{"id":2931,"date":"2026-09-01T20:22:19","date_gmt":"2026-09-01T20:22:19","guid":{"rendered":"https:\/\/www.meridianoitalia.tv\/meridiano\/?p=2931"},"modified":"2026-09-01T20:22:20","modified_gmt":"2026-09-01T20:22:20","slug":"la-diplomazia-della-santa-sede-e-larte-difficile-della-pace","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.meridianoitalia.tv\/meridiano\/2026\/09\/01\/la-diplomazia-della-santa-sede-e-larte-difficile-della-pace\/","title":{"rendered":"La diplomazia della Santa Sede e l\u2019arte difficile della pace"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\">di Gianni Lattanzio<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Vi sono parole che, nelle stagioni della storia attraversate dalla violenza, sembrano perdere consistenza. Pace \u00e8 una di queste. Pronunciata mentre le citt\u00e0 vengono colpite, mentre i confini si trasformano in fronti, mentre i bambini diventano profughi e il linguaggio della potenza torna a prevalere su quello del diritto, essa rischia di apparire una formula rituale, una nobile ma impotente invocazione. Eppure \u00e8 proprio quando la pace sembra pi\u00f9 remota che la sua parola acquista il valore di una resistenza. Non la resistenza astratta di chi si sottrae alla realt\u00e0, ma quella, pi\u00f9 esigente, di chi rifiuta di consegnare la realt\u00e0 stessa al fatalismo della guerra.<br>La Santa Sede continua a esercitare questa resistenza. Lo fa con gli strumenti apparentemente fragili di una diplomazia priva di divisioni militari, di una sovranit\u00e0 territoriale ridottissima, di una capacit\u00e0 economica incomparabile con quella delle grandi potenze. E tuttavia, da secoli, questa fragilit\u00e0 istituzionale convive con una singolare forza storica: la possibilit\u00e0 di parlare a tutti, di non identificarsi interamente con nessun blocco, di mantenere canali anche nei luoghi in cui la politica internazionale vede soltanto nemici irriducibili. La diplomazia pontificia non procede dalla forza delle armi, ma dalla persuasione; non dalla minaccia, ma dalla parola; non dalla conquista, ma dalla custodia della relazione.<br>In fondo, il suo fondamento remoto \u00e8 biblico prima ancora che politico. La pace, nella Scrittura, non \u00e8 mai soltanto assenza di guerra. Lo shalom biblico indica pienezza, integrit\u00e0, giustizia, armonia del rapporto tra l\u2019uomo e Dio, tra gli uomini, tra i popoli e perfino tra l\u2019umanit\u00e0 e il creato. \u00c8 una condizione nella quale la vita pu\u00f2 fiorire e la comunit\u00e0 pu\u00f2 riconoscersi non come somma di interessi contrapposti, ma come destino condiviso. Per questo la pace non pu\u00f2 essere ridotta a una tregua armata o a un equilibrio provvisorio garantito dalla paura reciproca. Essa esige diritto, verit\u00e0, riconciliazione, riparazione delle ferite e responsabilit\u00e0 verso i pi\u00f9 vulnerabili.<br>Nella grande visione profetica di Isaia, le genti salgono al monte del Signore perch\u00e9 Egli insegni loro le sue vie, e il risultato di quel cammino non \u00e8 una uniformit\u00e0 imposta, ma la trasformazione delle armi: \u00abForgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci\u00bb. \u00c8 una delle immagini pi\u00f9 potenti della civilt\u00e0 umana. Non chiede soltanto di deporre gli strumenti di morte; domanda di convertire le energie della distruzione in forze capaci di generare vita. Il ferro della guerra diventa lavoro della terra, nutrimento, futuro. La pace, in questa prospettiva, non \u00e8 una parentesi tra due conflitti, ma una conversione del potere.<br>\u00c8 difficile non avvertire la radicalit\u00e0 di questa immagine nel presente. Le guerre contemporanee non devastano solo gli eserciti: feriscono l\u2019ambiente, corrompono l\u2019economia, producono esodi, dilatano la fame, accelerano la crisi climatica e lasciano dietro di s\u00e9 generazioni segnate dal trauma. Le bombe non distruggono soltanto edifici; spezzano legami familiari, cancellano scuole, impoveriscono territori, trasformano l\u2019acqua, il cibo e l\u2019energia in strumenti di ricatto. La riflessione di Leone XIV sulla custodia del creato e sulla pace si colloca precisamente in questo orizzonte: la crisi degli uomini e la ferita della creazione non sono due realt\u00e0 separate, ma un\u2019unica invocazione di guarigione che sale da un mondo ferito.<br>La diplomazia della Santa Sede nasce da questa antropologia integrale. La guerra non \u00e8 soltanto un errore strategico o il fallimento temporaneo di una negoziazione; \u00e8, pi\u00f9 profondamente, una sconfitta della ragione morale e politica. \u00c8 il momento in cui l\u2019altro cessa di essere una persona, un popolo, una storia, e viene ridotto a ostacolo, minaccia, bersaglio. La pace comincia, allora, l\u00e0 dove questa riduzione viene rifiutata. Non significa ignorare la responsabilit\u00e0 dell\u2019aggressore o adottare una sterile equidistanza tra chi attacca e chi subisce. Significa, al contrario, riconoscere che anche il diritto alla difesa, per essere davvero umano e legittimo, non pu\u00f2 trasformarsi nella negazione definitiva dell\u2019umanit\u00e0 dell\u2019avversario.<br>Qui risiede uno dei nodi pi\u00f9 delicati e pi\u00f9 alti della diplomazia vaticana. Essa deve tenere insieme esigenze che la propaganda di guerra tende a separare: il dovere di chiamare il male con il suo nome e il dovere di non chiudere la porta a nessuno; il sostegno alle vittime e la ricerca del dialogo; la domanda di giustizia e la necessit\u00e0 del perdono; la difesa del diritto internazionale e la consapevolezza che, senza una qualche forma di riconciliazione, nessun trattato riuscir\u00e0 a rendere stabile la pace. Non \u00e8 relativismo. \u00c8 realismo cristiano, perch\u00e9 conosce il peso del peccato nella storia ma rifiuta di accordargli l\u2019ultima parola.<br>La tradizione diplomatica della Santa Sede ha maturato questa consapevolezza attraverso secoli di guerre dinastiche, rivoluzioni, nazionalismi, totalitarismi e conflitti mondiali. Gi\u00e0 Benedetto XV, di fronte alla carneficina della Grande Guerra, defin\u00ec il conflitto un\u2019\u00abinutile strage\u00bb: giudizio che allora apparve isolato, ma che oggi conserva una forza profetica. La sua Nota ai capi dei popoli belligeranti del 1917 tentava di sottrarre l\u2019Europa all\u2019idea che la vittoria assoluta potesse generare un ordine durevole. Dopo le macerie del Novecento, Pio XII avrebbe fatto della pace fondata sulla verit\u00e0, la giustizia, la libert\u00e0 e la carit\u00e0 uno dei cardini del suo magistero. Giovanni XXIII, con la Pacem in terris, avrebbe poi collocato questa visione dentro l\u2019orizzonte universale dei diritti umani, del bene comune e di un\u2019autorit\u00e0 internazionale capace di affrontare problemi che ormai oltrepassavano definitivamente i confini degli Stati.<br>In tale genealogia si comprende il significato della formula dei \u201cbuoni uffici\u201d della Santa Sede. Non sempre Roma pu\u00f2 o deve proporsi come mediatrice formale. Una mediazione, per essere efficace, richiede consenso delle parti, mandato chiaro, condizioni politiche minime. Pi\u00f9 spesso la Santa Sede svolge un compito meno visibile ma non meno necessario: ascolta, tiene aperti contatti, facilita incontri, offre una sede, trasmette messaggi, protegge riservatezza, incoraggia gesti umanitari, ricorda ai contendenti che l\u2019avversario di oggi sar\u00e0 inevitabilmente l\u2019interlocutore di domani.<br>\u00c8 una diplomazia della soglia. Opera nei passaggi stretti della storia, dove la politica ufficiale non pu\u00f2 ancora avanzare e tuttavia non pu\u00f2 permettersi di rinunciare del tutto alla parola. Custodisce ci\u00f2 che, in termini classici, potremmo chiamare il minimum humanitatis: quel nucleo irriducibile di umanit\u00e0 senza il quale persino la pace diventa una semplice spartizione di potere. Per questo essa si interessa dei prigionieri, delle persone scomparse, dei corridoi umanitari, dei bambini deportati o separati dalle famiglie, della libert\u00e0 religiosa, della sorte delle minoranze, dei luoghi di culto, delle popolazioni civili intrappolate nelle zone di combattimento.<br>Nella guerra in Ucraina, questo metodo ha assunto una forma particolarmente significativa. La Santa Sede ha mantenuto un\u2019interlocuzione con Kiev e con Mosca, senza rinunciare a richiamare l\u2019esigenza di una pace giusta e duratura e a riaffermare il valore dell\u2019integrit\u00e0 territoriale ucraina. La missione di mons. Paul Richard Gallagher a Mosca, dopo la visita a Kiev, ha mostrato la volont\u00e0 di non spezzare il filo del confronto neppure quando le possibilit\u00e0 di un negoziato appaiono limitate. Gallagher ha ricordato che le guerre terminano storicamente con accordi e che l\u2019isolamento non favorisce, di per s\u00e9, l\u2019apertura di una soluzione.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Queste parole devono essere intese con rigore, non come indulgenza verso l\u2019aggressione n\u00e9 come rimozione delle responsabilit\u00e0. La Santa Sede non dispone della facolt\u00e0 di disegnare confini, imporre garanzie di sicurezza o definire clausole tecniche di un\u2019intesa. Ma pu\u00f2 compiere qualcosa che, nelle fasi pi\u00f9 drammatiche, diviene decisivo: impedire che la logica del nemico assoluto cancelli ogni futuro possibile. Pu\u00f2 affermare che la pace non sar\u00e0 il premio di chi avr\u00e0 umiliato l\u2019altro, ma il frutto difficile di un ordine nel quale sicurezza, diritto, memoria delle vittime e ricostruzione del legame politico trovino un equilibrio.<br>Accanto all\u2019azione della Segreteria di Stato, il lavoro del cardinale Matteo Zuppi ha evidenziato il versante pi\u00f9 direttamente umanitario della presenza vaticana. La questione dei minori ucraini trasferiti in Russia, degli scambi di prigionieri e delle famiglie separate dal conflitto rivela quanto la diplomazia della pace debba misurarsi non solo con trattati e vertici, ma con nomi, volti, attese quotidiane. In questo campo, anche un risultato circoscritto pu\u00f2 avere un valore enorme: non risolve una guerra, ma sottrae vite alla sua crudelt\u00e0 e prepara un terreno di fiducia sul quale, un giorno, potr\u00e0 forse crescere un accordo pi\u00f9 ampio.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La forza della Santa Sede non \u00e8 dunque quella di una neutralit\u00e0 passiva. \u00c8 piuttosto la libert\u00e0 di una voce che non accetta di essere interamente assorbita dalle categorie degli schieramenti. Questa libert\u00e0 le consente di dire ai potenti che la ragion di Stato non esaurisce la ragione della storia; che la sovranit\u00e0 non pu\u00f2 diventare licenza di opprimere; che la sicurezza non pu\u00f2 essere edificata sulla distruzione permanente dell\u2019altro; che l\u2019ordine internazionale non pu\u00f2 reggere se il diritto viene applicato selettivamente, invocato per alcuni e ignorato per altri.<br>In questo senso, la Santa Sede parla anche al sistema multilaterale. L\u2019erosione delle sedi comuni, la paralisi degli organismi internazionali, il ritorno di logiche imperiali e di sfere di influenza, l\u2019uso crescente del veto, delle sanzioni, della coercizione economica e della forza militare mostrano quanto sia fragile l\u2019architettura costruita dopo il 1945. La crisi non riguarda soltanto l\u2019efficacia delle istituzioni: riguarda la perdita di un lessico comune. Quando il diritto internazionale diventa uno strumento retorico da usare contro l\u2019avversario e non un limite da riconoscere per s\u00e9 stessi, la pace si allontana.<br>La diplomazia pontificia richiama qui una verit\u00e0 antica, che attraversa tanto la filosofia classica quanto il pensiero cristiano: la pace \u00e8 opera della giustizia. Sant\u2019Agostino la definiva tranquillitas ordinis, la tranquillit\u00e0 dell\u2019ordine; ma non di un ordine immobile o autoritario, bens\u00ec di un ordine nel quale ogni realt\u00e0 trova il proprio posto secondo giustizia. Tommaso d\u2019Aquino avrebbe poi insistito sull\u2019idea della pace come concordia ordinata, frutto di volont\u00e0 che non si annullano ma convergono verso un bene comune. \u00c8 una concezione lontanissima dalla semplice assenza di conflitto: implica un lavoro paziente sulle cause della discordia, sulle diseguaglianze, sulle paure, sulle memorie ferite e sulle strutture che rendono conveniente la guerra.<br>Oggi questo lavoro deve includere necessariamente la dimensione ecologica. Non \u00e8 un\u2019aggiunta sentimentale a un\u2019agenda geopolitica gi\u00e0 definita, ma un punto strutturale della pace. La competizione per l\u2019acqua, le terre coltivabili, le risorse energetiche e le materie prime strategiche alimenta instabilit\u00e0 e conflitti; la devastazione bellica compromette per decenni territori, economie e salute delle popolazioni. La guerra contro gli uomini \u00e8 sempre, in qualche misura, guerra contro la casa comune. Per questo l\u2019appello a \u201cforgiare le spade in vomeri\u201d assume oggi una pregnanza nuova: riconvertire risorse, tecnologie e intelligenze dalla distruzione alla cura, dalla militarizzazione alla sicurezza umana, dalla conquista al futuro condiviso.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La pace, in definitiva, non \u00e8 debolezza. \u00c8 la forma pi\u00f9 alta della forza politica, perch\u00e9 richiede coraggio, memoria, capacit\u00e0 di rinunciare all\u2019onnipotenza e volont\u00e0 di riconoscere nell\u2019altro non soltanto ci\u00f2 che ci minaccia, ma ci\u00f2 che ci obbliga. Richiede la pazienza di chi semina senza poter vedere subito il raccolto. \u00c8 forse questa la pi\u00f9 autentica cifra della diplomazia della Santa Sede: continuare a seminare parole di pace nel terreno spesso indurito della storia.<br>In un mondo che sembra tornato a credere che la guerra sia inevitabile e che il nemico possa essere definitivamente eliminato, Roma insiste su un\u2019altra grammatica: dialogo senza ingenuit\u00e0, giustizia senza vendetta, sicurezza senza dominio, memoria senza odio, riconciliazione senza oblio. \u00c8 una grammatica esigente, talvolta scomoda, certamente non spettacolare. Ma \u00e8 l\u2019unica che possa impedire alle civilt\u00e0 di precipitare nella convinzione tragica che la violenza sia il loro destino.<br>La pace non nasce quando tutti concordano. Nasce quando qualcuno, nel punto pi\u00f9 oscuro del conflitto, si ostina a credere che l\u2019umanit\u00e0 dell\u2019altro non sia perduta. La diplomazia della Santa Sede vive precisamente di questa ostinazione: fragile come una parola, tenace come una promessa.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Gianni Lattanzio Vi sono parole che, nelle stagioni della storia attraversate dalla violenza, sembrano perdere consistenza. 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