita civile.<br>La sanzione, allora, non \u00e8 pi\u00f9 soltanto un atto giuridico. Diventa un ecosistema di esecuzione. Una firma apposta da un\u2019autorit\u00e0 pubblica pu\u00f2 tradursi, in tempi brevissimi, in una sequenza di dinieghi diffusi: una transazione respinta, un servizio negato, un rapporto contrattuale terminato, un accesso sospeso. Non serve un confine geografico per costruire l\u2019esilio. Basta governare le infrastrutture che rendono l\u2019esistenza connessa.<br>Il tema, perci\u00f2, non \u00e8 se gli Stati possano difendere interessi nazionali, perseguire obiettivi di sicurezza o adottare sanzioni contro individui e organizzazioni. Il tema \u00e8 la qualit\u00e0 giuridica del potere che viene esercitato. Una misura che incida cos\u00ec profondamente sulla vita professionale, patrimoniale e relazionale di una persona dovrebbe essere sottoposta a requisiti rigorosi: una base normativa comprensibile, una motivazione verificabile, la conoscenza effettiva delle ragioni dell\u2019addebito, la possibilit\u00e0 di contestare fatti e qualificazioni, un rimedio tempestivo e un controllo giurisdizionale indipendente.<br>Qui Montesquieu torna a parlare con una forza singolare. La separazione dei poteri non era, per l\u2019autore dello Spirito delle leggi, la ripartizione rituale delle funzioni pubbliche tra edifici diversi. Era una teoria della libert\u00e0 come limite all\u2019arbitrio. \u00abPerch\u00e9 non si possa abusare del potere, bisogna che, per la disposizione delle cose, il potere arresti il potere\u00bb. La libert\u00e0 non nasce dall\u2019assenza del potere, impossibile in una societ\u00e0 organizzata; nasce dal fatto che nessuno possa esercitarlo senza incontrare un confine, un controllo, una resistenza istituzionale.<br>Nella macchina sanzionatoria globale, invece, si profila una pericolosa concentrazione funzionale. L\u2019esecutivo stabilisce l\u2019interesse da proteggere e individua il bersaglio; l\u2019amministrazione traduce questa scelta in designazione formale; il sistema finanziario e tecnologico privato, per obbligo o per prudenza, rende la misura operativa in molteplici territori. Il legislatore pu\u00f2 avere conferito deleghe generali e il giudice pu\u00f2 essere chiamato a intervenire in un secondo momento; ma l\u2019effetto sull\u2019esistenza del destinatario pu\u00f2 essersi gi\u00e0 compiuto.<br>Non \u00e8 necessario che il governo controlli un tribunale per indebolire l\u2019indipendenza della giurisdizione. Pu\u00f2 bastare che disponga di strumenti capaci di rendere personalmente vulnerabili i giudici per gli atti compiuti nell\u2019esercizio delle loro funzioni. Ed \u00e8 questo il profilo pi\u00f9 delicato del caso Guillou: il bersaglio non \u00e8 un privato cittadino accusato di avere violato una regola statunitense, ma un magistrato internazionale chiamato a contribuire all\u2019applicazione del diritto penale internazionale.<br>Naturalmente, la Corte penale internazionale pu\u00f2 essere criticata; la sua competenza pu\u00f2 essere discussa; i suoi provvedimenti possono essere sottoposti a un esame severo sul piano giuridico e politico. Nessuna istituzione, nazionale o internazionale, \u00e8 sottratta alla critica. Ma contestare una decisione giudiziaria \u00e8 cosa diversa dal rendere vulnerabile, nella sua vita civile ed economica, chi ha partecipato a quella decisione. La critica appartiene alla libert\u00e0 politica; la ritorsione personale rischia di appartenere alla logica della dissuasione.<br>In questo punto la riflessione di Carl Schmitt, pur lontanissima dalla tradizione liberal-costituzionale, conserva una funzione diagnostica. Per Schmitt, il sovrano \u00e8 colui che decide sullo stato di eccezione; il politico si struttura attorno alla distinzione fra amico e nemico. Nell\u2019epoca delle sanzioni globali, quella distinzione non si esprime necessariamente attraverso le uniformi o la guerra dichiarata. Pu\u00f2 transitare nella finanza, nei dati, nelle piattaforme, nei sistemi di pagamento, nelle reti assicurative, negli standard tecnologici. La geopolitica entra nella vita quotidiana attraverso la possibilit\u00e0 o l\u2019impossibilit\u00e0 di compiere un gesto apparentemente ordinario.<br>La potenza di uno Stato non si misura pi\u00f9 soltanto con il numero delle portaerei, con l\u2019ampiezza delle alleanze militari o con il peso del suo prodotto interno lordo. Si misura anche con la centralit\u00e0 della sua moneta, con il controllo degli snodi finanziari, con l\u2019influenza sugli standard digitali, con la capacit\u00e0 di imporre costi di conformit\u00e0 a soggetti economici che operano ben oltre la sua sovranit\u00e0 territoriale. \u00c8 questa la nuova geografia del potere: meno visibile di una frontiera, ma spesso pi\u00f9 pervasiva di una frontiera.<br>L\u2019episodio Guillou mette cos\u00ec a nudo una tensione decisiva dell\u2019ordine internazionale. Da un lato, vi \u00e8 l\u2019aspirazione universalistica del diritto penale internazionale: l\u2019idea che i crimini pi\u00f9 gravi non possano essere sottratti a ogni giudizio in ragione del rango politico degli imputati o della forza dei loro Stati. Dall\u2019altro, vi \u00e8 la persistente realt\u00e0 della sovranit\u00e0 geopolitica: gli Stati pi\u00f9 potenti contestano o circoscrivono quelle giurisdizioni quando le percepiscono come una minaccia ai propri cittadini, ai propri alleati o alla propria libert\u00e0 d\u2019azione.<br>Questa frizione non pu\u00f2 essere risolta con una semplice formula morale. \u00c8 il conflitto, antico e irrisolto, fra diritto e potenza; fra universalismo e ragion di Stato; fra l\u2019idea di una giustizia capace di guardare oltre i confini e il fatto che i confini, anche quando sembrano dissolversi, continuano a essere difesi con strumenti sempre pi\u00f9 sofisticati.<br>Il punto pi\u00f9 grave, tuttavia, \u00e8 che nella societ\u00e0 digitale la sanzione pu\u00f2 assumere i tratti di una pena senza processo. Una persona resta formalmente libera, ma pu\u00f2 essere resa progressivamente inoperante. Pu\u00f2 continuare a parlare, ma non riuscire a compiere gli atti materiali necessari affinch\u00e9 la propria parola abbia un luogo, una continuit\u00e0, una capacit\u00e0 di agire nel mondo. Pu\u00f2 conservare la propria dignit\u00e0 giuridica e, insieme, vedersi sottrarre le infrastrutture che rendono quella dignit\u00e0 effettiva.<br>Per questa ragione, la libert\u00e0 nel XXI secolo dovr\u00e0 essere pensata anche come diritto a non essere disconnessi arbitrariamente dalla communio digitale globale. Non come pretesa di immunit\u00e0 rispetto alla legge, n\u00e9 come diritto a sottrarsi a responsabilit\u00e0 reali e accertate. Ma come garanzia contro l\u2019espulsione opaca, sproporzionata e priva di contraddittorio dalle infrastrutture essenziali della vita civile.<br>Spinoza fu espulso da una comunit\u00e0 che temeva la forza disgregatrice delle sue idee. L\u2019ostracizzato ateniese era allontanato in nome della stabilit\u00e0 della citt\u00e0. Il giudice internazionale colpito da sanzioni viene esposto alla pressione di un potere che rivendica sovranit\u00e0, sicurezza e interesse nazionale. Ogni epoca elabora le proprie ragioni dell\u2019esclusione. Ma ogni civilt\u00e0 giuridica si giudica, in definitiva, dalla sua capacit\u00e0 di porre limiti al potere che esclude.<br>Dall\u2019ostrakon al click, ci\u00f2 che muta non \u00e8 soltanto lo strumento. Muta l\u2019estensione del suo raggio d\u2019azione. L\u2019esilio antico aveva un luogo e una durata; il cherem aveva una comunit\u00e0, un linguaggio e un confine; l\u2019esclusione digitale-finanziaria pu\u00f2 invece essere istantanea, distribuita e potenzialmente planetaria. Non ordina necessariamente di lasciare la propria casa. Pu\u00f2 fare qualcosa di pi\u00f9 silenzioso: rendere sempre pi\u00f9 difficile abitarla come persona pienamente libera.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00c8 in questa nuova geografia dell\u2019esclusione che riaffiora, come un\u2019ombra proiettata dalla polis antica sulle architetture invisibili del presente, l\u2019interrogativo destinato a inquietare giuristi, filosofi, diplomatici e cittadini: a chi appartenga ormai il potere di pronunciare l\u2019anatema della nuova communio digitale, secondo quali rituali di legittimazione, in nome di quale diritto e dinanzi a quale giudice capace di opporre al potere il limite della giustizia.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Genealogia della scomunica digitale globale di Gianni Lattanzio Nell\u2019Atene classica, l\u2019ostracismo non era una pena nel senso 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